L'influenza nel linguaggio e non solo: anche i montanini sono un po' longobardi

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Molte delle parole usate sulla montagna pistoiese hanno origine da quel popolo che si stabilì nella nostra penisola tra il VI e l'VIII secolo. Alcuni termini sono rimasti fortemente impressi nei dialetti locali di alcune valli. Stessa cosa per i nomi di persona e di luoghi, come Le Panche, La Lima, Brandeglio, Bardalone, Lagacci e altri. Recenti studi genetici hanno dimostrato che il DNA dei toscani conserva un “marchio” preponderante di origine germanica…


Fegato, infinocchiare, polendone: quando le parole assumono altri significati

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Il termine fegato ha finito per coincidere con fegato ingrassato (di alcuni animali alimentate in eccesso) per renderlo più gustoso. Infinocchiare, dal semplice condire al condire in eccesso per coprire il sapore di carni vecchie: quindi il significato estensivo di ingannare qualcuno. Polendone sinonimo di molle, lento, proprio come la polenta mentre cuoce e quando viene servita in tavola

I funghi: una storia curiosa anche nella lingua

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Il nome porcino deriva da porco: in molti pensano che fosse un alimento apprezzato dai suini. Anche gli antichi Romani lo chiamavano così. I funghi erano molto amati ma anche temuti. La più celebre intossicazione che condusse alla morte fu quella dell'imperatore Tiberio Claudio, avvelenato proprio con boleti velenosi dalla moglie Agrippina

Marzo pazzerello, ogni giorno un corbello

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Ma anche "Se Marzo non marzeggia, April mal pensa". Tanti i modi di dire legati a questo mese: ogni regione ha i suoi. Nel calendario romano più arcaico era dedicato alla guerra e a Marte. D'altronde segna il passaggio dall'inverno alla primavera e le condizioni meteorologiche cambiano di continuo e in modo repentino

"Gennaio apre il culo al gallinaio"

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Un modo di dire che fotografava l'aumento della produzione di uova negli allevamenti tradizionali, con pause “biologiche” per le galline. I pollai sono oggi sempre più in disuso. Il ricorso a grandi allevamenti dove migliaia di capi vivono in gabbie strettissime, continuamente illuminate da luci artificiali per forzare la produzione