Premetto che per indole e per origini non sopporto i coccodrilli, quelle giaculatorie lamentose che lasciano il gusto sgradevole dell’ipocrisia. Sono figlio di una terra orgogliosa e sanguigna che ha dato i natali a gente anche aspra ma che parla chiaro e non si nasconde dietro le formule ed il politicamente corretto. Quella stessa terra da cui ha tratto le radici Francesco Guccini, il cantautore.
La prima volta che l’ho conosciuto era una sera di fine Aprile di 56 anni fa. Mancavano poche ore e poi sarebbe arrivato maggio. Noi ragazzotti sambugani ci stavamo preparando ad un rito tramandato dai nostri avi; lo facevamo con l’allegria disperata di chi non si vuole rassegnare al tramonto di un paese o, meglio, di un mondo in cui ci eravamo tutti riconosciuti. Volevamo cantare Il Maggio alle ultime ragazze rimaste e sapevamo di doverci accontentare anche di quelle un po’ più anzianotte, pur di non far morire una tradizione secolare. In quel canto antico si conserva l’anima dolce e cruda della nostra valle.
Mentre eravamo intenti ai preparativi, uno della nostra brigata portò una notizia inconsueta, anzi strabiliante: “Quel de Pàvena, al cantante d’la television, vole venir con noialtri!”.
Quando Francesco Guccini comparve nella piazzetta del Molino di Taviano, non ci meravigliarono né la stazza imponente dell’uomo, né il suo volto incorniciato da barba e capelli lunghi, né gli occhi profondi e curiosi che ci scrutavano, bensì il fatto che un pavanese si volesse aggregare ad un gruppo rabberciato di sambugani. Aveva portato con sè un piccolo registratore e soprattutto una ragazza di rara bellezza che suggerì a qualcuno di noi una massima di amara malinconia: “Le belle donne van dredo ai canterini, quelli veri, non a degli sgangheradi comme noialtri!”.
Intanto si era fatta notte e cominciammo a cantare prima sotto le finestre delle poche tavianesi rimaste, poi davanti agli usci delle case sparse lungo le mulattiere e i viottoli antichi.
Lui, Guccini, registrava il nostro canto, accompagnato da strumenti consumati dal tempo, una chitarra che aveva solo due corde ed un’armonica a bocca. All’inizio, un po’ perché il coro doveva accordarsi, un po’ per la timidezza dovuta al fatto di confrontarsi con un artista così famoso, il registratore gucciniano dovette inghiottire una sequela di stecche e di voci disarticolate; poi, col passar delle ore, tutto si fece più armonico. A poco a poco Guccini divenne Francesco e fra un bicchiere di vino rosso e frequenti commenti arditi sulla precaria avvenenza di qualche superstite donna anziana che per onorare la tradizione aveva aperto l’uscio de ca’, si fece mattina. La compagnia si sciolse quando il sole stava facendo capolino dalla vetta del monte La Tose e quasi quasi ci eravamo dimenticati che un de Pàvena era stato con noi tutta la notte.
Molto più recentemente sono andato due o tre volte a trovare Francesco Guccini nella sua casa di Pavana, un po’ per salutarlo e un po’ per donargli qualche copia dei miei racconti sambugani. Era sempre ospitale, ma non risparmiava battute sulla superiorità dei pavanesi, sul fatto che secondo lui il mondo civile non si spingeva oltre il Bacino di Pavana e così via.
Apparentemente non mostrava apprezzamento per i miei racconti, ma poi sapevo da amici comuni che in compagnia rammentava con affetto i personaggi mai omologati dei miei racconti, dal muratore che leticava col cemento a Tiglin d’la Sambuga che aveva sparato alla croce posta in mezzo al suo orto perché non aveva saputo proteggere le patate e l’insalata da una possente grandinata. Una volta mi chiese quale delle sue canzoni preferissi; gli risposi che “Il vecchio e il bambino” mi era rimasta nel cuore. Anche in quel caso non approvò la mia scelta: “Ne ho scritte di migliori”, mi rispose. Recitavamo entrambi su un canovaccio antico, quello dei nostri nonni, che non avrebbero mai ammesso che un pavanese ed un sambugano potessero andare d’accordo. Erano due mondi troppo diversi!
Oggi che Francesco Guccini non c’è più, non solo si è perso un maestro ed un grande poeta, ma con lui se ne sta andando il sentimento di vera appartenenza ad un luogo, ad un paese, ad una terra che ha reso fiere e libere generazioni e generazioni di montanini che in apparenza potevano anche dividersi ma che nei fatti si rispettavano e si apprezzavano per come erano, senza finzioni ed ipocrisie. Anche se non l’avrebbero mai ammesso. Nemmeno sotto tortura.
GUCCINI SULLA VOCE
Di seguito i principali articoli su Guccini o nei quali Guccini era citato, pubblicati negli anni sul nostro giornale
UN PAESE ALLA VOLTA / Pavana e Guccini, un binomio inscindibile
Tornano in mostra i quadri ispirati dalle canzoni di Guccini
A Pavana un viaggio musicale nella canzone d’autore italiana
Sambuca, la lettera del sindaco alla cittadinanza: fra ringraziamenti e nuovi progetti
“50 Folk Beat”, un viaggio fotografico nell’universo di Francesco Guccini
Francesco Guccini alla serata di chiusura di UN TEMPO LENTO racconti e musica d’Appennino
