Arte di Altura, L'intervista  |  febbraio 10, 2017

Luca Buonaguidi: “Poeta a volte, agitatore sempre. Mi piace ciò che brucia o ispira quiete”

Intervista allo scrittore, viaggiatore, musicista, poeta e molto altro ancora. Si definisce una "persona in ascolto, un agitatore non necessariamente culturale". La straordinaria importanza dei suoni: "Tutti i miei maestri sono musicisti o li ho incontrati attraverso la musica". La scrittura? "E' una conseguenza". La "scoperta" di Spedaletto? "Un po’ per caso un po’ d’istinto". La passione per l''Appennino "muto ma generoso"

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Arte di Altura incontra la “parola” con lo scrittore, poeta, e profondo appassionato di musica, Luca Buonaguidi.

Ciao Luca, visto che sei un viaggiatore, un esperto ed appassionato di musica, un organizzatore di eventi culturali, un inguaribile tifoso di altri tempi, il definirti solo poeta lo ritengo riduttivo: Come ti definiresti?

“Sono una persona in ascolto, un agitatore non necessariamente culturale e mi piace ciò che brucia o ispira quiete. Poeta lo si è solo a volte, quando Quella Voce si insinua in noi dettandoci parole in comunione col mondo interno ed esterno, per poi sparire l’attimo dopo”.

Una volta mi hai raccontato che la musica ti ha salvato la vita, e la scrittura ne è diventata compagna fedele ?

“Sono un autodidatta della parola, un bastardo della poesia che non ha imparato la poesia all’università, la mia è un’altra strada. E un’altra scuola: quasi tutti i miei maestri sono musicisti o li ho incontrati attraverso la musica. La scrittura è una conseguenza di cui non posso fare a meno, oggi è il centro. Ma la musica è l’origine. La poesia quella luce laggiù, che chiama a sé e noi obbediamo”.

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Spedaletto, fra silenzi musicali, andature veloci per tempi lenti, luoghi di riscoperta e acqua che sa ascoltare; è nato un legame profondo con la Montagna Pistoiese, parafrasando uno dei tuoi libri, “Perchè eri lì“ ?

“Sono venuto qui un po’ per caso un po’ d’istinto: lo decisi nel mezzo a un viaggio di un semestre in India e quando tornai in Italia mi trovai nella condizione di fare i conti con questa bizzarria del momento, che intanto formalizzai per un minimo di sei mesi e poi sono diventati tre anni e mezzo. Non so ancora perché sono venuto quassù, posso ipotizzare che avessi voglia di ‘individuarmi’ in senso junghiano, di un posto in cui tirarmi fuori dalla nevrosi indifferenziata delle città in favore di un tempo lento, della ricerca della natura e del silenzio… poi questo borgo incantato ha fatto il resto. Ma non mi si pensi come un eremita, sull’Appennino ho trovato tanti ottimi amici! A differenza di chi ‘sta giù’ qui ti senti parte di qualcosa di grande e generoso anche se muto, della natura immanente, che resta. Al contempo ti senti piccolo e trascurabile, non destinato a durare. Queste sensazioni opposte ma non antitetiche generano, insieme, un profondo benessere per chi ci vive e una cura per chi scappa dalla città distante”.

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Proprio a Spedaletto, nel 2016, hai organizzato il Festival “Un Tempo Lento: Racconti e musica in Appennino”. Ci racconti com’è nato, cosa è stato e cosa sarà ?

“E’ nato da una chiacchierata con i titolari del Lago Ristorante Lo Specchio di Spedaletto, Emanuele Vivarelli ed Elena Marconi, tra un bicchiere di vino e quindicimila ficattole: volevano fare qualcosa di diverso in questo angolo favoloso d’Appennino ed erano incuriositi dalle forme ibride tra letteratura e musica che porto avanti da qualche anno. Per la mia parte anche a Firenze avevo lasciato con un festival (Altrofest), è il mio modo di dire ‘grazie’ ai luoghi che sono stati generosi con me prima di andare via: piantare un semino di bene nella comunità locale. Quindi ci abbiamo provato insieme, con la partecipazione di tanti autori e musicisti più o meno noti, che avevano in comune ricerca e passione per l’Appennino. Ed è stato un successo di pubblico clamoroso, perché siamo cresciuti di tappa in tappa fino alle diverse centinaia di persone presenti per la serata finale, per ascoltare Francesco Guccini. Considerando che d’inverno ci viviamo in dieci circa… Fare cultura è un futuro possibile per l’Appennino, un’alternativa concreta alla morte dei paesi o alla mercificazione di questi boschi selvaggi in eco-bio-sega-parchi e quindi andremo avanti, ma senza fretta, come vuole il nome del festival”.

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La musica ed il silenzio, concetti così lontani e così vicini nei tuoi libri, ce li racconti ?

“Qui e ora c’è musica ovunque e sempre, il silenzio non esiste. Il silenzio perfetto, se esiste, va cercato altrove. Lo ha dimostrato John Cage nel XX secolo, con i suoi famosi 4’33’’ e attraverso l’esperimento della camera anecoica, quando udì soltanto due suoni, uno alto e uno basso. Il suono alto era il suo sistema nervoso in funzione, quello basso il suo sangue in circolazione. ‘Dunque’, concluse John Cage, non esiste una cosa chiamata silenzio. Accade sempre qualcosa che produce suono’. Io cerco il silenzio, attraverso quella sostanza che apparentemente lo ostacola, convinto che l’uno sia il segreto dell’altro. Che siano complementari, anziché opposti, come scrisse David Maria Turoldo: ‘Il silenzio, e il canto dentro il silenzio’. Immagino l’esperienza del silenzio come quella di un Dio o del Nirvana, qualcosa che va oltre i sensi e libera lo spirito in un diverso ordine di qualità e quantità sconosciute”.

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Fra pochi giorni lascerai la nostra montagna per un nuovo lungo viaggio, quale sarà a grandi linee il tuo percorso e come pensi di viverlo ?


“E’ una trans-asiatica. Un percorso inventato attraverso questo continente vasto ed eterogeneo, che spero di portare a termine insieme alla mia compagna. Non è il pensiero, ma l’istinto che ti porta in viaggio. Se prima della partenza pensi, in particolare se pensi come tutti, non parti più. Non parti mai. Se pensi troppo a volte ti scordi persino di sentire. Di vivere”.

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Non sei ancora partito, ma fonti attendibili mi dicono che hai già in fase di lavorazione alcuni progetti per il tuo rientro… ce ne puoi svelare alcuni ?


“Un saggio che riprende e sviluppa la mia tesi di laurea, Poesia e Psiche: l’enigma, la storia e l’incontro del mondo poetico con la psicologia, a cui lavoro da cinque anni; un diario di viaggio sul Giappone, Uno studio sul niente, tra versi e fotografia; un poema contro il poeticamente corretto che si chiama Poeta perché tutti suonavano già la chitarra; un ibrido tra critica musicale e poesia, Non dimenticare le canzoni che ti hanno salvato la vita, con Salvatore Setola; il romanzo di deformazione Il piccolo Lebowski e un libro tra parola, fotografia e viandanza sull’Appennino col tizio che mi sta intervistando e fa ‘lo gnorri'”…

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L’ultima domanda che faccio ad ogni artista: immagina di essere una Montagna, ed avere la possibilità di poter parlare all’Uomo, cosa gli diresti?

“Starei muta a godermi il suo passaggio al pari di quello di un cervo, un lupo o una volpe, ma nel suo caso valutando attentamente l’intenzione che lo porta quassù e l’eventuale pericolo che rappresenta. Perché tra i tanti animali che mi attraversano, solo l’uomo può dimenticare chi sono”.

Evento di saluto, venerdì 10 febbraio, con “Chiacchiere, reading, concerto con Luca e Silvia”, un’occasione per conoscere le parole di Luca Buonaguidi (parlerà di INDIA – Complice il silenzio ma non solo) e la musica di Silvia Vettori (con il suo progetto S y i l v i a), alle 21, nella Libreria Indipendente Les Bouquinistes di Elena Zucconi in Via dei Cancellieri 5 a Pistoia.

Chiacchiere, reading e concerto con Luca Buonaguidi e Silvia Vettori

 

Luca Buonaguidi (Pistoia, 1987)

È autore dei libri di poesia I giorni del vino e delle rose (2010, Fermenti); Ho parlato alle parole (2014, Oèdipus), del diario di viaggio INDIA – complice il silenzio (2015, Italic Pequod) e curatore del saggio musicale Franti, Perchè era lì – Antistorie da una band non classificata (2015, Nautilus Autoproduzioni) scritto con Cani Bastardi.

Compare nelle antologie La sagra è vicina (2013, Beltempo); Blanc de ta nuque, di Stefano Giglielmin (2016, Dot.com Press); Affluenti – nuova poesia fiorentina (2016, Ensemble) e nel disco Approdi.

Avanguardie musicali a Napoli (2015, KonSequenz) a cura di Girolamo De Simone. Ne hanno parlato riviste, blog e radio di letteratura, musica e viaggi (Poesia, Rumore, Battiti – Radio Rai . . . ) su cui scrive a sua volta (Impatto Sonoro, Cinefatti, Comunità Provvisorie…) e suoi testi sono tradotti in tedesco e inglese (International Rilke Society, Condo).

Collabora per reading e sonorizzazioni con Chris Yan, Stefano Giaccone, Lalli, Miro Sassolini, Elias nardi, Davide Tosches, Marie e le Rose e altri.

È ideatore dei festival Altrofest a Firenze (2012) e Un tempo lento sulla Porrettana (2016) con ospiti come Don Gallo, Francesco Guccini, Bobo Rondelli.

Laureato in Psicologia Clinica, lavora in una comunità terapeutica e conduce laboratori espressivi.

Raccoglie le sue scritture sul blog anarco-autistico www.carusopascoski.com

Un Tempo Lento: Racconti e musica in Appennino

Francesco Guccini a Spedaletto per UN TEMPO LENTO racconti e musica d’Appennino

 


Maurizio Pini

Maurizio Pini nasce a Pistoia nel 1979. Negli anni 90 la passione della fotografia e della grafica si espande anche nel campo lavorativo. Fra reportage per eventi locali e nazionali, servizi fotografici di gioielleria e di opere d’arte, realizzazioni di grafica stampata/digitale/web, la sua carriera si accresce di sempre nuove esperienze da cui trarre nuovi insegnamenti e crescita personale. Nel suo lavoro la ricerca, lo studio e la pianificazione ricoprono una grande importanza ed il connubio con originalità e creatività sono la parte portante del suo operato. Gli ultimi lavori fotografici si stanno incentrando sul dialogo con la Natura e sono su www.mauriziopini.com e la Pagina Facebook  @mixinartofficial Maurizio Pini – MIXINART