Dallʼautore del best seller mondiale Il silenzio, un gesto dʼamore per il pianeta, un viatico per chi vuole accordare il corpo al ritmo dellʼanima.
Camminare è diventato un gesto sovversivo. Non serve essere atleti professionisti, aver scalato lʼEverest o raggiunto il Polo Nord, come Erling Kagge. La rivoluzione è alla portata di chiunque. Basta decidere di rinunciare a qualche comodità e spostarsi a piedi ogni volta che è possibile. Anche in città, anche nel quotidiano. Sottrarsi alla tirannia della velocità significa dilatare la meraviglia di ogni istante e restituire intensità alla vita. Chi cammina gode di migliore salute, ha una memoria più efficiente, è più creativo. Soprattutto, chi cammina sa far tesoro del silenzio e trasformare la più semplice esperienza in unʼavventura indimenticabile. (Dalla quarta di copertina)
“Un giorno mia nonna non poté più camminare. Quel giorno morì”. Questo per me è un incipit bellissimo che già fa capire il tono del libro, lʼimportanza associata al camminare. Lʼautore specifica poi che sua nonna “fisicamente visse ancora un poʼ” e ne descrive il peggioramento, ma quella sentenza iniziale afferma subito il legame tra vita e cammino.
In quel periodo, la figlia più piccola di Kagge muoveva i primi passi, “mentre la sua bisnonna si rannicchiava lentamente in posizione fetale”.
Questo incontro e amalgama di vita e morte, infanzia e vecchiaia, di inizio e fine, (che si manifesta anche nel richiamo alla posizione fetale, quindi collegata alla nascita, della nonna), mi fa pensare a un cammino che non si conclude ma continua, si perpetua, si rinnova.
Nel descrivere i tentativi della sua bambina, con le relative difficoltà, lo scrittore osserva che “imparare a camminare forse è la cosa più pericolosa che facciamo nel corso della nostra vita”.
Inoltre, nota che “le lingue create dagli uomini rispecchiano lʼidea che la vita sia una lunga camminata. In sanscrito, una delle lingue più antiche al mondo e originaria dellʼIndia, il concetto di passato è espresso con il termine gata, “quel che abbiamo camminato”, mentre il futuro si chiama anagāta, “quel che non abbiamo ancora raggiunto.”
“Mi è impossibile tenere il conto delle camminate che ho fatto. Ne ho fatte di corte e di lunghe. Ho camminato per lasciare una città o per entrarvi. Ho camminato di notte e di giorno, lasciando fidanzate o andando incontro ad amici. Ho camminato per boschi e montagne, su superfici ghiacciate e in paesaggi trasformati dallʼuomo. Ho camminato annoiandomi e ho camminato per fuggire lʼinquietudine. Ho camminato nel dolore e nella gioia. Ma a prescindere dai dove e dai perché, ho camminato tanto. Ho camminato fino alla fine del mondo, letteralmente. Ogni camminata è stata diversa dalle altre, ma guardandomi indietro posso individuare un tratto comune: il silenzio interiore. Il camminare e il silenzio sono collegati. Il silenzio è astratto, il cammino è concreto.
Finché non ho avuto una famiglia, una casa e un lavoro, non mi sono mai chiesto perché fosse così importante camminare. Invece i bambini volevano una risposta: perché bisogna camminare se si fa prima in macchina? Molti adulti con cui mi sono trovato a parlare si chiedevano la stessa cosa: qual è il senso di muoversi lentamente da un posto a un altro? (…) Finora mi sono sempre limitato a fornire la spiegazione semplificata, quella a cui si ricorre perché è immediata ma, in quanto tale, contraria allʼessenza stessa del camminare: ho risposto che chi cammina vive più a lungo. E ha una memoria migliore. La pressione sanguigna più bassa. Si ammala più raramente. Ogni volta che mi sono trovato a raccontare queste cose, però, ero cosciente di dire solo metà della verità. Camminare, infatti, è molto di più che una lista di benefici per la salute degna di una pubblicità sulle vitamine. E allora, in cosa consiste lʼaltra metà della verità?
Perché camminiamo? Perché cammino? Da dove mi sto allontanando a piedi e verso cosa mi sto dirigendo? Siccome le risposte sono piuttosto misteriose, alla fine ho sentito il desiderio di districare un poʼ la matassa. Mi sono messo le scarpe, ho lasciato vagare un poʼ i pensieri e ora di una cosa sono sicuro: mettere un piede davanti allʼaltro è tra le azioni più importanti che compiamo. E allora andiamo.”
DETTAGLI TECNICI
ANNO DI PUBBLICAZIONE: 2018
LINGUA: Italiano (traduzione di Sara Culeddu)
PAGINE: 135
EDITORE: Einaudi
CITAZIONE: Forse mi sbaglio, ma ogni volta che vedo un bambino che impara a camminare, si consolida in me la sicurezza che la gioia di scoprire e padroneggiare qualcosa sia la forza più grande al mondo.
