La transizione è di per sé un passaggio da una situazione ad un’altra, da una condizione ad un’altra e, ancor di più, da un’epoca ad un’altra; la storia umana ha vissuto moltissime fasi di transizione che hanno modificato il modo di vivere delle popolazioni e i perni delle civiltà. Ma sono state assai più diluite nel tempo e quindi più comprensibili e condivise.
Pensiamo alle implicazioni culturali, politiche, economiche e anche agricole legate alla scoperta dell’America e a quanto abbiano inciso sulla nostra storia europea. Esse hanno rivoluzionato il modo di pensare e di agire. Ma la gente ha avuto la possibilità di adattarvisi e di scoprirne le grandi opportunità. Nella nostra Montagna, per fare un esempio microscopico, la coltivazione delle patate che ha integrato in modo significativo l’alimentazione dei montanini basata soprattutto sulla farina di castagne, si è affermata solo tre secoli dopo l’importazione da oltre oceano di questo prezioso tubero, quando le grandi potenzialità di questo prodotto erano state verificate, prima a livello sperimentale, poi pratico.
La transizione ecologica
Oggi si parla spesso di processi di transizione, ma sono così frenetici e così totali che invece di essere inclusivi, marginalizzano le fasce più fragili della popolazione e addirittura interi territori periferici, in una perenne quanto faticosa rincorsa dietro alle conquiste tecnologiche. E’ il caso della transizione digitale e della sua applicazione ad ogni tipo di servizi. Ebbene, diciamo pure che non per tutti si è trattato di una conquista “democratica” e di uno strumento di semplificazione della vita quotidiana!
Ora si parla di transizione ecologica, una formula che nelle intenzioni della grande politica presuppone davvero una inversione ad U di portata colossale, un nuovo modello produttivo e sociale, nonché un diverso approccio anche alla vita ed alle abitudini quotidiane.
Accogliendo il mega progetto del Green Deal Europeo, anche il governo italiano ha elaborato il Piano Nazionale di Transizione Ecologica (PTE) in grado di “assicurare una crescita che preservi salute, sostenibilità e prosperità del pianeta attraverso l’implementazione di una serie di misure sociali, ambientali, economiche e politiche e l’azzeramento dell’inquinamento, il ripristino della biodiversità e degli ecosistemi e la transizione verso l’economia circolare e la bioeconomia” (Fonte: Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica).
Teoricamente si tratterebbe di un risultato dalla portata epocale e dell’implicita ammissione del tramonto della globalizzazione e dell’idea di crescita esponenziale. In effetti il consumismo esasperato, esteso ad ogni settore (pensiamo al consumo di suolo) oltre ad essere controproducente è anche immorale e diseducativo e contraddice due principi cardine che hanno ispirato la vita dei nostri avi, cioè la sobrietà e il risparmio, sui quali è stato costruito ciò che noi oggi abbiamo.
La transizione culturale
A questo tipo di transizione è necessario, però, affiancarne un altro, impellente e propedeutico, pena il fallimento totale o parziale dell’intero processo.
Occorre elaborare un grande progetto culturale, e direi quasi filosofico, in grado di educare a comportamenti collettivi più consapevoli, sulla base di un sistema valoriale diverso (ma attinto dove?) e più ispirato ad un umanesimo illuminato ed inclusivo, fondato sul rispetto di cose, persone e più genericamente del Creato. Ma sarà possibile saltare dalla civiltà dello sperpero, dell’egoismo elevato a sistema, della distruzione sistematica dei valori tradizionali, a quella del rispetto, della sostenibilità, dei sacrifici in nome di un ideale, con soluzioni dirigistiche calate dall’alto e non comprese dalla gente? Sarà possibile, ad esempio, convincere per decreto i turisti del selfie, che volano o navigano costantemente verso paradisi esotici, che bisogna optare per un turismo consapevole e di prossimità? E ancora, come si fa a dire che fin dai prossimi anni bisognerà fare l’inverso di ciò a cui i media ci hanno spinto fino ad oggi, senza ispirare un profondo e sistematico sussulto collettivo delle coscienze? E infine, l’attuale sistema economico e produttivo sarà in grado di adeguarsi in breve tempo ad un così perentorio e brusco passaggio?
A meno che dalle intenzioni non si passi mai ai fatti e che, come dicevano i latini “le montagne non partoriscano un topolino!” Sospetto che, purtroppo, qua e là comincia a serpeggiare.
Città e Montagna
Eppure di un profondo cambiamento culturale ci sarebbe un gran bisogno. Si pensi, ad esempio al rapporto che esiste oggi tra Città e Montagna. Sono due mondi separati, due realtà sconnesse, che non si parlano e non si ascoltano. Negli ultimi trent’anni la Montagna è stata concepita solo come il parco divertimenti della città, il rifugio dalle canicole metropolitane, il palcoscenico per merende ombrose e per selfie autoreferenziali, mentre è ampiamente sottovalutato e mai riconosciuto il suo valore ecologico, etico-culturale e perfino esistenziale, dato che le risorse primarie per la vita, come aria ed acqua, provengono proprio da qui.
Allora è fondamentale che tutti si capisca, intendo cittadini ed istituzioni ad ogni livello, che le montagne che fanno da contorno alle città sono ricchezze da salvaguardare, beni collettivi da proteggere, ma anche luoghi da coltivare e nei quali poter vivere curandone i territori e usandone, seppur oculatamente, le risorse, come hanno fatto i nostri avi.
Serve un nuovo approccio culturale, dunque, meno burocratico e ideologico, e invece ispirato ai principi fondanti dell’ecologia, quella vera, intesa come analisi degli ecosistemi di cui l’uomo è sempre stato parte integrante, nel contempo attiva e sapientemente equilibratrice.
E d’altra parte non può essere sottovalutata l’importanza delle città, come complesso di opportunità e di risorse di cui non si può fare a meno.
Deve, dunque, essere un obiettivo inderogabile far capire a tutti che città e montagna sono due facce di una stessa medaglia e che l’una ha bisogno dell’altra in una logica di rispetto reciproco e di collaborazione continua.
