Da non molto si è affievolita l’eco delle Giornate della Biodiversità e dell’Ambiente, dedicate anche alla perdita progressiva di specie animali e vegetali sull’intero pianeta, e questo fenomeno si verifica quotidianamente anche sulla nostra Montagna, nell’inerzia più completa di istituzioni e cittadini.
Ad un ambientalista vero, di quelli che percorrono i nostri boschi e i corsi d’acqua, che osservano con obiettività lo stato reale dell’ambiente, che analizzano flora e fauna, ne studiano i cambiamenti e ne traggono conclusioni non ideologiche, non dovrebbe sfuggire la continua perdita di biodiversità, sia in termini numerici che sostanziali.
Purtroppo, le apparenze spesso ingannano e ingannano coloro che guardano e non osservano, chiacchierano ma non sanno di che parlano.
Un impoverimento sempre più evidente
L’universo verde che ci circonda non è quello che sembra osservandolo da vicino.
Ad esempio, in questi ultimi anni si sta assistendo ad una vera e propria esplosione del rovo selvatico, dovuta all’incuria ma forse anche all’abbondanza di CO2 nell’aria e a tal proposito non tutti sanno che questo tipo di vegetazione si caratterizza per essere un grande divoratore di acqua, sottratta ad ogni tipo di vegetazione circostante. I prunai sono talmente invasivi che impediscono la crescita delle altre varietà erbacee e spesso si associano ad un’altra specie invasiva, la robinia pseodacacia (cascia) che sta conquistando spazi sempre maggiori, così come l’acero montano. In tal modo le orchidee selvatiche, altri tipi di fiori e frutti del sottobosco, fino a qualche decennio orsono assai più comuni, sono relegati in aree sempre più limitate. Rimanendo a parlare di flora, ma solo per fare qualche esempio, una pianta abbastanza comune sulla nostra Montagna, come il ginepro, è diventata molto rara anche perché è una delle prede vegetali preferite dai cervi, che ne brucano i rami giovani e raschiano la corteccia provocandone spesso la morte. Per non parlare degli abeti bianchi e rossi minacciati da parassiti, come il bostrico tipografo, e da ruggini, cancri e marciumi radicali, che nello spazio di un decennio rischiano di scomparire.
Sopra, a sinistra, bosco invaso da vegetazione infestante, a destra un abete bianco morto. Sotto, a sinistra un ginepro predato dai cervi, a destra un’invasione di rovi selvatici.
Perdita di fauna
Stessa sorte sta accadendo alla fauna selvatica di piccola taglia. Molto minore nei nostri boschi è la presenza di piccoli roditori, di serpenti, vipere comprese (a proposito delle quali ci si rammenta di quando le Province ne premiavano economicamente la cattura!!) a causa dell’invasione dei cinghiali, veri sterminatori di ogni tipo di microfauna. Per non parlare dell’invasione di cornacchie e gazze ladre, che predano i nidi degli altri uccelli e ne limitano pesantemente la riproduzione. Ma sono in costante diminuzione anche i passerotti e le averle che, nella nostra Montagna, risentono della forte riduzione dei terreni coltivati, a dimostrazione del fatto che la piccola agricoltura di collina e di montagna, oltre ad avere un ruolo fondamentale come presidio anche idrogeologico, serve anche come habitat per diverse specie animali e vegetali, Assai rilevante è la riduzione della presenza delle api e dei pipistrelli, un tempo molto comuni nei nostri cieli per non parlare dello sterminio di pesci e di anfibi nei nostri fossi e torrenti, per la presenza di un numero sempre più copioso di aironi cinerini che stanno predando anche i laghetti per la pesca sportiva. Insomma, sotto i nostri occhi avvengono trasformazioni preoccupanti che, come al solito, si stanno combattendo solo con appelli, slogan e giornate commemorative.
Ora ci sono anche prove scientifiche
Le pur notevoli evidenze legate ad una osservazione quotidiana sulla perdita progressiva di biodiversità sono ora avvalorate da evidenze scientifiche. Nel recente numero di maggio di una delle prestigiose riviste NPJ (Nature Partner Journals) del gruppo Nature è documentato scientificamente l’impoverimento vegetale, e di conseguenza anche animale; si tratta di uno studio dell’Università di Camerino che ha raccolto dati venticinquennali della rete CON.ECO.FOR. (Controllo Sistemi Forestali), struttura gestita dal Comando dei Carabinieri forestali, dai quali risulta una significativa riduzione del numero di specie vegetali. Le cause sono dovute all’eccessiva densità di alberi e di arbusti che riduce la luce a danno delle specie del sottobosco, nonché ad eventi climatici estremi. A queste cause, però, è indubitabile che se ne deve aggiungere un’altra, cioè una ignoranza gestionale troppo spesso legata a motivi ideologici che si intreccia con la perdita di saperi e competenze antiche nella gestione dei boschi maturati nel corso dei secoli.
Infine, occorre aggiungere che gli studi ed il monitoraggio di un qualsiasi fenomeno sono solo propedeutici ad interventi pratici, che tuttavia, almeno nel nostro Paese, non arrivano mai.
Un Teatro dell’assurdo
Il tanto parlare mediatico sull’importanza della biodiversità, che testimonierebbe un vero interesse sull’argomento, si scontra con l’indifferenza di cittadini e istituzioni in un balletto ipocrita e paradossale per cui la narrazione confligge con la realtà, la comunicazione si riduce ad essere fine a se stessa, stereotipata e piena zeppa di luoghi comuni ed il risultato finale è un guazzabuglio di illogicità, disordine e virtualità alienante. Ma non sono questi i cardini che hanno dato vita al Teatro dell’Assurdo?




