Ambiente, Economia  |  agosto 18, 2025

P.P.S. l’acronimo che ci piace. Una sigla per salvare le aree interne

Ovvero: Porto franco, Prossimità, Semplificazione. Cioè una fiscalità di svantaggio, contemplata fra l’altro anche dalla normativa comunitaria; un sistema di servizi e di processi socio-economici locali; normative alleggerite che valorizzino sagge politiche di gestione dell’economia e delle risorse naturali. Serve una svolta culturale, sociale ed economica, che ha bisogno di una classe politica preparata e coraggiosa

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Ormai siamo invasi da sigle, acronimi, acrostici che, se da un lato risultano fastidiosi e ambigui, dall’altro possono indurre i più volenterosi a risalire dalla sintesi estrema al significato più complesso e più profondo. Ma se è vero che oggi questo è un fenomeno ridondante, occorre dire che era presente anche nell’antichità e ciò testimonia della sua importanza.

Cos’è il P.P.S.

A volte, dunque, una sigla fa la fortuna di un processo culturale o socio-economico, anche perché si riassume in poche lettere l’urgenza di soluzioni innovative.

Così il P.P.S. potrebbe essere un veicolo utile a far passare alle istituzioni del nostro Paese un messaggio complesso con una semplificazione estrema. La montagna e le aree interne, in generale, sembrano un problema ingombrante per la nostra classe politica, anche perché mancano idee e ricette adeguate per risolverlo, essendosi ormai affermata una preoccupante logica metropolitana che non sa guardar oltre e forse nemmeno guardarsi dentro.

P. = Porto franco

La prima soluzione  per evitare lo spopolamento, l’agonia e la morte  di molti comuni  alpini ed appenninici è dotare le  nostre aree interne delle potenti agevolazioni fiscali e tributarie  proprie del Porto franco, cioè di una fiscalità di svantaggio, contemplata fra l’altro anche dalla normativa comunitaria, che consente a chi vive o a chi si trasferisce in  comuni montani a rischio desertificazione demografica di  veder  riconosciute e compensate, appunto, tutte le indubbie e maggiori difficoltà di chi risiede in aree svantaggiate. Un tale regime agevolatissimo dovrebbe coinvolgere imprese ma anche singoli cittadini, purché trasferiscano davvero la propria residenza e non in modo fittizio o truffaldino. Nelle aree interne c’è bisogno, infatti, di famiglie e aziende giovani che diano l’avvio ad un processo socio-economico virtuoso e ricreino nuclei sociali e comunità.

Per fare un esempio nostrano della attuale sperequazione tra città e montagna, non è pensabile che a Pistoia città e a Pracchia o all’Orsigna, si paghino le medesime imposte dato che le difficoltà di vita in quei paesi sono infinitamente superiori rispetto all’area metropolitana e le opportunità di studio e di lavoro infinitamente inferiori. Oppure chi risarcisce le nostre aziende che hanno sede in Montagna dei disagi creati dalle avverse condizioni meteo, da una viabilità precaria, da una connessione digitale intermittente, da condotte elettriche antiquate o dalla penuria di manodopera specializzata locale?

La logica del Porto franco permetterebbe una giusta svolta perequativa, che peraltro è un principio sancito dalla nostra Carta costituzionale.

P.= Prossimità

L’altra grande soluzione di cui le aree interne hanno bisogno è la Prossimità, intesa come sistema di servizi e di processi socio-economici locali. Se la pandemia ci ha insegnato qualcosa (ammesso che ciò sia davvero accaduto!) è che la globalizzazione sfrenata e, molto più recentemente, l’instabilità politico-economica mondiale, unitamente al problema sempre più pressante della sostenibilità ambientale, consigliano di ripensare i modelli di crescita e dal basso sembra rafforzarsi il bisogno di guardare più vicino, di valorizzare  imprenditorialità, luoghi, prodotti e tradizioni che parevano dimenticati, di richiamare un artigianato anche di nicchia, di incentivare le filiere corte in ambito agro-silvo pastorale e soprattutto di incentivare  servizi territoriali integrati in ambito sanitario, fiscale, giudiziario, educativo, digitale e via dicendo, servizi di cui c’è una sporadica traccia in qualche regione italiana e pure qui da noi, nel Comune di San Marcello Piteglio, dove esiste uno sportello dedicato  appositamente alla giustizia di prossimità.

Lo “Smart Working”, poi, è un promettente strumento di valorizzazione della prossimità, anche se in molte aree periferiche la connessione è difficoltosa o addirittura assente.

Infine sarebbe prioritario sostenere le botteghe di prossimità, che purtroppo vanno rarefacendosi anche qui sulla nostra Montagna; anzi occorrerebbe trasformarle in piccoli centri polifunzionali di servizio alla persona ed alla comunità.

Una svolta culturale, dunque, oltre che sociale ed economica, che ha bisogno di una classe politica sensibile, preparata e coraggiosa, perché si intravede in molti giovani una certa voglia di ritorno alle aree periferiche che deve essere accompagnata e governata adeguatamente, dato che il futuro non è nelle città, o almeno non lo è in modo esclusivo.

S. = Semplificazione (normativa)

Negli ultimi cinque decenni, specialmente nelle zone collinari e montane, si è assistito ad un proliferare incontrollato di disposizioni normative e di balzelli legati alle stratificazioni progressive degli enti territoriali, comunali, provinciali, regionali, nazionali ed europei: una giungla che spesso ha paralizzato ed inibito ogni volontà creativa ed imprenditoriale.

Nel settore della gestione ambientale, poi, si è giunti ad una tale livello di vincolismo che si è scambiato i boschi per musei delle cere e gli animali che li popolano per totem, senza pensare che l’uomo fa parte della natura e che la Storia si è sempre caratterizzata come un processo di interazione tra uomo e ambiente naturale.

Occorre dunque riconoscere alle zone montane una specificità effettiva (e non fittizia) adottando semplificazioni normative che valorizzino sagge ed oculate politiche di   gestione dell’economia e delle risorse naturali. Qualche esempio su tutti: è possibile che noi continuiamo ad importare il pellet dall’estero mentre abbiamo dei boschi cedui che stanno morendo e attendono solo di essere tagliati e rinvigoriti? E ancora: è normale che per coltivare un appezzamento di terreno in collina o in montagna si debbano erigere recinzioni doppie o triple, solo dopo aver raccolto un’enciclopedia di autorizzazioni, compresa quella delle Soprintendenze ai beni archeologici? Oppure, non è irragionevole che per fare una rimessa in legno per attrezzi ci voglia un’infinità di permessi e per costruire grattacieli sia sufficiente una SCIA, come insegna qualche caso nazionale? Il sospetto è che siano perversioni italiche, perché altrove (in Europa) le cose vanno diversamente. Eppure le aree metropolitane sono in grande debito rispetto alle terre alte, un debito che né è avvertito né è riconosciuto a qualsivoglia livello.


Maurizio Ferrari

Maurizio Ferrari, sambucano di origine, ha insegnato Lettere per 38 anni nelle Scuole superiori pistoiesi. Ora è imprenditore agricolo e si sta impegnando nella promozione e nel rilancio del territorio appenninico come Presidente dell'Associazione "Amo la montagna APS" che si è costituita nel 2013 e che ha sede a Castello di Cireglio.Ha collaborato per 25 anni alla rivista "Vita in Campagna", del gruppo "Informatore Agrario". Recentemente ha pubblicato alcune raccolte di racconti ispirati alla vita quotidiana di Sambuca, dal titolo :"Dieci racconti sambucani"; "La mia Sambuga" e "Cuori d'ommeni e di animali", nonché una favola per bambini, "La magìa della valle dimenticata" illustrata dagli alunni della scuola elementare "P.Petrocchi " di CIreglio (Pistoia)