Ambiente, Economia  |  luglio 22, 2025

Coltivare in montagna? E’ come subire l’assalto di Fort Apache

Il cambiamento climatico aiuterebbe a fare agricoltura nelle terre alte ma una serie infinita di difficoltà scoraggiano gli aspiranti imprenditori. Dall’invasione di ungulati a parassiti mai visti fino a dieci anni fa, per non parlare di parassiti veicolati dagli animali selvatici. Ma l’essere umano ha diritto di difendersi o deve scomparire in nome di una astratta e ideologica concezione del mondo naturale?

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Una famosa pellicola cinematografica della fine degli anni ‘40 del secolo scorso era intitolata Il massacro di Fort Apache, diretta da John Ford, e si ispirava alla disfatta del generale Custer a Little Big Horn (nel 1876) ad opera dei nativi americani guidati da Cavallo Pazzo e da Toro Seduto.

Anche se il paragone è alquanto immaginifico fare impresa agricola in montagna assomiglia proprio ad un assedio e si indebolisce ogni giorno di più la volontà di chi vuole realizzare orti, frutteti, piantagioni di cereali od altro per ricavarne un reddito.

Gli ostacoli sono tanti, alcuni legati ad ovvie ragioni altimetriche e strutturali, altri dovuti ad una serie sterminata di antagonisti a due e quattro zampe.

I limiti naturali

Di per sé fare l’imprenditore agricolo in collina o in montagna presenta indubbi ostacoli naturali.

Intanto la pendenza dei terreni non consente generalmente di poter disporre di ampi spazi, dato che i campi sono per lo più terrazzati e l’impiego dei macchinari risulta più difficoltoso; poi il clima più rigido produce cicli vegetativi  brevi e spesso concentrati nei tre mesi estivi; infine l’imprenditore delle terre alte va incontro a spese molto maggiori rispetto ai suoi colleghi delle zone pianeggianti e gli aiuti o l vantaggi fiscali  che gli vengono riconosciuti in pratica sono risibili, quando ci sono.

Negli ultimi decenni si è visto, però, che a causa dei cambiamenti climatici   coltivare la montagna o in montagna presenta numerosi vantaggi, sia individuali  che collettivi. Un numero sempre maggiore di varietà di ortaggi e di piante si può adattare ad altitudini impensate rispetto a 50 anni fa e trovare un oliveto a 700-800 metri sul livello del mare non è più un’utopia; inoltre fare agricoltura in montagna significa preservare le città e le metropoli, perché ciò che non si cura in alto scende a basso creando danni ingenti a persone e cose.

Gli “indiani” a due e a quattro zampe

Ma per tornare alla nostra immaginifica metafora cinematografica il Fort Apache dei nostri volenterosi agricoltori montani è assediato da nemici di ogni tipo e di ogni ordine di grandezza. Non bastano recinzioni doppie e a volte triple, che devono sempre essere interrate; i pericoli vengono anche dal cielo e contro quegli “indiani” lì è difficilissimo difendersi.

Con qualche esempio è più facile spiegarsi. Tradizionalmente in montagna chiunque aveva un orto coltivava anche per uso familiare le patate perché, si sa, le patate di montagna sono di qualità migliore; oggi le minacce sono istrici, tassi, cinghiali, topi e persino cornacchie e salvarsi da tutti questi assalitori è assai arduo. Così spesso il gioco non vale la candela e molti appezzamenti di terreno coltivabili vengono abbandonati e col tempo diventano preda della vegetazione infestante.

Ma anche coltivazioni più professionali sono minacciate dall’invasione degli ungulati e le recinzioni devono essere sia interrate, per le intrusioni di tassi e cinghiali, che sviluppate in altezza, dato che i cervi superano agevolmente con un salto anche il metro e ottanta.

Per non parlare degli assalti dei ghiri e degli scoiattoli alle piante di nocciolo e di noce che in passato producevano la frutta secca per l’alimentazione invernale delle famiglie di montagna oppure ai danni creati a mele, pere, ciliegie da ghiandaie, cornacchie e volatili di ogni tipo

A ciò si aggiunge la presenza di insetti parassiti mai visti qui da noi fino ad una decina di anni fa che distruggono i frutti, come la terribile cimice asiatica, che si sta diffondendo a ritmi impensabili, od altri che assalgono anche le piante ornamentali, come il verme verde del bosso, una piralide proveniente dall’Asia, che distrugge sistematicamente le siepi di bosso e le riduce a scheletri rinsecchiti.

Per non parlare di parassiti pericolosi per l’uomo che  vengono veicolati dai selvatici: primo fra tutti alcune varietà di zecche la cui puntura inocula la borrelia o malattia di Lyme che nell’uomo può colpire anche il sistema nervoso, il cuore e le articolazioni e che è in costante aumento anche  qui da noi in Toscana (secondo i dati dell’Ente regionale  nell’anno in corso, fino al mese di luglio, si sono registrati 24 casi di  questa malattia, di cui ben 14 nel settore  ASL Toscana-Centro, cioè il 70% del totale).

Insomma è penoso e avvilente essere quasi impotenti di fronte ad assalitori, così agguerriti anche perché complice di questo assedio è un senso quanto mai opinabile della biodiversità

Gli 800 anni del Cantico delle creature

Per convenzione si festeggiano quest’anno gli 800 anni dalla composizione del Cantico delle creature da parte di San Francesco d’Assisi, anche se probabilmente l’opera risale al 1224.

Questo inno alla vita universale è innanzi tutto una lode a Dio per ciò che ha creato, ma ha come interlocutore privilegiato l’uomo, che gode di tutti quei doni. E quando il Santo parla della “nostra madre terra” aggiunge che essa deve mantenerci, allevarci e alimentarci, secondo la più antica tradizione biblica inaugurata dal libro della Genesi. Seppure nel rispetto di tutte le creature è l’uomo il primo beneficiario del creato e ad esso è riservato il compito di custodirlo, con umiltà, intelligenza e con buon senso. Eppure da qualche tempo si assiste ad una divinizzazione della natura e sembra quasi che l’essere umano non sia considerato parte integrante della biodiversità e che animali e piante siano quasi umanizzati, anche se solo l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio.

Allora dobbiamo decidere se l’uomo appenninico e quello alpino sono esseri naturali, che hanno bisogno dei loro spazi vitali oppure devono scomparire in nome di una astratta e ideologica concezione del mondo naturale, secondo cui i nostri fratelli cinghiali, i cervi, gli istrici e persino le cimici asiatiche e le zecche hanno più diritti di noi e possono impunemente assediare i nostri fragilissimi fortini.


Maurizio Ferrari

Maurizio Ferrari, sambucano di origine, ha insegnato Lettere per 38 anni nelle Scuole superiori pistoiesi. Ora è imprenditore agricolo e si sta impegnando nella promozione e nel rilancio del territorio appenninico come Presidente dell'Associazione "Amo la montagna APS" che si è costituita nel 2013 e che ha sede a Castello di Cireglio.Ha collaborato per 25 anni alla rivista "Vita in Campagna", del gruppo "Informatore Agrario". Recentemente ha pubblicato alcune raccolte di racconti ispirati alla vita quotidiana di Sambuca, dal titolo :"Dieci racconti sambucani"; "La mia Sambuga" e "Cuori d'ommeni e di animali", nonché una favola per bambini, "La magìa della valle dimenticata" illustrata dagli alunni della scuola elementare "P.Petrocchi " di CIreglio (Pistoia)