Editoriale  |  giugno 20, 2025

Le narrazioni mediatiche che offendono la montagna

E’ molto diffusa l’abitudine di incuriosire i telespettatori con rappresentazioni bucoliche delle terre alte e di chi ci vive. Ne emerge un quadro deformante di paesi che si animano a comando. Il messaggio finale presenta ciò che non c’è, spesso uno spettacolo da cartolina illustrata. Eppure i mezzi di informazione potrebbero essere di grande aiuto per porre sul tappeto problemi e possibili soluzioni

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Immergersi nella natura è il mantra dei nostri tempi, anche se questo spesso si riduce ad uno slogan legato all’ignoranza totale di cosa siano la natura, la montagna e gli ambienti incontaminati.  Sembra più vicino al vero chi sostiene che l’approccio consumistico e l’ideologia del selfie, intesa come attestazione e, per così dire, timbro di presenza in un luogo, prevalgano su una frequentazione intelligente, curiosa e davvero intima.

Questo approccio “perverso” all’ambiente, e specialmente a quello montano, è supportato da narrazioni mediatiche che deformano la realtà, la piegano ad esigenze di share o di like.

Molte e famose trasmissioni televisive, ad esempio, hanno la cattiva abitudine di incuriosire i telespettatori con rappresentazioni bucoliche della montagna e di chi ci vive, insistendo su aspetti di quotidiana inconsuetudine o, ancor peggio, celebrando più il narcisismo e l’ottica dei conduttori che la realtà, quella vera.

Ne emerge spesso un quadro deformante, un teatrino in cui gli intervistati sono solo comparse di un canovaccio preparato altrove.

Paesi che si animano a comando

Penso che non sfugga a nessuno la rappresentazione di paesi che si animano a comando, nelle viuzze e nelle piazzette nelle quali si radunano per lo più anziani intenti a riproporre lavori antichi in abiti della tradizione secolare o improbabili convegni gastronomici imbanditi all’aperto o ancora allevamenti di galline che scorrazzano su prati verdi appena rasati per disegnare un quadro accattivante ma fuorviante, proprio perché innaturale.

Un osservatore smaliziato ed educato alla realtà potrebbe osservare che uno dei problemi più gravi della Montagna è lo spopolamento, che i lavori antichi sono scomparsi o sono sempre più rari e che le galline, se fossero davvero allevate sui prati, non lascerebbero nemmeno un filo di quella bell’erba verde che ci fanno vedere sugli schermi.

Insomma al “consumatore” finale di quel messaggio mediatico è stato sdoganato ciò che non c’è o, ancor peggio, uno spettacolo da cartolina illustrata, totalmente virtuale.

Un’occasione perduta?

Eppure la potenza dei media potrebbe davvero dare una grande mano alla comprensione della realtà, invece di occuparsene solo quando accadono catastrofi naturali o indotte dall’incuria e dall’abbandono da parte dell’uomo.

Le immagini e i messaggi suadenti che trasmettono non fanno dunque un buon servizio alla Montagna, vista a volte come il regno di Heidi, altre volte come riserva indiana oppure come rifugio dallo stress e dalla calura estiva e non, semplicemente, come luogo in cui e di cui si può vivere.

Di questo diluvio mediatico, già 37 anni orsono, Italo Calvino diceva quanto segue: “Gran parte di questa nuvola di immagini si dissolve immediatamente come i sogni che non lasciano traccia nella memoria, ma non si dissolve una sensazione di estraneità e di disagio”. Oggi la virtualità comunicativa ha preso ancora più il sopravvento rispetto all’epoca di Calvino ed è degna di nota una considerazione di Alessandro Ravaglioli che, a proposito di messaggi e immagini dei media, anche digitali, dice che “ci sono e non ci sono; sono lì ma non sono qui”, anche se poi afferma che si tratta di un nuovo approccio alla realtà, di per sé non negativo.

Purtuttavia questo tipo di realtà appartiene ad un mondo parallelo, intangibile, effimero e quello con cui dobbiamo sempre fare i conti è, invece, il mondo reale, che ha leggi precise e severe e non ammette ammiccamenti, distrazioni o lenti deformanti perché da esso dipende la vita di tutti noi esseri umani. Si, perché il pianeta, tanto per sfatare un luogo comune, non ammette virtualità ed ha potenti anticorpi per sopravvivere e prosperare, senza di noi, ancora per lunghissimo tempo.

Nelle immagini due suggestivi scorci di Piteglio (in homepage) e Cutigliano


Maurizio Ferrari

Maurizio Ferrari, sambucano di origine, ha insegnato Lettere per 38 anni nelle Scuole superiori pistoiesi. Ora è imprenditore agricolo e si sta impegnando nella promozione e nel rilancio del territorio appenninico come Presidente dell'Associazione "Amo la montagna APS" che si è costituita nel 2013 e che ha sede a Castello di Cireglio.Ha collaborato per 25 anni alla rivista "Vita in Campagna", del gruppo "Informatore Agrario". Recentemente ha pubblicato alcune raccolte di racconti ispirati alla vita quotidiana di Sambuca, dal titolo :"Dieci racconti sambucani"; "La mia Sambuga" e "Cuori d'ommeni e di animali", nonché una favola per bambini, "La magìa della valle dimenticata" illustrata dagli alunni della scuola elementare "P.Petrocchi " di CIreglio (Pistoia)