Fino agli anni ‘90 del secolo scorso i vescovi di Pistoia visitavano le nostre parrocchie montane, se non altro per celebrarvi le cresime. L’arrivo del Vescovo era un momento solenne e nei paesi si facevano feste per accogliere un ‘autorità pastorale così importante.
Poi, dall’inizio del nuovo millennio, complici lo spopolamento della Montagna, la mancanza di vocazioni ed il raffreddamento della spiritualità cristiana, tutto è cambiato e le visite pastorali dei vescovi si sono enormemente diradate, fin quasi ad annullarsi.
L’esempio storico di Scipione de Ricci
Uno degli esempi più fulgidi di attenzione alla gente di Montagna è certamente quello del Vescovo riformatore Scipione de Ricci, che resse le diocesi di Pistoia e Prato dal 1780 al 1791, con l’unico principio secondo cui “Un vescovo di altro non deve interessarsi che del vero bene della Chiesa”.
La sua amicizia con Pietro Leopoldo, che gestì la Toscana dal 1765 al 1790, e l’appoggio politico di quest’ultimo consentirono la nascita di molte parrocchie montane che in parte ancor oggi sopravvivono…
Nelle lettere, pubblicate dall’editore Olschki di Firenze nel 1990, che questo grande Vescovo inviò al Granduca, c’è tutta l’attenzione e l’affetto per le necessità spirituali e materiali della gente montanina.
Le numerose visite pastorali
Alle visite, tutt’altro che comode e facili, su questa nostra Montagna seguiva spesso una precisa rendicontazione al Granduca, a cui il Ricci suggeriva gli investimenti da fare per dotare i paesi di una adeguata organizzazione parrocchiale e per combattere l’ignoranza (anche dei preti) e la superstizione della gente.
A volte il nostro Vescovo chiedeva l’allontanamento di alcuni sacerdoti, come nel caso di Luc’Antonio Sichi di Cutigliano, malvisto dagli abitanti del luogo, oppure rispondeva alla supplica “…dei popolani di Casore del Monte dove il curato, e per l’ignoranza e per la sordida avarizia, dà giusto motivo di doglianza a quel popolo” o ancora a quella dei parrocchiani di Montagnana che protestavano contro il loro prete, fratello del curato di Casore, che incuteva soggezione e timore a quella gente e non dispensava i sacramenti se non quando gli faceva comodo.
Una precisa analisi dei bisogni dei montanini
Ma c’è un lungo passo nella lettera del 19 Luglio 1785 in cui il Vescovo fa un quadro preciso dei bisogni degli abitanti dell’alta Montagna pistoiese, cominciando dal popolo delle Piastre, “ove esiste la prima Posta dopo Pistoia, nella strada Modenese. Qui è un oratorio, ma piccolo dove si aduna tutto quel numeroso popolo circonvicino per ascoltare la santa messa nei giorni festivi”. Dipendendo l’oratorio dalla pieve di Cireglio, sarebbe stato utile creare una parrocchia “per dare un vero bene spirituale a quei popoli”.
Anche a Prunetta era necessario erigere una parrocchia perché “la lontananza dalla cura di Piteglio, l’altezza delle nevi che vi cadono nella stagione dell’inverno, l’impossibilità di mandarvi da Piteglio un prete che molte volte ha corso il rischio della vita, anco per la difficoltà di passare qualche rio, sono tutte ragioni per esaudire le istanze di quei popoli”. E, ricorrendo assai spesso nei borghi circostanti il cognome Ducceschi, il Ricci ne spiega l’origine: “Un tal Duccio, che sul fine del secolo XV, prese a livello alcuni terreni era quasi il solo che vi abitasse. I discendenti di lui si sono talmente moltiplicati che si è fatto un grosso borgo di famiglie quasi tutte chiamate Ducceschi che, unite ai due borghi della Cassarese alta e delle capanne, formano un numero di 53 famiglie”.
La cura di Cutigliano, poi, risultava troppo estesa ed era opportuno creare la parrocchia di San Leopoldo al Bosco Lungo (Abetone) e “nel luogo detto di Piano Asinatico (Pianosinatico), oltre la posta e locanda vi sono in vicino giro trenta e più famiglie alle quali, se non si assegna un parroco fisso, non è sperabile che possa in altra forma prestarsi la dovuta assistenza”. Inoltre “gli altri oratori di Pian degli Ontani e del Melo non sono meno necessari per riescire le case troppo lontane da Cutigliano, essendovene diverse distanti oltre che cinque miglia per vie malagevoli divise da torrenti precipitosi e per lo più coperte nell’inverno da qualche braccio di neve…La popolazione che potrebbe assegnarsi a questi due oratori, erigendoli in cure, sarà di oltre sessanta famiglie per ciascheduno”.
Da Gavinana a Pontepetri
Essendo troppo vasta la cura di Gavinana e presentando le strade molte difficoltà, il Vescovo Ricci propone al Granduca di creare nuove parrocchie: una a Maresca, dato che la popolazione di quest’ultimo paese assommava a circa 600 anime ed una a Pontepetri, al cui oratorio erano vicine almeno 50 famiglie delle cure di Gavinana, di Saturnana e delle Grazie di Piteccio.
Infine Bardalone, “…dove esiste un buon oratorio e un principio di canonica e pare che esiga anch’esso una cura a parte. L’essere questo vicino alla strada maestra e poco più di un miglio distante da Pontepetri mi aveva fatto venire nella idea di sopprimerlo e di aggregare le case più vicine alla strada regia a Pontepetri e rilasciare le altre a Gavinana; ma considerando che la popolazione è di circa 400 anime e che va sempre aumentandosi, credo bene di erigere quivi pure altra parrocchia”.
Pracchia e Orsigna
“Nella cura di Pracchia vi è, staccata affatto da quel luogo, una popolazione di 400 anime a cui presta assistenza un cappellano curato che risiede all’oratorio delle Volte, volgarmente detto all’Orsigna, dal fiume che sotto la bagna. Il luogo è così rovinoso che vedo necessario il costruire prontamente la chiesa e la canonica in un terreno che mi sembrò più sicuro e più nel centro della popolazione. Le acque sotterranee che dettero cagione ad una grossa rava (frana) sotto appunto alla chiesa, nascono nella sacrestia e le crepature che sono nella chiesa medesima fanno temere che possa tutto quell’edificio precipitare all’improvviso nel fiume… La via che conduce da Pracchia all’Orsigna è quasi impraticabile anco nella estate giacché …è necessario passeggiare più di un grosso miglio sul letto di quel rovinoso torrente o bisogna condurvisi per vie poco migliori, traversando per due o tre miglia lo stato bolognese”.
Le parrocchie nel territorio di Sambuca pistoiese
Escluse le chiese di Sambuca e di Treppio, che evidentemente non avevano bisogno di alcun provvedimento, su quella di Frassignoni il Ricci manifesta molte perplessità: “Quello che è più deplorabile in questo luogo è il totale abbandonamento di quel popolo. Il parroco è vecchio e imbecille per il soverchio uso di vino. Un buon prete, a cui ho raccomandata la cura provvisionalmente, è settuagenario e quasi cieco. Agli altri che vi sono non posso in alcun modo affidarla”.
La parrocchia di Lagacci aveva la messa solo una volta alla settimana, nonostante la numerosa gente che però “… è priva affatto di istruzione e senza un curato è impossibile procurarle qualche assistenza”.
Sambuca, quella in cui il popolo era” meglio istruito” costituiva la parrocchia più popolata, tanto che il Ricci propone al granduca Leopoldo di suddividerla e di crearne altre due, a Campeda e a Posola; anche dopo lo smembramento alla cura di Sambuca sarebbero rimaste ancora 800 anime. A Posola, il Vescovo rammenta la presenza di 40 famiglie e a Campeda di 23 che “per 6 mesi all’anno rimangono staccate affatto e divise da ogni umano commercio. In più le strade sono disastrosissime e quasi impraticabili nella estate”.
Di Pavana si lamenta il pessimo stato della canonica e la mancanza pressoché assoluta della congrua, cioè dei contributi pubblici, mentre la chiesa di Treppio “… è assai bella e ben corredata, ha una canonica molto propria né vi è bisogno che di fare il comodo di abitazione per i cappellani”.
Per quanto concerne la parrocchia di San Pellegrino al Cassero si afferma che è nelle proprietà delle famiglie Gherardini e che il parroco, essendo ricco, aveva provveduto ai primi bisogni della chiesa.
Alcune note, poi, sulle parrocchie di Fossato e Torri, due sorvegliate speciali, perché i rispettivi preti avevano tentato di appropriarsi dei beni ecclesiastici; di questo andazzo lo stesso Scipione si era accorto durante una sua visita pastorale sui luoghi.
Infine una notizia sull’oratorio di Pian del Toro: un erede della potente famiglia dei Pazzi di Firenze si stava occupando della sua conservazione.
Il Vescovo, dunque visitava la Montagna, conosceva i pregi e i difetti della gente, ma in fondo prevaleva in lui un senso di pietà, di comprensione e di solidarietà verso chi abitava paesi e borghi in condizioni estremamente difficili di miseria e di stenti.
