Ambiente  |  maggio 26, 2025

I boschi appenninici stanchi e avvinti. Dalla burocrazia e dall’edera

Gli effetti negativi di norme minuziose e sempre più restrittive a livello centrale e regionale. Troppe leggi (e pochi controlli) hanno come risultato un dissesto generalizzato. Senza una vera condivisione delle comunità locali non si possono affrontare e quindi risolvere i problemi alla radice

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I boschi aggrediti da un eccesso di verde a causa dell'incuria

In primavera la vegetazione ricopre ogni cosa e, guardando da lontano, tutto sembra una grande e armonica distesa punteggiata da tante sfumature di verde.

Sempre vista da lontano questa distesa appare rigogliosa e assolutamente non bisognosa di cure da parte dell’uomo. Inoltre dal punto di vista normativo tutto sembra essere tutelato adeguatamente da una moltitudine di norme, decreti, adempimenti restrittivi che sembrano garantire una ottimale gestione dei nostri boschi. Ci sarebbe, dunque, da vivere tranquilli in una botte di ferro, anche perché a livello nazionale è stata recentemente promulgata una legge quadro, il Decreto Legislativo 3 Aprile 2018 n.34, che intende tutelare completamente e organicamente boschi e foreste nazionali.

Tuttavia chi è abituato ad osservare (e non a guardare) e chi si addentra davvero nei nostri boschi, vede qualcosa di diverso.

Virtualità normativa e realtà: due mondi agli antipodi

E’ una virtù italica, ma negli ultimi anni anche europea, quella della bulimia normativa che garantisce la forma e ignora ipocritamente la realtà delle cose. Vengono in mente le gride che l’avvocato manzoniano Azzeccagarbugli sciorina ampiamente, sulla base delle quali tutto risultava normato e previsto dalla legge, salvo scoprire da parte del povero Renzo che tutto rimaneva confinato sulla carta.

Per rendersi davvero conto dello stato dei nostri boschi, specialmente quelli cedui, bisogna osservarli da vicino nel periodo invernale e allora lo scempio derivato dall’abbandono e dall’incuria risalta in maniera inequivocabile.

Ovunque intrichi di arbusti e  rovi, alberi caduti, ceppe rinsecchite,  invasioni di casce, spesso ricoperte d’edera, il cui peso non di rado le fa stramazzare al suolo col pane di terra, creando piccoli smottamenti e dilavamenti del terreno, danni  irreparabili al novellame vegetativo causati dagli ungulati,  antichi muretti a secco di contenimento distrutti dai cinghiali, frane di intere scarpate anche sulla viabilità montana principale e secondaria, fossi ingombri di piante secche cadute e intraversate negli alvei, ramaglie rinsecchite che sono facile esca per incendi distruttivi.

Eppure le norme sono ossessivamente minuziose a livello centrale e regionale, anzi sembra che ci sia una gara perversa a puntualizzarle in modo sempre più restrittivo.

Ma troppe leggi (in Italia sono dieci volte di più di quelle francesi), peraltro scritte male e concepite dietro le scrivanie, nascondono spesso l’inerzia, talvolta anche l’anarchia, aggravata dall’assenza di controlli. Il risultato finale è un dissesto generalizzato che solo un’accurata opera di prevenzione legata ad una visione politica illuminata possono col tempo mitigare.

Il bosco: bene comune

Detto questo dovrebbe essere necessaria una profonda riflessione collettiva: se il bosco è unanimemente ritenuto un bene di interesse comune, se gli enti pubblici (Stato, Regioni e Amministrazioni comunali) sono deputati a  disciplinarne gli usi, se questi enti non sono in grado, per vari motivi, di gestirli e se i risultati di legislazioni sempre più vincolanti sono quelli che adesso ogni persona dotata di buon senso e di libertà intellettuale può osservare quotidianamente, ha senso continuare a produrre norme che non tengano conto della realtà vera, dell’opinione delle comunità locali e infine  degli stessi  proprietari di boschi, costretti di fatto ad abbandonare i loro beni piuttosto che trovarsi  impaniati nelle venefiche ragnatele di una burocrazia incomprensibile?

Se ci ricordiamo dei boschi che ci avevano lasciato i nostri nonni non si può non arrossire di vergogna. Allora le leggi forestali erano ridotte all’essenziale, ma erano affiancate e supportate da una sapienza e da competenze antiche, forgiate sull’esperienza individuale e collettiva di secoli. Oggi, invece, si intende legiferare ex cathedra, sulla base di principi ideologici che non hanno nulla a che fare con le sempre più ignorate esigenze locali.

Si dirà che in punta di diritto le cose sono ben più complesse e di non facile gestione, ma a forza di guardare la punta si perde di vista il corpo del diritto, che consiste nella disciplina ordinata e armoniosa delle esigenze pubbliche e private, senza che le une prevalgano sulle altre e viceversa.

Tornando al bosco, si deve capire che le norme, da sole, e tanto meno quelle estremamente restrittive e punitive, non risolvono nulla e che se non sono condivise dalle comunità locali, servono soltanto a riempire scaffali e ad alimentare convegni in cui si esercita l’intramontabile bizantinismo italico.


Maurizio Ferrari

Maurizio Ferrari, sambucano di origine, ha insegnato Lettere per 38 anni nelle Scuole superiori pistoiesi. Ora è imprenditore agricolo e si sta impegnando nella promozione e nel rilancio del territorio appenninico come Presidente dell'Associazione "Amo la montagna APS" che si è costituita nel 2013 e che ha sede a Castello di Cireglio.Ha collaborato per 25 anni alla rivista "Vita in Campagna", del gruppo "Informatore Agrario". Recentemente ha pubblicato alcune raccolte di racconti ispirati alla vita quotidiana di Sambuca, dal titolo :"Dieci racconti sambucani"; "La mia Sambuga" e "Cuori d'ommeni e di animali", nonché una favola per bambini, "La magìa della valle dimenticata" illustrata dagli alunni della scuola elementare "P.Petrocchi " di CIreglio (Pistoia)