Il sistema viario della nostra montagna fa acqua da tutte le parti: incuria, abbandono, penuria di risorse producono, direttamente o indirettamente, disagi importanti ad aziende e singoli cittadini, specialmente i più fragili. Quando piove, le strade si trasformano in fiumi, perché le cunette non vengono mai ripulite e quando nevica o tira vento gli alberi, che incombono pericolosamente sulla sede stradale, cadono e intralciano il traffico. Per non parlare delle buche e del dissesto dei manti stradali, delle frane, dei piccoli smottamenti, delle perdite di sostanze oleose da mezzi vetusti che sono una minaccia sempre costante per l’incolumità pubblica, tanto che prendere l’auto al mattino per andare a lavorare è sempre un viaggio verso l’ignoto.
Le responsabilità sono legate all’inefficienza degli enti preposti alla manutenzione, siano essi statali, regionali, provinciali o comunali. Ma non è stato sempre così.
L’antica figura del cantoniere
Quelli che rimpiangono il passato sono spesso tacciati di malinconia senile, ma in qualche caso hanno ragione. A gestire le strade statali c’è stata per lungo tempo la figura del cantoniere che aveva la mansione di tener pulito o ordinato un “cantone”, cioè un tratto di alcuni chilometri di strada.
Questa figura, nata ufficialmente per regio editto di Carlo Felice Re di Sardegna nel 1830, è scomparsa da più di mezzo secolo, ma chi non è più tanto giovane ricorda i cantonieri di un tempo, che abitavano nelle case ANAS, rese caratteristiche dal loro color rosso pompeiano, e che la mattina presto partivano in divisa, armati solo di zappa, pala e roncola, e percorrevano i 4-5 chilometri della strada di propria competenza. Ripulivano le cunette, tagliavano l’erba e facevano tutte quelle piccole operazioni, anche di prevenzione, che permettevano la sicurezza della circolazione. Nel 1966 vennero anche riconosciuti come Agenti giurati dello Stato.
Le case nelle quali vivevano le famiglie dei cantonieri erano linde, confortevoli e spesso circondate da giardini o prati e rappresentavano un evidente messaggio della dignità e del ruolo di chi le occupava. Inoltre erano state costruite in luoghi particolarmente belli, caratteristici e senza alcun risparmio di risorse pubbliche. Le strade statali, poi, sia la n° 64 che la n°66 (quelle più vicine a noi) erano delle vere e proprie opere d’arte, con soluzioni ingegneristiche e architettoniche di prim’ordine, compresi i muretti e le protezioni laterali ed avevano anche il merito di dar lavoro a tanta gente di montagna, impedendone di fatto lo spopolamento che poi è clamorosamente avvenuto.
Un cinquantennio di abbandono
Chi attualmente vede in quale stato di abbandono versano le case cantoniere della nostra montagna capisce che i tempi sono davvero cambiati. Anche oggi quelle case sono un simbolo, ma inverso rispetto a ciò che rappresentavano un tempo. Stanno crollando senza che enti pubblici o privati se ne facciano carico e chi vi passa vicino ormai non ci fa più caso, perché indignarsi costa fatica e per di più fa sentire l’indignato come un indiano in un mondo di cowboy.
E desta ancor più sdegno il fatto che oggi ci sono tecnologie e mezzi ben più moderni degli strumenti primitivi dei vecchi cantonieri e purtuttavia l’incuria attuale li fa davvero rimpiangere.
Qualche inversione di tendenza
Però, guardandosi intorno, si nota qualche inversione di tendenza che fa sperare in una certa forma di resipiscenza.
La Provincia autonoma di Bolzano nel 2024 ha assunto 58 nuovi cantonieri per la manutenzione della rete stradale dell’Alto Adige e lo stesso ha fatto nel 2023 la Provincia di Teramo che ne ha inseriti 10 nell’organico.
Sarà anche poca cosa, ma è un segnale di rispetto dei cittadini che abitano le zone periferiche e dei loro diritti spesso calpestati in nome delle logiche della produttività, dell’ottimizzazione delle risorse e degli algoritmi a cui ci ha abituato la gestione attuale della cosa pubblica.
Un articolo del 2017 sulle case cantoniere
Case cantoniere, un passato glorioso, l’abbandono di oggi. E un progetto futuro per recuperarle
