Le guerre sono estremamente prossime al confine europeo e tutti noi viviamo quotidianamente un clima di apprensione, specialmente gli anziani che conservano ancora nella mente le atrocità dell’ultimo conflitto mondiale.
Ma c’è di più, perché la grancassa di risonanza dei mass media usa parole di guerra anche laddove o quando la guerra non c’è, come nel caso di ALLERTA e ALLARME.
Per la verità anche le istituzioni si servono di questi due termini al fine di mettere in guardia la popolazione per ogni tipo di pericolo.
Dal punto di vista linguistico Allerta e Allarme non sono proprio sinonimi, perché il primo è una esortazione a stare attenti, mentre l’altro è un segnale di pericolo imminente; purtuttavia sono spesso usati come se volessero dire la stessa cosa.
Una psicosi di massa
Ci sono sociologi di fama che hanno definito la nostra “Una società psicotica”, perché incapace di gestire il quotidiano e le sue trasformazioni; altri hanno scelto la definizione di “Società liquida”, in quanto popolata da individui che percepiscono di vivere quotidianamente in un mare in tempesta senza una bussola rassicurante. A ciò si potrebbe aggiungere che la nostra è una società dissociata da una realtà sempre più complicata e problematica che stritola le coscienze e rende l’uomo fragilissimo e in balia di un unico idolo, il denaro e con esso il consumo.
In questa giostra perversa il bombardamento mediatico diffonde allarmi e allerte per ogni tipo di situazioni: dalla meteorologia alla criminalità, dalle malattie ai conflitti, dall’inquinamento all’alimentazione, dalle fake news alle insidie del web; tutto, insomma, costituisce allerte e allarmi.
Ma non viviamo, forse, nell’epoca della scienza e del benessere, delle grandi conquiste della ragione, delle certezze dell’economia, dell’incontrovertibilità dei numeri e del ruolo salvifico della tecnologia?
La riconquista di una dimensione naturale
C’è chi si meraviglia che molti giovani abbandonino lavori dipendenti con contratti a tempo indeterminato e ritornino alle case dei nonni, in campagna o in montagna, iniziando un’attività agro pastorale o riaprendo laboratori artigianali più legati alle tradizioni locali.
I sociologi si sbizzarriscono in analisi complesse, ma la spiegazione di questo fenomeno, ormai di portata continentale, potrebbe essere ben più semplice, cioè la voglia di riprendere in mano la propria vita in una realtà completamente diversa di cui sentirsi parte integrante e attiva, nella quale poter trovare un senso alla propria esistenza nel confronto e nella misura di se stessi.
E allora ecco l’aspirazione, sempre più tangibile, ad una dimensione naturale, fatta di riscoperta delle stagioni e di una realtà non ideologica o virtuale in cui ognuno possa sentirsi attore e sapiente equilibratore, ma anche promotore di un’economia circolare più rispettosa e più moralmente gratificante.
Ma saremo davvero preparati, noi che siamo stati allevati nelle comodità e negli agi, a vivere una vita più semplice e più naturale, dove occorre confrontarsi col silenzio e..con se stessi? Questa è una sfida, ma degna di essere affrontata.
