Ambiente  |  ottobre 7, 2020

Un grande piano per la manutenzione e la valorizzazione della montagna

L'occasione straordinaria delle risorse finanziarie europee per l'Italia: perché non destinarne una fetta alle terre alte? Perché non prevenire i disastri idrogeologici? Stanno sparendo i frutti del sottobosco, i castagneti non producono quasi più niente, i casciai hanno preso il sopravvento, i cinghiali devastano il terreno, frane e smottamenti sono all'ordine del giorno. L'acqua piovana scende a valle con una velocità tripla rispetto a 50 anni fa perché il tessuto boschivo non la tiene più. Un quadro desolante e pericoloso. Un ecosistema fragile da rivitalizzare con decisioni coraggiose e impopolari

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Chi ha conosciuto lo stato dei nostri boschi solo 50 anni orsono prova una pena infinita ad avventurarsi oggi per sentieri e stradelli che si perdono in un verde aggressivo e sconclusionato, fatto spesso di intrichi di pruni, di arbusti debordanti e e di alberi colonizzati e strozzati da fasci di edere. L’incuria e l’abbandono imperversano ovunque e si moltiplicano i danni che subisce il nostro ecosistema nella completa indifferenza di tutti.

I boschi, fra incuria e abbandono

Chi frequenta i boschi o perché è un cacciatore, o perché va a cercar funghi o perché semplicemente ama camminare vede come cambia anno dopo anno il panorama boschivo e come diminuisce inesorabilmente la vivibilità delle nostre aree verdi, se non vengono curate dalla mano dell’uomo. Spariscono i frutti del sottobosco, i castagneti, ormai inselvatichiti, non producono quasi più niente, gli smottamenti e le frane sono indice di una forte sofferenza dei suoli, branchi di cinghiali scavano buche e smuovono il terreno che verrà poi dilavato dalle piogge, il bosco ceduo implora il taglio per poter rinascere, i casciai hanno ormai preso il sopravvento e la protezione della biodiversità rimane confinata nel testo delle leggi e dei regolamenti forestali, solo virtualmente ineccepibili.

I rischi del futuro

Tra qualche tempo la grande piana di Pistoia-Prato e Firenze sarà circondata da una vera e propria foresta amazzonica, disordinata e incontrollabile, se non si prenderanno decisioni coraggiose e impopolari, se non si impedirà l’abbandono delle colline e della Montagna e se non si avvieranno azioni di recupero dei campi, delle radure, dei boschi, dei castagneti e di un’economia agro-silvo-pastorale e turistica di prossimità, capace di ricondurre ad un nuovo patto di convivenza e di interazione tra uomo e territorio.

Le osservazione di uno scienziato pistoiese del 1700

Se si legge la Relazione delle produzioni naturali del territorio pistoiese del medico e naturalista Antonio Matani c’è veramente da arrossire di vergogna confrontando quel panorama con lo strazio attuale. Intorno alla città di Pistoia prosperavano orti e giardini; la collina era disseminata di campi coltivati, di oliveti e frutteti; in montagna le selve di castagni erano curatissime e i boschi erano popolati da essenze botaniche di ogni tipo. C’è da aggiungere che la gestione del patrimonio forestale collinare e montano era in quel tempo disciplinata da poche ma stringenti leggi granducali e da controlli severi, perché i rischi derivati dall’incuria avrebbero potuto creare danni irreversibili, come afferma apertamente lo stesso Matani: “…devastandosi malamente gli Appennini non v’è dubbio che ne proverrebbe qualche pregiudizio ancora alla salute di quei che dimorano in Pistoia, in Prato, in Firenze e in altri luoghi della Toscana”. E ancora , sul problema del dilavamento dei suoli: “Il terreno, mancando dell’aiuto delle piante, si rovina più o meno con una proporzione corrispondente all’impeto delle piogge e disfacendosi le pendici delle montagne, la terra indebolita precipita nei torrenti dai quali è portata rapidamente nei fiumi” e , continuiamo noi, genera frane, smottamenti e devastazioni a valle. Sono tutte considerazioni della metà del ‘700.
Già allora c’era dunque una precisa coscienza ecologica derivata sia da gravi errori precedenti, come lo sfruttamento intensivo legato all’industria del ferro che nel 1500 e nel 1600 aveva depauperato il patrimonio forestale appenninico, ma anche da una visione d’insieme o, per dirlo con parole d’oggi, da un piano chiaro e integrato di politica territoriale, che nella nostra epoca di superlaureati, di esperti e di tuttologi è ancora in divenire.

La montagna è ormai un’emergenza nazionale

Ciò di cui non ci si vuol rendere conto è che la montagna è già un’emergenza locale e nazionale e che non possono essere procrastinate scelte e decisioni precise in merito. Intanto una fetta delle risorse che l’Unione Europea ha riservato al nostro Paese, dovrebbe essere destinata ad un grande progetto per la manutenzione e la valorizzazione delle Terre alte che darebbe lavoro a tanta gente e che potrebbe una volta tanto prevenire invece che curare ex post, i disastri idrogeologici che incombono su un ecosistema fragile come il nostro. Poi occorre prendere vera coscienza che c’è un abisso tra Paese reale e Paese virtuale e che la narrazione ideologica di un ambiente contrasta spesso col vero volto di esso. Inoltre non si può legiferare concedendo di volta in volta benefici ora ad una lobby ora ad un altra oppure a fini elettoralistici o di immagine, perché così si perde di vista il bene comune e la sua corretta gestione .

I boschi sono la metafora della nostra Montagna

A guardar bene non c’è nient’altro che renda meglio l’idea dello stato attuale della nostra Montagna. Eccetto qualche rara eccezione i boschi sono confusi, anziani, depressi, trascurati, in balìa degli agenti naturali, un po’ come buona parte della popolazione che abita tutti i nostri paesi, che ormai non si aspetta più niente da nessuno e ci continua a vivere perché ci è nata su questi monti e da essi ha preso l’imprinting, come i pulcini da una chioccia. Ma come si fa a non rendersi conto che proprio i boschi sono un bene indispensabile alla nostra salute ed alla nostra sicurezza e che potrebbero essere anche una preziosa risorsa economica?

La corsa senza freni dell’acqua a valle

Che ci aspetta. Diversi studi idrogeologici condotti nel territorio pistoiese hanno dimostrato che una certa quantità di acqua piovana scende a valle con una velocità tripla rispetto a 50 anni fa, proprio perché il tessuto boschivo, che avrebbe il compito di trattenerla, è costituito da alberi vecchi e in molti casi moribondi che hanno bisogno assoluto di essere ringiovaniti con tagli vivificanti anche il loro apparato radicale; i soprassuoli, poi, si sono isteriliti e i muschi, vere e proprie spugne naturali, sono ormai rari in ciò che resta dei nostri castagneti.

Proviamo a rispondere ad alcune domande?

Allora le domande che si fa ogni montanino che ha i piedi per terra sono le seguenti: C’è qualcuno a cui giova questo abbandono? Qual è il fine ultimo che ci è riservato: quello di vivere tutti in megalopoli, inscatolati come sardine? E il Covid cosa avrebbe insegnato? Perché compriamo il pellet e il legname dall’estero? Perché importiamo castagne e farina dolce? Perché la politica investe solo laddove raccoglie più voti? Perché nessuno pensa più al futuro e si vive col paraocchi, tutti rincretiniti da narrazioni mediatiche virtuali? Perché ci si strappa le vesti ad ogni catastrofe naturale senza pensare alla prevenzione? A quale tipo di economia ci siamo piegati? E così via dicendo.
Fatto sta che oggi tutti cerchiamo la libertà e la pretendiamo (ma che tipo di libertà?); però il problema vero è che ci sono pochi uomini liberi, di dire, di fare, di battersi per grandi cause, senza dover render conto a niente e a nessuno, solo aspirando al supremo obiettivo del bene comune, una missione per veri e illuminati politici.


Maurizio Ferrari

Maurizio Ferrari, sambucano di origine, ha insegnato Lettere per 38 anni nelle scuole superiori pistoiesi. Ora è impegnato nella promozione e nel rilancio del nostro territorio montano come presidente dell'associazione "Amo la montagna", che si è costituita due anni fa e che ha sede a Castello di Cireglio. Da 25 anni collabora con la rivista "Vita in campagna" del Gruppo "Informatore Agrario". Recentemente ha pubblicato il libro "Dieci racconti sambucani" ispirati alla vita quotidiana ed alla gente di Sambuca Pistoiese.