Editoriale  |  aprile 12, 2020

Medici e infermieri, “eroi” involontari di un’Italia malata

L'emergenza Coronavirus ha riproposto l'uso e l'abuso di questo termine. In realtà dovrebbe essere sufficiente mettere nelle migliori condizioni possibili di operare chi salvaguardia i cittadini e ne garantisce la sicurezza e la salute. Non confondiamo l'eroismo con lo spirito di servizio e con lo scrupoloso attaccamento al proprio lavoro. Sono galantuomini, al maschile e al femminile, che lavorano con passione e sacrificio. Con i quali occorrerebbe essere più comprensivi e riconoscenti anche in tempi meno problematici

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Sarà per deformazione professionale di chi ha insegnato Storia per decenni, sarà per il fastidio personale nei confronti di epiteti comuni e di frasi fatte, ma sentir rammentare spessissimo la parola “eroe”, ogniqualvolta eventi nefasti si abbattono sul nostro paese, mi sembra una stonatura non da poco, che rasenta l’ipocrisia.

Gli eroi di turno

A turno diventano “eroi” nazionali gli uomini della Protezione civile e i Vigili del Fuoco, in caso di terremoti e incendi, le Forze dell’Ordine, quando la Criminalità attacca pesantemente i gangli dello Stato, o i Medici e gli Infermieri, allorché una pandemia come il Covid-19 miete decine di migliaia di vite e paralizza la nostra vita sociale.

Sventurata la terra che ha bisogno di eroi

Allora si fa pressante il dubbio che abbia ragione Bertolt Brecht quando afferma che “E’ sventurata la terra che ha bisogno di eroi”, perché dietro atti definiti “eroici” c’è spesso una reazione estrema a situazioni di impotenza, di disorganizzazione, a condizioni di superficiale approssimazione e di carenza di progettualità e di una salda visione del futuro.

Insomma, hanno bisogno di “eroi” le società che hanno smarrito il senso profondo di comunità o che versano in gravi pericoli oppure quelle che edificano ex novo le fondamenta del proprio esistere.

Gli eroi del passato

Partendo da molto lontano nel tempo, Muzio Scevola (VI sec. a.C) fu promosso ad eroe per aver immolato la propria mano sinistra al fine di salvare la Repubblica romana dal re Etrusco Porsenna; oppure Enea, figura leggendaria creata dal poeta latino Virgilio (I sec. a C), assurto ad “eroe” col compito di esaltare la stirpe romana e il principato di Augusto; oppure, molto più vicino a noi, Enrico Toti, giovane patriota che muore da “eroe” nel 1916 combattendo contro gli Austriaci, contro i quali scaglia la mitica stampella, al tempo in cui molti giovani della classe ’99 andavano a morire spesso senza sapere il perché.

E di esempi di “eroi” funzionali ad un progetto politico o d’altro tipo se ne potrebbero fare a bizzeffe.

Siamo sicuri che servano gli eroi?

Ma ad uno Stato come il nostro, con solide basi costituzionali, siamo sicuri che servano gli “eroi” o che invece dovrebbe essere sufficiente mettere nelle migliori condizioni possibili di operare coloro che salvaguardano i cittadini e ne garantiscono la sicurezza e la salute affinché svolgano il proprio lavoro con mezzi e protezioni adeguati e con livelli minimi di pericolo?

La misura della forza delle istituzioni

La forza e la credibilità delle istituzioni si misura proprio sulla fiducia che esse sanno trasmettere ad ogni singolo cittadino e ad ogni singolo servitore dello stato, in modo tale che tutti, anche nelle situazioni più eccezionali, si sentano protetti e sicuri che un intero popolo è lì a supportarli.

Oggi è la volta di medici e infermieri ad essere definiti gli “eroi” di turno, ma un Paese normale e moderno non deve confondere l’eroismo con lo spirito di servizio, con la deontologia professionale e con lo scrupoloso attaccamento al proprio lavoro, che in realtà è ciò che mettono in pratica le categorie sanitarie in questo disgraziato momento della nostra storia nazionale.

Veri galantuomini

Quindi non li definirei “eroi”, ma seri galantuomini (al maschile e al femminile) che svolgono il proprio dovere (ecco un altro termine dimenticato!) con passione e sacrificio e con i quali occorrerebbe essere più indulgenti e comprensivi anche in tempi meno problematici.

Credo che una frase di Luigi Pirandello sia più definitiva di tante altre conclusioni; nel “Piacere dell’onestà”, l’illustre drammaturgo siciliano afferma: “E’ molto più facile essere un eroe che un galantuomo. Eroe si può essere una volta ogni tanto; galantuomo si dev’essere sempre”.

 

Doni pasquali all’ospedale San Jacopo di Pistoia

PISTOIA – Alcune immagini della vigilia di Pasqua all’ospedale San Jacopo di Pistoia che, come tantissimi presidi ospedalieri, sta affrontando un periodo complicatissimo a causa dell’emergenza Coronavirus.

Nei due scatti in alto centinaia di piante donate dalla Vannucci piante, una per ogni operatore sanitario: nelle foto la direttore del presidio ospedaliero la dottoressa Lucilla Di Renzo, insieme al dottor Gabriele Nenci referente area Covid-19.

Nelle immagini sopra: a destra l’uovo di Pasqua gigante arrivato ieri mattina nelle corsie del punto nascita del San Jacopo, donato da una nota ditta pistoiese di beverfood pistoiese alla presenza del Sindaco Alessandro Tomasi e del direttore del presidio ospedaliero Lucilla Di Renzo. La consegna del mega-uovo alle ostetriche del reparto è stata organizzata tra il direttore dell’azienda Diego Ferradini, la dottoressa Stefania Magnanensi, coordinatrice infermieristica e il dottor Rino Agostiniani, direttore della pediatria.

Sopra a sinistra: i due nuovi ventilatori consegnati in questi giorni grazie a Banca Alta Toscana. I dispositivi saranno utilizzati nella terapia intensiva diretta dal dottor Leandro Barontini.

 

 

 


Maurizio Ferrari

Maurizio Ferrari, sambucano di origine, ha insegnato Lettere per 38 anni nelle scuole superiori pistoiesi. Ora è impegnato nella promozione e nel rilancio del nostro territorio montano come presidente dell'associazione "Amo la montagna", che si è costituita due anni fa e che ha sede a Castello di Cireglio. Da 25 anni collabora con la rivista "Vita in campagna" del Gruppo "Informatore Agrario". Recentemente ha pubblicato il libro "Dieci racconti sambucani" ispirati alla vita quotidiana ed alla gente di Sambuca Pistoiese.