La ricerca, Pistoia  |  settembre 6, 2019

Storie dai boschi incantati. Novelle e mezze verità della valle del Brandeglio

Per le vie di Castel di Cireglio, un accrocchio di case con pochi abitanti, qualche letterato e… uno strano campanile. Un paese costruito sulle frane ma anche teatro di eventi distruttivi risalenti alle guerre tardo medievali. I nomi di aie e antiche piazze svelano segreti oggi non più visibili. Tanti i ritrovamenti, negli anni, di reperti archeologici risalenti all'età preromana e romana nel “paesuccio” di Policarpo Petrocchi ma anche a Cireglio, Villa e Le Grazie di Saturnana

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CASTEL DI CIREGLIO (PISTOIA) – Il buon vecchio Policarpo Petrocchi, che i più oggi conoscono a Pistoia solo per il nome di un viale cittadino e per quello dell’omonima scuola d’arte a lui dedicata, nella sua poliedrica produzione di letterato fu anche novelliere e come tale intitolò la sua raccolta Nei Boschi Incantati, lui che ai piedi dei boschi dell’Appennino pistoiese era nato.

Il territorio brandegliano

Con questo tributo ad uno dei padri della lingua italiana, unico che “osò sfidare” l’accademia introducendo la parola “conigliolo” nel suo vocabolario, indicandola come toscanismo, voglio iniziare una serie di contributi ispirati alle storie antiche e recenti del territorio brandegliano, legato alla valle del Serpente, alla pieve di Cireglio e al paese del Castello, dove tutt’ora esiste la casa natale del famoso Petrocchi pistoiese.

Il “paesuccio” di Petrocchi

Il monumento dedicato a Policarpo Petrocchi, all’ingresso di Castel di Cireglio e (sotto) la casa dove nacque e morì

 

Il paese, che ancora oggi appare in parte dimesso e schivo, non certo bello, ma con un non so che di selvatico e sincero, conserva sempre lo spirito di quel paesuccio che con tono non certo gentile il suo cittadino più illustre lo descrisse ne Il mio Paese. Si tratta di un accrocchio di case, raccolte su quattro piazze che ne dividono i quartieri ed un tempo anche le famiglie. In passato era un paese agricolo, popoloso come tanti altri borghi del nostro Appennino, legato alla coltivazione di cereali, patate, frutti e ortaggi, con una vocazione diffusa alla pastorizia e alla castanicoltura. Per posizione e altezza fortunata, era una delle ultime zone in quota dove si coltivavano viti e olivi, e la ricchezza d’acqua dei due torrenti chiamati entrambi Vincio (Vincio delle Piagge e Vincio di Brandeglio o di Cireglio), alimentavano mulini che si distribuivano da sotto il paese (primo fra tutti quello dei Malloggi) fino a Gello, ormai quasi alle porte di Pistoia.

La vallata del Brandeglio

Quella del Brandeglio può dirsi pertanto una vallata ricca, rispetto ad altre che si affacciano sulla pianura, dove la fortuna degli abitanti, a discapito dello spopolamento avvenuto fino dalla fine dell’Ottocento in favore del cercar fortuna nelle Americhe, fin dai primi del XX secolo veniva anche dal diventare, nel corso della stagione estiva, luogo di villeggiatura per intere famiglie della pianura, che fin da Firenze si recavano per tutti i mesi estivi in collina, alimentando un’economia virtuosa e solidale.

Pochi abitanti e qualche letterato

Dei tre negozi di alimentari oggi non resta più traccia e delle numerose famiglie che in passato vi abitavano, oggi resiste un nugolo minuto di storici abitanti a cui si sono aggiunti negli ultimi decenni alcuni nuovi residenti, che forti anche delle loro capacità di penna lo stanno rendendo nuovamente un “borgo letterario”. Personaggi eclettici come il professor Maurizio Ferrari con il suo amore per la montagna o l’archeologo romanziere Bert d’Arragon, oggi sono i nuovi fari culturali di questo borgo, schivi nel loro essere intellettuali da non venire considerati come tali nemmeno dai pochi abitanti del Castello. Vi potrete infatti imbattere nel professor Ferrari, adesso in pensione, mentre risale la strada principale del paese col suo trattore rosso fiammante, in canottiera e cappello di paglia; mentre il buon Bert, tedesco di origine, sonnecchia in terrazza sulla piazzetta del Cassero, tra lo sventolare di bandierine buddiste, oppure nella sua amaca tesa poco più sopra all’ombra d un’acacia (o cascia come diremmo noi che saltiam di grotto in grotto).

I nomi dei luoghi: uno scrigno del passato

 

  Sopra Capivilla

Cassero, ho detto. I nomi dei luoghi sono scrigno del passato e ci svelano piccoli segreti, oggi non più leggibili. Il paese si chiama Castello di Cireglio, e dai locali è chiamato Il Castello. Diciamo “vo al Castello” per dire vado al paese. Ma di un castello, il borgo non sembra apparentemente conservare fisicamente traccia. Non vi sono mura, né torri. Ma i nomi dei luoghi ci possono forse aiutare. Le quattro piazze su cui si articola si chiamano ancora oggi il Cassero, piazza del Monumento, l’Aia e Capivilla. La più recente come formazione è certo quella del monumento che prende nome dalla presenza del busto in bronzo di Policarpo realizzato nel 1909, che accoglie ridendo sotto i baffi chiunque si appresti a salire in paese. Ben più vecchia potrebbe essere la piazza dell’Aia, che è anche la più grande del paese e probabilmente, stando al nome, poteva essere utilizzata come spazio comune per svolgere lavori come battere il grano o le castagne. Bisogna infatti ricordarsi che in passato molte delle case possedevano essiccatoi al loro interno (i metati) posti talvolta anche all’ultimo piano, secondo un uso diffuso dall’Appennino pistoiese a quello ligure. Nell’Aia e nella altre piazze, a veglia, durante le sere estive, si trovavano ragazzi e adulti a spigolare le foglie di castagno che sarebbero state usate nell’inverno per fare i necci con i testi di pietra arroventati al fuoco.

Le antiche piazze di Capivilla e del Cassero

Molto più antiche sono le piazze di Capivilla e del Cassero. La prima posta a Sud Ovest, ma in posizione più elevata rispetto al borgo, indica che qui il paese finiva: è il “caput villae” in latino, la testa del paese, il punto sommitale. La seconda invece rivela l’origine medievale del borgo, indicando il punto fortificato più alto del sistema difensivo, il cassero appunto, che si trovava lungo un ipotetico circuito di mura. Non sarà un caso che poi, a poche centinaia di metri più a monte dal Cassero, nei pressi della grande casa de “Il Poggio”, si trovava un luogo chiamato “la Motta” e che potrebbe indicare la presenza di un apprestamento difensivo soprelevato, posto in prossimità del castello, al di sopra di un rilievo. Non si può tuttavia escludere anche il suo più semplice significato di “frana”.

Un villaggio costruito con e su macerie

La cappella seicentesca nei pressi del Cassero

Ad avvallare questa seconda ipotesi, potrebbe essere proprio la natura dei luoghi. Passeggiando per il paese e osservando le case non intonacate, potrete notare la presenza di numerose pietre di recupero. Si potrebbe quasi dire che è un villaggio costruito con e su macerie. È un borgo senza edifici religiosi antichi (se si esclude la cappella seicentesca nei pressi del Cassero), dotato di uno strano campanile la cui funzione di sola torre civica costituisce di per sé un’anomalia. Le sue pietre sono tutte di spoglio, recuperate da precedenti costruzioni: si notano soglie e bozze ben lavorate ma reimpiegate. Lo stesso si potrà cogliere se osserviamo i numerosi muretti a secco o se ci rechiamo nella piazza dell’Aia (o “all’Aia”, come dicono i locali), dove interventi di ristrutturazione negli anni Novanta hanno portato in luce la facciata originaria di una delle case poste a monte della piazza, che conserva un fregio floreale sopra il portone di accesso, databile per lo stile al XV-XVI secolo.

Il tutto era stato poi coperto da un muro di rinforzo e da una controfacciata, che ci indica un forte intervento di consolidamento avvenuto sicuramente in una fase post rinascimentale. Resti di un edificio di una certa importanza si conservano anche nella casa a monte di piazza Capivilla in cui foto d’epoca rivelano una facciata con finestre con archi di pietra, oggi purtroppo completamente perdute a seguito di sciagurati lavori edilizi degli anni Settanta del Novecento.

Un paese nato su una frana

Il paese geologicamente sorge su una serie di terrazze al di sopra di una grande frana, in parte ancora attiva. Probabili eventi franosi e sismici databili tra il XVI e il XVII secolo potrebbero essere all’origine delle sue forme attuali. Nel grande edificio de “il Poggio” si conservano murate nelle cantonate delle pietre iscritte con delle date (rispettivamente 1638 e 1654) una delle quali chiaramente di reimpiego in quanto con i numeri al contrario.

Fra storia e leggenda

Altri eventi distruttivi precedenti si potrebbero ricercare nelle guerre tardo medievali degli inizi del XIV secolo, che videro attorno agli anni venti del Trecento le truppe di Castruccio Castracani distruggere le castella, ovvero le fortezze e i borghi fortificati, del territorio tra Firenze e Pistoia, perché non diventassero rifugio per gli eserciti fiorentini. In quegli stessi anni, attorno al 1325, in sostegno delle truppe fiorentine contro Castruccio, arrivò da Napoli Carlo d’Angiò, Duca di Calabria, il quale fu determinate per la vittoria di Firenze. In quel frangente potrebbe essere da collegare l’arrivo di Ser Petrocco de’ Petrocchi considerato nella narrazione popolare l’originario capostipite di quei Petrocchi da cui discenderà il buon vecchio Policarpo, e che la leggenda vuole che fosse un capitano di ventura napoletano, divenuto in seguito capitano della Montagna. Se di un capitano di ventura di origine napoletana si trattasse, altro momento storico in cui poterlo collocare potrebbero altrimenti essere i fatti di ferrucciana memoria, con lo spostamento delle truppe militari di mercenari nell’Appennino pistoiese alle volte di Gavinana nel 1530.

L’antica chiesa di Cireglio

Ma tralasciando il mito e la leggenda e tornando alle possibili origini medievali, si può facilmente notare che per la sua posizione a volo d’uccello sulla vallata, il borgo sarebbe particolarmente vocato a essere una di quelle castella poste a corona della città di Pistoia, a controllo della valle del Brandeglio e di un percorso di fondamentale importanza in antico per l’attraversamento dell’Appenino attraverso il valico delle Piastre. Non è un caso che a Cireglio esistesse sin dal 998 una chiesa, divenuta dall’XI secolo pieve, dedicata a San Pancrazio e intitolata successivamente a Maria dopo la Controriforma del XVI secolo. L’edificio, sorto su precedenti strutture tardoantiche, era situato al centro del sistema viario e amministrativo del territorio vescovile, e distante (ma non troppo) dal borgo del Castello, che potrebbe avere avuto origine comunale.

I ritrovamenti di età preromana e romana

Anche se i segni evidenti del popolamento antico sono molto scarsi, la vallata è nota per ritrovamenti anche di età preromana e romana, che la legano in parte alla presenza ligure nell’Appennino pistoiese, ben documentata dalle fonti antiche e che gli archeologi riconoscono soprattutto nel modo di seppellire i defunti. Sul questo versante della montagna, a partire dagli inizi del XX secolo, sono stati rinvenuti i resti di alcune tombe databili tra il IV ed il I secolo a.C.. Si tratta del periodo in cui l’esercito romano è impegnato prima nelle guerre contro i Liguri e poi nella guerra civile legata alla figura di Catilina, la cui morte avvenne in territorio pistoiese, dove nel 62 a.C. si affrontarono le fazioni romane.

Sono anche gli anni in cui verranno fondate le colonie di Lucca (180 a.C.) e di Firenze (59 a.C.) oltre che l’avamposto militare di “Pistoria”, la futura Pistoia.

I ritrovamenti di cui venne data segnalazione ai primi del Novecento si datano tra la tarda età repubblicana e il periodo imperiale. Ai primi del Novecento, nei pressi di Cireglio furono recuperate in momenti diversi alcune monete di bronzo (oggi disperse) databili all’età romana età imperiale (I-III sec. d. C.). Nel 1922, nel piazzale della pieve di San Pancrazio a Cireglio, a seguito del rinvenimento fortuito di alcuni resti archeologici (furono rinvenuti laterizi, grandi recipienti in terracotta, resti architettonici in pietra, il frammento di una inscrizione su pietra ed un sarcofago), su autorizzazione della Soprintendenza alle Antichità vennero condotti degli scavi archeologici coordinati da Guido Macciò (allora direttore del Museo Civico di Pistoia ed Ispettore Onorario ai Monumenti) e dal parroco Luigi Scaffai, portando in luce i resti pertinenti alla pieve medievale e ad un articolato insediamento databile probabilmente alla tarda età imperiale (IV sec. d.C.).

I ritrovamenti di Luigi Petrocchi, nipote di Policarpo

Più vicino a Castello di Cireglio, nei pressi di Pian di Paolone, lungo la strada che da Le Fontanelle conduce verso le Piastre, in località nota oggi nota come Piranga, nel 1924 il maestro elementare Luigi Petrocchi, nipote di Policarpo, allora direttore dell’Istituto Conversini e precedentemente agente consolare in Brasile nel distretto di Bento Gonçalves, durante dei lavori nei pressi della sua azienda agricola rinvenne una sepoltura ligure in cassa litica databile al I secolo a.C.. Il corredo era composto da frammenti di un dolio, un’olla cineraria, un’olletta biansata, un piatto in terra sigillata italica usato come coperchio del cinerario, una fibula in bronzo, un anello in bronzo, un’ascia in ferro e cinque monete (quest’ultime databili tra il 136 e il 15 a.C.). Sempre Luigi Petrocchi, nelle sue proprietà presso il pian di Mumigliana, sulla strada che porta al Vincio di Montagnana, a valle di quella che conduceva all’abitato de Le Fontanelle, in località Campiglio, segnalò il ritrovamento di un sepolcreto con ben sei tombe a cremazione, i cui materiali vennero purtroppo dispersi.

Lo stesso Luigi Petrocchi negli stessi anni segnalò il rinvenimento nei pressi dell’abitato di Pupigliana di altre monete romane, oggi disperse, ma che potrebbero essere ricondotte ad un’altra sepoltura.

Ritrovamenti di tombe tra le Grazie e Villa di Cireglio

La presenza di tombe liguri su questo versante di territorio è ben attestata anche dai ritrovamenti di tombe tra le Grazie di Saturnana e Villa di Cireglio scoperte più recentemente. Si tratta di sepolture sempre a cassa litica, contenenti un vaso cinerario con i resti del defunto, un piatto o una ciotola posta a copertura dello stesso, e alcuni oggetti di corredo come alcuni vasi in in ceramica, talvolta collegati con un offerta di cibo per l’aldilà, armi (principalmente punte di lancia in ferro) o utensili con valore anche di arma come le asce in ferro nelle sepolture maschili e alcune monete romane, talvolta simbolicamente spezzate, che costituiscono l’obolo da dare a Caronte, il traghettatore degli Inferi, per essere ed essere trasportati oltre il corso del fiume infernale dello Stige.

Gli spiriti dei Boschi incantati

In paese si narra anche di altri ritrovamenti, come la tomba di un guerriero con tanto di spada, che vennero in passato rapidamente occultati e risepolti in fretta e furia, per paura forse di svegliare quegli spiriti dei “Boschi Incantati” che sovrastano la valle del Brandeglio, nascondendo piccole perle di segreti, nascoste nelle pieghe della storia e che alle volte il mito e la fortuna fa riemergere.


La Redazione

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