La ricerca  |  agosto 11, 2019

Quando nelle “selvi” si lavorava e si cantava

La cura dei boschi era estrema. In estate si facevano i lavori preparatori per la raccolta delle castagne di ottobre e novembre. Erano occasioni per stare insieme. Nascevano amori, si intonavano canzoni popolari di antica tradizione, poesie in ottava rima, melodie ballabili

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Le selvi (questo era il plurale usato dai nostri nonni), erano considerate quasi delle pertinenze delle abitazioni, anzi, venivano tenute meglio delle abitazioni stesse, come dei veri e propri giardini.

La cura delle selvi

La loro cura era estrema: si potavano i castagni, si asportavano i legni secchi, fino al più piccolo rametto, si sfalciava l’erba, si ripulivano le roste, si ammassavano i cardi della stagione precedente, si regimava l’acqua piovana nelle stradette che vi permettevano l’accesso.

Erano tutti preparativi per la raccolta delle castagne che cominciava tra Ottobre e Novembre.

I “preparativi” agostani

Già ad Agosto si selezionavano le foglie di castagno e si raccoglievano in manocchi (cioè, mazzetti) che venivano poi messi a seccare: servivano per fare i necci, sui quali stampavano un’impronta ed un aroma unici.

I lavori diventavano più intensi quando era tempo di coglier castagne; allora venivano prese ad opera le coglitore, giovani donne, con la pezzola in testa e gli scarponi ai piedi, che facevano giornata chine sulle roste, a pienar grembiuli e panieri di quei frutti che consentivano alla montagna di sopravvivere.

Nelle selvi sbocciavano amori

Oggi non canta più nessuno, anche se lavora all’aperto, ma allora nelle selvi risuonavano canti e melodie, sbocciavano amori e si creavano occasioni sociali.

Mio nonno mi raccontava che dalle parti di Pianosinatico si andava a cercare le coglitore lombarde (venivano chiamati lombardi quelli che abitavano nel versante modenese), perché erano più svelte e più disponibili (naturalmente in senso buono!) e mio zio si innamorò proprio di una di queste ragazze.

Un altro zio, poi, aveva della selva ricordi pruriginosi perché lì erano stati concepiti i suoi due figli maschi. Per lui, la selva era più “stimolante” della camera da letto ed il sottobosco muscoso più comodo di un materasso in piume d’oca.

I canti popolari

Ho detto che i boschi e i campi risuonavano allora di canti melodiosi; basta leggere molti racconti ambientati sulla Montagna pistoiese o ascoltare i ricordi di qualche ottantenne in gamba per aver testimonianza di ciò. Si udivano canzoni popolari di antica tradizione, poesie in ottava rima, melodie ballabili, rispetti e tanto altro ancora.

I personaggi e le situazioni cantate appartenevano alla vita quotidiana: ai lavori dei campi e dei boschi,agli amori, all’emigrazione, al distacco da una persona amata, alla malinconia ed alle gioie del vivere.

Anche le coglitore erano nel contempo interpreti e personaggi delle canzoni stesse; mi ricordo una strofa del Punt’e tacco, che cantava sempre mio nonno e che fra l’altro diceva :

 

Questo l’è il Punt’e tacco,

Quello che m’innamora

La bella coglitora

Sola sola s’innamorò.

 

Oh come brillavano gli occhi a mia madre (forse perché si riconosceva nel testo della canzone) quando intonava così:

 

E la mi’ mamma mi vol dar marito

E la mi’ mamma mi vol dar marito

E la mi’ mamma mi vol dar marito

E mi vol dar la rocca del castello.

 

La rocca del castello non la voglio

La rocca del castello non la voglio

la rocca del castello non la voglio

Voglio quel morettin che l’è più bello

 

Tempi duri ma meno stress

Non dico che quei tempi siano stati migliori da tutti i punti di vista, perché la vita era durissima a causa di malattie, guerre ecc, ma sicuramente erano tempi meno stressanti, meno arroganti e meno egoisti, tempi in cui ci si accontentava di poco e non si pensava ad accumular denaro anche a discapito del prossimo; tutt’al più, se avanzava qualche lira, si comprava un campo, una selva o qualche animale, perché l’unica forma di ricchezza era legata alla terra, alla terra intesa anche come valore morale, da cui oggi ci siamo colpevolmente allontanati.

Il “senso” del canto

Ecco, allora, perché si cantava nelle selve: ci si sentiva parte di un’unica dimensione naturale e si godeva di quel poco che consentiva di vivere, con l’orgoglio di provvedere a se stessi e di riuscire a campare del proprio lavoro.

E poi, intonare una canzone popolare era come stare in compagnia con gli avi, rivisitarli ogni giorno ed ogni giorno essere ammaestrati da essi.

Insomma, una scuola di vita a cielo aperto.


Maurizio Ferrari

Maurizio Ferrari, sambucano di origine, ha insegnato Lettere per 38 anni nelle scuole superiori pistoiesi. Ora è impegnato nella promozione e nel rilancio del nostro territorio montano come presidente dell'associazione "Amo la montagna", che si è costituita due anni fa e che ha sede a Castello di Cireglio. Da 25 anni collabora con la rivista "Vita in campagna" del Gruppo "Informatore Agrario". Recentemente ha pubblicato il libro "Dieci racconti sambucani" ispirati alla vita quotidiana ed alla gente di Sambuca Pistoiese.