Una Montagna di Parole, L'arte artigiana  |  marzo 9, 2019

Madia e cassapanca amiche delle case di montagna

Non mancavano mai nel mobilio spartano di un tempo. La prima aveva la doppia funzione di piano di lavoro e conservazione degli alimenti, la seconda fungeva da contenitore e da seduta. Il nome madia deriva da magida, che significava “grande vassoio da cucina”, il secondo era la somma di due nomi, la cassa e la panca

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Una madia

Le nostre case di oggi sono strapiene di tutto. L’arredamento essenziale è poca cosa di fronte alle cataste di suppellettili e ninnoli vari che ingombrano le cucine, i salotti, le camere e i bagni.

Nelle abitazioni dei nostri nonni montanini si celebrava, invece, la più assoluta parsimonia. Ma tra il mobilio spartano non mancavano di certo madia e cassapanca, che avevano un ruolo fondamentale nella produzione e nella conservazione degli alimenti.

Nella parte superiore della madia, si impastava, si lavorava la farina e vi si riponeva il pane rustico, mentre la parte inferiore, munita di cassetti e sportelli serviva per le stoviglie o per conservare altri alimenti

La cassapanca, come dice il nome stesso, serviva sia da contenitore di farina o altro, sia da seduta, tanto che alcune cassapanche più artistiche erano dotate di spalliera e braccioli.

Come difendersi dai roditori

La cosa più interessante era la soluzione adottata per evitare che i roditori si insinuassero in questi preziosi mobili e divorassero pane e farina: all’interno di madie e cassapanche si mettevano rametti di pungitopo o di agrifoglio, le cui foglie spinose scoraggiavano gli intrusi. Non a caso la parola “pungitopo”, è legata proprio a questa funzione della pianta.

La derivazione dei nomi

Il termine madia deriva dal latino magida, che significava “grande vassoio da cucina”, ma nel Medioevo la madia era anche il piano di lavoro degli orefici.

Più facile l’etimologia di cassapanca, parola composta da cassa+panca. Il primo è un termine latino (capsa = scatola, cassetta), mentre il secondo è di origine longobarda ed è imparentato con banca, parola, quest’ultima, che ha avuto ben altra storia e fortuna.


Maurizio Ferrari

Maurizio Ferrari, sambucano di origine, ha insegnato Lettere per 38 anni nelle scuole superiori pistoiesi. Ora è impegnato nella promozione e nel rilancio del nostro territorio montano come presidente dell'associazione "Amo la montagna", che si è costituita due anni fa e che ha sede a Castello di Cireglio. Da 25 anni collabora con la rivista "Vita in campagna" del Gruppo "Informatore Agrario". Recentemente ha pubblicato il libro "Dieci racconti sambucani" ispirati alla vita quotidiana ed alla gente di Sambuca Pistoiese.