Una Montagna di Parole  |  febbraio 16, 2019

Quando a letto c’era… il foco

Un tempo le case erano molto fredde, a parte le cucine. Per questo, sotto le coperte, si usavano il “prete” e lo scaldino che si accendeva alcune ore prima di coricarsi. Quel tepore rappresentava un rifugio accogliente

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Due "preti" su un letto

Le abitazioni dei nostri nonni erano tutt’altro che riscaldate. Solo le cucine avevano stufe e caminetti; nelle altre stanze il freddo la faceva da padrone.

Per non parlare dei bagni, quando c’erano, all’interno delle case. Lì si faceva prima ad uscire che ad entrare ed il tempo dedicato ai bisogni corporali era quello strettamente necessario.

Il “prete” e lo scaldino

Nelle camere, però, erano sempre pronti due o tre preti; non perché allora ci fosse abbondanza di vocazioni sacerdotali, quanto perché si chiamava “Prete” un marchingegno che serviva per portare tepore nei letti. Più in particolare, si trattava di un telaio oblungo di assicelle di legno, nella cui sommità superiore era avvitato un gancio dove si attaccava lo scaldino di coccio riempito di braci ardenti, poi cosparse di cenere.

Qualche ora prima di andare a dormire si metteva il prete sotto le coperte, ci si attaccava lo scaldino e in questo modo si riscaldava il letto. Svestirsi in quelle stanze gelate, indossare di corsa il pigiama, toglier il prete e infilarsi sotto le coperte era tutt’uno.

Una sensazione sublime

Quella che seguiva era una sensazione sublime: sembrava di entrare in paradiso, avvolti da un calore di braci di castagno e di carpino che improfumavano le lenzuola di lino.

Io mi ci rannicchiavo, sorridendo beatamente, e dimenticavo un brutto voto a scuola o una ripassata di mia madre, che non di rado mi “arrivava” col mestolo da cucina.

Aspettavo sempre con ansia l’ora di andare a dormire perché il tepore delle coperte rappresentava per me un rifugio accogliente e talvolta anche un ritorno nel ventre materno.

Insomma ero diventato dipendente da un tipo pericolosissimo di droga: il famigerato “foco a letto”!


Maurizio Ferrari

Maurizio Ferrari, sambucano di origine, ha insegnato Lettere per 38 anni nelle scuole superiori pistoiesi. Ora è impegnato nella promozione e nel rilancio del nostro territorio montano come presidente dell'associazione "Amo la montagna", che si è costituita due anni fa e che ha sede a Castello di Cireglio. Da 25 anni collabora con la rivista "Vita in campagna" del Gruppo "Informatore Agrario". Recentemente ha pubblicato il libro "Dieci racconti sambucani" ispirati alla vita quotidiana ed alla gente di Sambuca Pistoiese.