La ricerca, Ambiente  |  novembre 23, 2018

La cascia è troppo invasiva: anche gli studiosi lo ammettono

Una recente pubblicazione introduce elementi interessanti sulla robinia. La Toscana è al secondo posto in Italia (la prima regione è il Piemonte) per numero di ettari occupati (22.612). A questo ritmo di espansione anche castagneti e boschi cedui potrebbero essere a rischio nei prossimi 20-30 anni. Una situazione prodotta dai tanti errori commessi negli anni. Diversi i metodi di controllo, ricavati da un'ampia letteratura mondiale. Ma i libri non bastano: occorrono leggi e regolamenti forestali coraggiosi e intelligenti

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Quando, pochi giorni orsono, ho parlato con un mio caro amico della necessità impellente di limitare l’invasività della cascia, egli mi ha risposto che non capiva i motivi di questa mia battaglia ultradecennale. A prima vista qualcuno potrebbe dar ragione a questo mio amico, ma la condizione dei nostri boschi suggerisce che non c’è più molto tempo per poter affrontare con ragionevole equilibrio il problema-cascia e devo dire che anche le Istituzioni cominciano, seppure con passi lentissimi da bradipo, a rendersene conto.

Le specie “aliene”

Il Ministero dell’Ambiente ha redatto una lista di 694 specie aliene, tra cui anche la cascia, e la Regione Toscana ha elaborato il progetto ALT, in collaborazione con l’Università di Firenze, con il quale si è voluto analizzare la distribuzione nella nostra regione delle specie aliene, tra cui la robinia (cascia). Inoltre, nei bandi regionali degli ultimi lustri, la Regione stessa non procede a finanziamenti di progetti che prevedano l’impianto della robinia.

Data la gravità del problema è troppo poco, sia perché nelle disposizioni forestali in vigore la robinia non è considerata specie aliena, sia perché la minaccia alla tanto strombazzata biodiversità è assai cogente nel nostro Appennino tosco-emiliano.

Una pubblicazione che può aprire una strada nuova

Lascia sperare in una necessaria revisione della Legge forestale e del relativo Regolamento applicativo, una pubblicazione che è presentata come “Supporto tecnico alla Legge forestale della Regione toscana”, datata 2014, dal titolo “La gestione della Robinia in Toscana”, a cura di Alberto Maltoni, Barbara Mariotti e Andrea Tani del Dipartimento di Economia, Ingegneria, Scienze e Tecnologia agraria e forestale dell’Università di Firenze, in cui si affronta con equilibrio scientifico il problema robinia nella nostra regione. Come affermano gli autori nella presentazione dell’opera, il loro intento è stato quello di offrire spunti di riflessione e di approfondimento tecnico a legislatori, proprietari di boschi, progettisti, boscaioli, addetti alla sorveglianza e al controllo del territorio.

L’opera si divide in 3 capitoli: “La gestione dei popolamenti”, “L’impiego in impianti specializzati” e “Il controllo della diffusione della robinia come specie invadente”. Già i primi dati statistici dimostrano che la Regione Toscana è al secondo posto in Italia (la prima è il Piemonte) per numero di ettari occupati, 22.612 (in realtà oggi sono assai di più), che le province più interessate sono Lucca, Pistoia, Massa-Carrara e Firenze e che molte zone del nostro appennino pistoiese, fra cui le valli dell‘Ombrone, del Vincio e dell’Alto Reno, hanno visto il proprio paesaggio totalmente trasformato e la biodiversità conseguentemente ridotta.

C’è di più: a questo ritmo di espansione anche castagneti e boschi cedui potrebbero essere a rischio nei prossimi 20-30 anni. I nostri tre autori hanno individuato nell’abbandono delle aree marginali e in errori storici le cause dello stato attuale dei nostri boschi invasi dalla robinia.

Una serie di errori “storici”

L’abbandono delle nostre aree marginali, fenomeno mai gestito in maniera intelligente dalla nostra classe politico-amministrativa, è stato il primo imperdonabile errore”storico”, ma ne sono seguiti altri, come risulta dall’indagine condotta in questo libro. Per opporsi alla moria del castagno a causa del cancro corticale, lo stesso Corpo Forestale dello Stato aveva incentivato l’impianto di robinieti, in modo tale che nuove essenze arboree occupassero i castagneti distrutti. Il resto l’hanno prodotto l’incuria e l’abbandono. Ma c’è di più, e questo l’aggiungo io: oggi vediamo gli effetti di altre scelte dissennate a livello forestale. I massicci impianti di abeti bianchi e rossi consigliati negli anni ‘ 50 del secolo scorso oggi si sono trasformati in aree pericolose a rischio frane, perché l‘abete è una pianta fragile e le avversità atmosferiche ne compromettono la stabilità e ne causano la caduta. Inoltre un colpevole silenzio sta accompagnando la diffusione di un’altra specie invasiva, l’Ailanto, che si sta diffondendo un po’ ovunque. Ma di questo parlerò in un’altra occasione.

I metodi di controllo della cascia

Indubbiamente i tre autori del libro mettono in evidenza anche gli aspetti positivi di una corretta gestione dei robinieti. La cascia produce paleria di pregio, sostiene (?) terreni scoscesi e a rischio frane e dai suoi fiori si ottiene buon miele. Tutto questo in una gestione ottimale di questa pianta, che ha una capacità riproduttiva mostruosa; si pensi che in un anno i ricacci possono raggiungere l’altezza di 4 metri, soffocando la vita di altre essenze arboree locali.

Quindi, correttamente, gli autori hanno indicato vari metodi di controllo della cascia, ricavati da un’ampia letteratura mondiale, perché l’invasività di questa pianta è un fenomeno “globale”. In alcuni paesi, come gli Stati Uniti, sono stati usati metodi radicali (eradicazione, lotta chimica), mentre in altri stati europei sono stati preferiti metodi meccanici (cercinatura, sfalci dei ricacci per i primi tre anni dal taglio a raso, potature e capitozzature a petto d’uomo che tendono a porre la robinia in “copertura” rispetto ad altre piante). In Svizzera è consigliata la cercinatura ampia, cioè il taglio di un anello di corteccia di almeno 15 centimetri. Altrove è stato sperimentato il pirodiserbo, mentre in altri paesi si è lanciata l’idea del pascolo, vista come una pratica a metà tra l’intervento biologico e l’intervento silvoculturale.

Insomma vari metodi che dimostrano come ovunque nel mondo ci si ponga il problema e si cerchi di risolverlo.

Servono leggi e regolamenti coraggiosi

I nostri tre autori consiglierebbero interventi integrati per varie tipologie di bosco in cui è penetrata questa pianta, ma per rendere operativo questo controllo non bastano le pubblicazioni scientifiche che arricchiscano le biblioteche istituzionali, occorrono leggi e regolamenti forestali coraggiosi e intelligenti perché in un clima di immobilismo come quello attuale i nostri boschi languono e perdono la loro bellezza. Perché un bosco non è solo legname ed energia, ma è anche piacevolezza estetica e armonia.

Infine ricordo agli appassionati fungaioli che in un casciaio oltre ai funghi non nascono fragole, mirtilli ed altri prodotti del sottobosco. Solo intrighi di pruni e e qualche sparuto sambuco.

Allora il consiglio è quello di leggersi, tutti noi, questa bella pubblicazione e l’auspicio è che le istituzioni non voltino la testa altrove ma affrontino una volta per tutte questo problema in un’ottica gestionale misurata e intelligente che guardi al futuro dei nostri boschi, alla difesa della biodiversità e ad una nuova fruibilità estetica dei nostri grandi spazi verdi.


Maurizio Ferrari

Maurizio Ferrari, sambucano di origine, ha insegnato Lettere per 38 anni nelle scuole superiori pistoiesi. Ora è impegnato nella promozione e nel rilancio del nostro territorio montano come presidente dell'associazione "Amo la montagna", che si è costituita due anni fa e che ha sede a Castello di Cireglio. Da 25 anni collabora con la rivista "Vita in campagna" del Gruppo "Informatore Agrario". Recentemente ha pubblicato il libro "Dieci racconti sambucani" ispirati alla vita quotidiana ed alla gente di Sambuca Pistoiese.