Una Montagna di Parole  |  giugno 22, 2018

Il linguaggio italiano così pieno di “spagnolismi”

Nel nostro vocabolario sempre più parole straniere. Massiccia la presenza di termini di origine spagnola, dal settore commerciale al gergo marinaresco, dall'abbigliamento alla gastronomia. Anche in montagna in uso molti modi di dire che hanno quella derivazione. Fra questi taccagno, riffa, buscare, palanca, pariglia e quadriglia

di

Tempo di lettura: circa 2 minuti

Da quasi due millenni l’Italia è terra di conquista e non deve meravigliare il fatto che anche il vocabolario della lingua italiana sia pieno di parole la cui origine è straniera. Specialmente negli ultimi sei secoli, ad esempio, non ci siamo fatti mancare gli spagnolismi, termini, cioè, che ora ci sembrano nazionali, ma che hanno la carta di identità spagnola e riguardano vari aspetti della vita, quotidiana e non.

Spagnolismi dappertutto

In ambito commerciale sono spagnolismi parole come quintale, tonnellata, azienda, silos; in quello gastronomico, baccalà, torrone; al gergo marinaresco appartengono flotta, rotta,baia, cala, babordo, a quello dell’abbigliamento e dell’eleganza, marsina, pastrano, creanza, sfarzo, etichetta ecc. Molti sono, poi, i termini che ci accompagnano nella vita di ogni giorno: acciacco, fanfarone, vigliacco, ronda, maiolica, baule, borraccia, baracca, appartamento, giunta, maniglia, baraonda, e i più recenti movida, carramba ecc.

Largo uso anche in montagna

Alcune parole ormai da tempo sono entrate a far parte del parlare comune della nostra gente di montagna; fra le altre sono da ricordare brio, sigaro (pensiamo al famoso toscano) buscare. Però ce ne sono alcune forse più meritevoli di essere ricordate. Riffa, che deriva dallo spagnolo “rifa” (baruffa, contesa), apparentemente non ci dice niente, ma la locuzione “di riffa o di raffa”, nel significato di “in ogni modo”, quassù era molto comune. Oppure taccagno, detto di uno tirato nello spendere, che deriva da “taccaño” (chi è degno di pubblica accusa), oppure ancora palanca (moneta del valore di 5 centesimi), chiamata così perché “blanca”, cioè di colore molto chiaro, o pariglia , che nell’originale spagnolo “pareja” significava “coppia di carte uguali” e che da noi era usata nella locuzione ironica render la pariglia, cioè “contraccambiare, rendere pan per focaccia”.

La quadriglia

Infine voglio rammentare la quadriglia, un ballo popolare che ha rallegrato le piazze dei nostri paesi per oltre un secolo. Il nome viene dallo spagnolo “cuadro” (quadrato) perché in origine i danzatori erano disposti in quadrato, e solo in seguito in due file, ma la fama di questo ballo l’abbiamo importata dalla Francia. Nella Quadrille francese, al suono di una fisarmonica o di un organetto, un “comandante“ esterno dettava i passi e le figure che i danzatori dovevano interpretare. Invece nei nostri paesi accadeva spesso che la lingua con cui venivano comandate queste figure fosse un francese, per così dire nostrano. Allora la formula “vis a vis” (viso a viso) diventava “bisabi” e “changez la famme” (scambiatevi le dame) si trasformava in “cambié la fame”.

In effetti i nostri nonni scambiavano qualche ora di fame con un po’ di divertimento, tutti insieme!


Maurizio Ferrari

Maurizio Ferrari, sambucano di origine, ha insegnato Lettere per 38 anni nelle scuole superiori pistoiesi. Ora è impegnato nella promozione e nel rilancio del nostro territorio montano come presidente dell'associazione "Amo la montagna", che si è costituita due anni fa e che ha sede a Castello di Cireglio. Da 25 anni collabora con la rivista "Vita in campagna" del Gruppo "Informatore Agrario". Recentemente ha pubblicato il libro "Dieci racconti sambucani" ispirati alla vita quotidiana ed alla gente di Sambuca Pistoiese.