I nomi dei luoghi, cioè i toponimi, sono di importanza fondamentale perché indagare sulla loro origine significa spesso risalire indietro nel tempo e giungere a scoprire la ragione per cui sono stati chiamati così, ragione che talvolta si perde nei secoli. La nostra Montagna è ricca di storia perché da qui sono passati e si sono stanziati i Galli, gli Etruschi, i Romani, i Longobardi, i Bizantini e via dicendo; ognuno di questi popoli ha lasciato qualche impronta, che si è spesso tradotta in nomi di cose, di persone e, appunto, di luoghi.
Origini semplici e più complesse
Talvolta i toponimi sono facili da comprendere, basti pensare a Libro Aperto, il monte del nostro appennino che somiglia proprio ad un libro aperto oppure ad Abetone, dall’abete gigantesco che nella seconda metà del Settecento fu abbattuto in località Boscolungo per permettere il passaggio della via Ximeniana (l’attuale Modenese) oppure ancora Orsigna, da Terra ursina, anticamente popolata di orsi, Altri invece sono meno facilmente riconducibili al loro significato originario. Cutigliano deriva probabilmente dal nome romano Cutilius collegato a praedium: in pratica il praedium Cutilianum era un podere di proprietà di un certo e sconosciuto Cutilio; il nome Sambuca viene spesso collegato ad una macchina da guerra; Pracchia deriva da Praticula, cioè luogo dove c’erano piccoli prati; Le Roncacce, viene dal verbo runcare che significa dissodare, cioè rendere un terreno boschivo adatto all’agricoltura; Piteglio per molti deriva da Opitelium, cioè piccolo rifugio, ma potrebbe derivare anche da un nome gentilizio romano Petillius e così via.
In alcuni casi i nomi originari si sono persi e sono stati sostituiti da altri, come nel caso di Spedaletto, che originariamente si chiamava Pratum Episcopi (il prato del vescovo) ed è poi stato denominato Spedaletto perché lì, in epoca medievale, c’era un ospitale che dava rifugio a viandanti o ancora Croce Brandelliana, che è più recentemente diventata Prunetta, ma che in origine era un crocevia di strade con un ospitale per pellegrini.
Una curiosità sorprendente
Non me ne vogliano i miei amici di Cireglio se svelo qualcosa che sanno in pochissimi.
E’ noto che in età medievale le denominazioni geografiche non erano così puntuali e specifiche come oggi e l’intera valle di Cireglio era genericamente chiamata Valle di Brandeglio, dai corsi d’acqua che la percorrono. Così c’era la Pieve di Brandeglio, intorno alla quale è stato edificato il paese di Cireglio, e il Castrum Brandellii, l’attuale Castello di Cireglio. Ora in pochi sanno che l’origine di Cireglio è con ogni probabilità connessa con Cerealia, cioè luogo dove si coltivavano cereali. Ora, quella conformazione naturale del territorio sembra non prestarsi molto a grandi coltivazioni. Ecco allora che il nome di Cireglio è da ricercarsi forse altrove. Nell’Estimo antico di Porta al Borgo, denominato Dal Fiume in là e datato 1722 (conservato nell’Archivio di stato di Pistoia) si trova citato un luogo chiamato Cireglio e classificato come terra lavorativa, cioè coltivata. Più in là, verso il fiume Brandeglio delle Piagge, viene collocato un altro luogo chiamato Campo Ciregliano. Allora è evidente che il toponimo Cireglio apparteneva alla zona dell’attuale Castello di Cireglio ed è da lì che evidentemente viene. A tagliare la testa al toro c’è l’estratto di una carta, datata 1765 che svela l’arcano. Era chiamato Cirelio l’attuale Castel di Cireglio e Pieve di Cirelio era in realtà il paese di Cireglio.
Spero che questa rivelazione storica non abbia offeso la suscettibilità e l’orgoglio dei ciregliesi. Ma si sa che ambasciator non porta pena.
