La storia avventurosa di Henri Barbi, la cui famiglia ha lasciato la Sambuca e si è trasferita, come molte altre nella Francia meridionale.
E’ il racconto avvincente di un membro della famiglia Barbi, la stessa che ha espresso uno dei più grandi filologi italiani, Michele Barbi, nato a Sambuca nel 1867 e morto a Firenze nel 1941.
Henri non ha mai dimenticato le proprie origini e segue con affetto tutto ciò che succede nella sua terra natale.
Qui narra il richiamo del mare e le paure legate ad esso ma anche la avvincente passione che lo ha accompagnato tutta la vita.
La mia esperienza è iniziata un giorno di luglio. Dovevo avere 6 o 7 anni. Come ogni estate in campagna, creavamo delle piscine improvvisate nei bacini di annaffiamento.
Ci dedicavamo ai giochi d’acqua. Quel giorno, però, in una frazione di secondo, la mia vita è si è rovesciata, proprio come la camera d’aria di recupero che mi serviva da salvagente. Da quel momento i miei ricordi sono piuttosto confusi, ma ciò che mi viene in mente con precisione è la luce del sole che attraversava l’acqua, creando increspature e pareti annerite dall’ombra della piscina. Ricordo anche la mano forte di mio padre che mi tirava fuori dall’acqua, accorso in mio soccorso allertato dalle urla dei miei cugini che avevano assistito alla scena. Questa esperienza mi ha segnato per sempre e da allora ho sviluppato una paura panica degli specchi d’acqua e soprattutto della profondità.
Per un bambino che viveva sulle rive del Mediterraneo, ovviamente non era l’ideale. Quando i miei genitori ci portavano in spiaggia, non mi allontanavo mai dalla risacca e non mi avventuravo mai oltre.
Nonostante tutto, superando le mie paure, ho finito per imparare a nuotare abbastanza tardi, ma l’elemento liquido non era davvero il luogo in cui mi sentivo più a mio agio.
I demoni degli abissi
Intorno ai quindici anni, a volte mi veniva il panico solo alla vista del mare. Decisi quindi di affrontare i miei demoni degli abissi sul loro terreno ed è così che un bel giorno d’autunno mi ritrovai a prendere lezioni di barca a vela nel piccolo club che si trovava vicino a casa nostra a Saint Laurent du Var.
Mi sono subito innamorato di questa nuova attività, la sensazione di libertà e l’impressione di fondersi con gli elementi hanno avuto la meglio.
Imparare a fondersi con il vento per scivolare sull’acqua era allo stesso tempo complicato ma estremamente esaltante.
Quello che già amavo sopra ogni cosa erano le regate con gli altri membri del club e quando riuscivo a tagliare il traguardo per primo, nulla più contava: per un breve istante dimenticavo l’acqua, la profondità, le mie paure.
Avrei potuto continuare così, a fare cerchi nell’acqua sul mio 420, ma il destino aveva già in serbo per me qualcosa di diverso.
Le regate d’altura
Dovevo avere 20 anni quando mi fu proposto di sostituire il giorno dopo un membro dell’equipaggio su una barca di 10 metri costruita per le regate d’altura. Non conoscevo nessuno a bordo e non ero mai salito su una barca di quelle dimensioni, ma siccome ero curioso di tutto, accettai subito.
Il giorno dopo mi presentai quindi al molo per questa avventura che, senza saperlo, avrebbe cambiato il corso della mia vita sportiva per molti anni.
Mi sistemai quindi al posto di regolatore della randa per una regata che vincemmo dopo una dura lotta.
Senza saperlo, avevo messo piede sulla barca campione del Mediterraneo e sarei rimasto 3 o 4 stagioni con questo equipaggio amatoriale, vincendo altrettanti titoli.
Questa barca era stata progettata per le andature portanti e partiva in surf frenetici al minimo soffio di vento, dando l’incredibile illusione di planare sull’acqua.
Campione di Francia e d’Europa
Forte di questa nuova “gloria locale”, cominciarono ad arrivare proposte da equipaggi più esperti e riuscii rapidamente a conquistare il titolo di campione di Francia e poi d’Europa. Tuttavia, gli onori non mi hanno mai interessato molto, tanto che raramente partecipavo alle cerimonie di premiazione.
Alla fine di ogni gara mi piaceva mettermi a prua della barca per contemplare il mare e percepirne ogni minimo rilievo, lasciandomi andare per superare i miei limiti.
Ho corso e vinto così per molti anni regate prestigiose, il Tour de France a vela, il Bol d’Or del Lemano, le regate reali a Cannes, la Coppa del Re di Spagna a Maiorca, dove ho incrociato sul mare il famoso “Moro di Venezia”, allora all’apice della sua gloria, La Nioulargue a Saint Tropez con i suoi vecchi velieri ClassJ, la settimana di Alassio e le regate di Santa Margherita a Portofino, così care al mio cuore.
All’epoca navigavo sul 12MJi South Australia, che aveva brillato durante l’America’s Cup in Australia. Era una barca piuttosto rivoluzionaria perché aveva delle ali di chiglia che, nonostante il suo peso e le sue dimensioni, la facevano planare con andature portanti. Ricoprivo sempre il ruolo di regolatore della randa e dell’albero.
È su questo magnifico veliero che ho raggiunto il mio obiettivo finale a livello mondiale. Dopo quest’ultimo titolo ho deciso di porre fine alle mie avventure in mare: avevo allora 47 anni e il cerchio si era chiuso.
Col senno di poi, credo che fosse improbabile che io, nipote di un immigrato nato a Taviano, sulle montagne pistoiesi, potessi raggiungere il titolo supremo sulle acque blu del Mediterraneo.
Di questo percorso, ovviamente ricordo l’aspetto sportivo, che richiederebbe ore per essere raccontato, ma ciò che mi rimane è altrove.
Mi ci sono voluti molti anni perché il mare non fosse più fonte di angoscia ma di piacere, perché molte volte, quando mi chinavo sul tavolo da carteggio in mezzo al mare e vedevo che c’erano 2000 metri d’acqua sotto i miei piedi, dovevo reprimere il senso di panico che cominciava a invadermi; quando dovevo immergermi sotto la barca per un controllo, spesso dovevo farmi forza prima di saltare in mare, ma se il viaggio è stato difficile, l’avventura è stata meravigliosa.
Una lezione di vita
Lì ho imparato a non mollare mai, a credere che tutto sia sempre possibile. A prendere decisioni immediate quando si verificano imprevisti, perché in mare non tutto va sempre come previsto, non bisogna avere preconcetti ma adeguare le proprie azioni al contesto, bisogna sapersi fidare di sé stessi ma accettare che la propria idea non sia necessariamente la migliore.
Relativizzare le vittorie e le sconfitte perché l’essenziale è altrove. Questo scontro con gli elementi è una scuola unica nella ricerca dei propri limiti, nell’arricchimento intellettuale e spirituale. Saper fondersi con l’equipaggio per diventare un tutt’uno, rispettando la singolarità di ciascuno, cambia il nostro rapporto con gli altri.
Conservo intatte in me la forza e la coesione dell’equipaggio concentrato al 200% su un unico obiettivo: vincere.
Le risate e gli abbracci al traguardo, dove tutta la fatica e gli sforzi compiuti svanivano, facendoci sentire improvvisamente più leggeri.
I lunghi bordi dei prati dove tutto l’equipaggio, seduto in fila, aspettava in silenzio l’ordine di virare per poi scattare all’azione in una frazione di secondo.
Gli spruzzi che ti sferzavano il viso, l’acqua schiumosa e color smeraldo ovunque, le onde enormi che spazzavano il ponte, che ti facevano sentire piccolo piccolo e ti facevano chiedere cosa ci fossi andato a fare in quella galera.
Ho vissuto naufragi, perso amici cari, ripresi altri caduti in mare.
Il valore dell’amicizia e dell’umiltà
Ciò che rimane soprattutto è l’amicizia, il forte legame che ti unisce, perché bisogna aver vissuto queste cose per capire. Non bisogna sopravvalutarsi di fronte alla natura, perché lei si occupa sempre di rimetterti al tuo posto.
Gli incontri con appassionati provenienti da tutto il mondo.
La scoperta di nuovi orizzonti che ogni volta ti fanno provare un po’ quello che devono aver provato i grandi navigatori alla scoperta di una nuova terra.
La combinazione degli elementi, l’acqua, il vento che spesso si contrastano.
Umiltà è la parola chiave, la regata a questo livello è un gioco a cui sei invitato a partecipare, ma in cui il mare e il vento vincono sempre.
È una scuola dove si impara la pazienza, la disciplina estrema, l’impegno e il dono di sé a beneficio della collettività.
Il piacere sta in un raggio di sole su una vela o nel sorriso di un compagno di squadra.
La comprensione definitiva, dove parlare non serve più a nulla perché l’osmosi è così forte.
Il sapore del sale sulle labbra, una notte stellata con la carena che scivola quasi silenziosamente con una luna argentata come compagna.
Incontri improbabili con balene o branchi di delfini che sono e rimarranno i meravigliosi abitanti di questo mondo inesplorato dall’uomo e che meriterebbe un po’ più di rispetto da parte sua.
È giunto il momento di salvare i nostri mari e oceani da una distruzione annunciata.
Oggi: io e il mare
È stato un sogno bello e dolce!
Oggi sono vecchio e il mare ha smesso di spaventare il bambino che è in me.
Ho capito che non mi voleva fare del male.
A volte, quando lo guardo e non è arrabbiato, brilla al sole come per farmi l’occhiolino in segno di amicizia e penso a mio nonno Francesco che è venuto a vivere sulle rive del Mare Nostrum, dopo aver lasciato la sua amata Sambuca, e senza il quale tutto questo non mi sarebbe mai successo.
