Ciò che è successo nei giorni scorsi in Toscana non è una novità; secondo i dati Lamma, negli ultimi 18 mesi, nella nostra regione si sono verificati 6 eventi alluvionali di una certa consistenza, senza considerare quelli minori che hanno causato danni lievi. Dunque si tratta di una amara consuetudine che, stando così le cose, non potrà che intensificarsi.
E allora cosa facciamo? In futuro saremo condannati a subire fatalisticamente gli effetti degli eventi estremi? A ripararne i danni postumi? Oppure ci renderemo davvero conto che bisogna cambiare strada?
Un antico proverbio montanino recita così: “Chi non tappa buchino, tappa bucone”; cioè, detto in altre parole, gli errori si pagano e se si continua a sbagliare il prezzo aumenta costantemente.
All’indomani di ogni evento catastrofico si levano le solite voci del “si doveva fare”, ma dopo qualche settimana tutto ritorna come prima, quelle voci diventano sempre più flebili e poi scompaiono, fino all’evento successivo.
Le casse di espansione
Sicuramente la quantità e l’intensità delle piogge che sono cadute nei giorni scorsi, il 13 e 14 Marzo scorsi, deve far riflettere (di media circa 150 mm e oltre di acqua in poche ore), ma questo, almeno così dice la scienza, sarà il trend dei prossimi anni.
Ciò che preoccupa maggiormente è, invece, la risposta più immediata che viene data per contenere i fenomeni alluvionali.
Il rimedio più gettonato e più evocato sono le Casse di espansione, cioè quei bacini artificiali realizzati in prossimità dei grandi fiumi che servono per ridurre e contenere la violenza delle piene.
Indubbiamente si tratta di una scelta utile, ma non definitiva, perché risponde ad un’ottica esclusivamente metropolitana, nel senso che sottende una filosofia degli effetti più immediati, senza considerare la complessità delle concause, che vengono da lontano, sia cronologicamente, che culturalmente, che fisicamente.
I mali vengono da lontano
Dal punto di vista cronologico il grande inurbamento della popolazione avvenuto a partire dagli anni ‘50 del secolo scorso ha prodotto una cementificazione selvaggia e senza regole, con errori urbanistici colossali, come l’impermeabilizzazione dei suoli, la “tombazione” o la riduzione forzata degli alvei dei corsi d’acqua minori, tanto per fare qualche esempio.
Tuttavia è ormai provato che molti dei disastri che si verificano, provengono fisicamente dai reticoli idrici minori che, a loro volta, sono legati all’incuria e all’abbandono delle terre alte.
Ciò che non si vuole capire, allora, è il fatto che la montagna scende a valle se non è curata e che occorrono potenti investimenti a monte, se si vuole salvaguardare le valli e conseguentemente le grandi metropoli.
Ma ciò che forse è ancora più grave è la perdita del valore culturale della terra, delle tradizioni ad essa legate, del senso di appartenenza ai luoghi di origine, che invece dovranno per forza essere riscoperti.
Oggi chi è proprietario di boschi o di campi vive questa proprietà come un peso, a differenza dei nostri antenati che ci vedevano una ricchezza impareggiabile e intoccabile. E in questo anche gli enti pubblici hanno la loro parte di colpa perché non ne favoriscono la gestione, anzi la ostacolano con leggi, leggine e balzelli vari o, ancor peggio, con l’inedia propositiva.
Recuperare le buone pratiche dei nostri nonni
Oggi siamo nell’era della tecnologia più raffinata che pensa a creare robot utili all’uomo, che guarda a pianeti lontani e a frontiere impensabili in ogni settore del sapere; ma è possibile che non ci si renda conto che le forze della natura sono smisuratamente più grandi della pochezza e dell’arroganza umana, specialmente se non sono governate o, almeno, gestite, per quel che si può, negli effetti più disastrosi. E i nostri avi, molto spesso privi di mezzi culturali, l’avevano capito nel coltivare i boschi e i campi, nel regimare le acque dei fossi con briglie e pulizie continue, nel manutenere strade e sentieri come fossero proprie, nel preservare quel paesaggio culturale che è arrivato fino a noi e che si sta inselvatichendo giorno dopo giorno.
Evidentemente ciò che un tempo era sentito come un dovere morale, come una forma alta di rispetto nei confronti delle future generazioni, oggi non è più percepito così.

