Una Montagna di Parole, Non solo libri  |  giugno 4, 2019

I nostri nonni inventavano e cambiavano le parole

Le aree più marginale da sempre modificano di più anche la lingua parlata. Le alterazioni sono di vario tipo. In alcuni casi appena percettibili, in altri di vera e propria deformazione e trasformazione dei termini. Un fenomeno che fa sorridere ma che è al centro di studi seri e approfonditi

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In aree marginali o poco toccate dalle grandi vie dei commerci e delle comunicazioni accade sempre che sia maggiore la probabilità di ristagno e di conservazione culturale. In altre parole, la forza delle tradizioni locali è tale che manipola e modella a propria immagine ogni novità.

La stessa cosa avviene nella lingua parlata.

Quando ad una comunità chiusa si presentano parole nuove, venute da fuori, essa tende a cambiarle sulla base dei propri strumenti linguistici; allora si assiste a deformazioni, che talvolta possono avere dei risvolti anche comici.

La “traduzione” di termini estranei

Da questo fenomeno non è esente la Montagna pistoiese e non a caso succede che i giovani, educati dalla scuola e dai mass media a parlare in lingua italiana, accusino i vecchi di “sparare sfondoni linguistici”. In realtà, a ben guardare, non si tratta di deformazioni vere e proprie, quanto piuttosto di adeguamenti, di “traduzioni”, nella lingua usata quotidianamente da una ridotta comunità di parlanti, di termini “estranei”.

Le alterazioni minime

Gli esempi sono tanti; alcuni riguardano alterazioni meno marcate, altri sono decise trasformazioni.

Tra i primi si possono ricordare sieda (sedia), cultello (coltello), fancilla (fanciulla), gomitare (vomitare), ugna (unghia), presciutto (prosciutto), cofaccia (focaccia), empitella (nepitella), molgere (mungere), aspito (aspide), lamo (amo), apis (lapis) ecc.

Le parole modellate

Altre parole sono, invece, più modellate, per assonanza o per analogia, con altri aspetti della vita quotidiana. Si pensi a scarpione (scorpione), malcaduto (mal caduco), strollago (astrologo), nostralgia (nostalgia), caricato (cariato), incrinato (inquinato) ecc.

Le parole trasformate

Infine ci sono le parole più trasformate, forse perché ritenute incomprensibili nella loro forma originaria. Qui gli esiti sono “arditi”.

I termini medici sono quelli più “tartassati”: lucciola (per ulcera), focolare (per focolaio), febbrite (per flebite), accesso (per ascesso), prospera (per prostata), romantico (per reumatico), pecorite (per pleurite), diobete (per diabete), estetico (per stitico), giropetto (per angina pectoris), biforcale (per bifocale) ecc.

E di altro tipo, come erbamerica (per erbamedica), doppiolavoro (per dopolavoro), oglio d’origine (per olio di ricino), tintura di chiodi (per tintura di iodio), capezzolo (per capezzale), manfruito (per ermafrodito) susine gaudie (per susine claudie), carta d’indennità (per carta d’identità) ecc.

Studi approfonditi sul fenomeno

In qualche caso, dunque, c’è veramente da sorridere, almeno in apparenza, perché quello dell’etimologia popolare (così si chiama questo fenomeno linguistico) è stato oggetto di studi approfonditi e certi intellettualoni lo hanno preso dimolto sul serio. E a giusta ragione!


Maurizio Ferrari

Maurizio Ferrari, sambucano di origine, ha insegnato Lettere per 38 anni nelle scuole superiori pistoiesi. Ora è impegnato nella promozione e nel rilancio del nostro territorio montano come presidente dell'associazione "Amo la montagna", che si è costituita due anni fa e che ha sede a Castello di Cireglio. Da 25 anni collabora con la rivista "Vita in campagna" del Gruppo "Informatore Agrario". Recentemente ha pubblicato il libro "Dieci racconti sambucani" ispirati alla vita quotidiana ed alla gente di Sambuca Pistoiese.