La ricerca  |  dicembre 25, 2018

A Lucchio, nel paese che sembra un presepe

Racconto natalizio dello scrittor Federico Pagliai dal piccolo borgo montano. Dove solo qualche camino fuma ancora e dove quasi tutte le porte della case (spesso “seconde case”) restano chiuse. Finalmente una porta si apre e si affaccia una bambina che augura Buon Natale. “Non li facciamo morire questi paesi. Torneremo tutti a viverci, in modo più stanziale. Non ora, magari tra cinquant’anni”

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LUCCHIO (BAGNI DI LUCCA) – Lassù, il presepe non l’hanno fatto. Non sono rimasti che pochissime decine di abitanti e non c’è più nessuno che abbia voglia di farlo. O forse non serve: è lo stesso paese a sembrare un presepe.
Ci sono andato con l’intento di cercare un luogo dove il Natale doveva essere scovato, apprezzato nelle piccole cose e non esibito fino al punto di procurarcene una specie di nausea: di questo passo, tra messaggi, social e applicazioni varie, non ci faremo nemmeno più gli auguri da tanto che ne saremo saturi.
Ci sono andato in un pomeriggio con il cielo che pareva intingersi sui tetti delle case, un pomeriggio liquido del grigio di nubi basse, mura imperlinate di guazza e lastricate vie in pietre consumate dall’andirivieni di generazioni passate.

Il paese di Lucchio

Il paese presepe

Al paese presepe mi ci avvicino come se stessi per entrare in una cattedrale, un museo oppure una stanza mortuaria. Nel mio avanzare lento e silenzioso c’è una forma di rispetto e la voglia di scappare da un Natale che, altrove, è diventato solo una chiassosa ricorrenza commerciale.
Da lontano vedo che solo qualche camino libera fumi celestini di legna forte. Tutti gli altri sono comignoli afoni, non raccontano più niente di quello che accade dentro alle case. Restano lì a confondersi nella nebbia come sentinelle del nulla.
Entro nel paese presepe e, come in ogni borgo che visito, la prima cosa che osservo sono i nomi delle vie. Si chiamano Via Aie, Via del Leccio, del Gelso, Orto della Fiorina… Nomi di alberi e genti, non condottieri o politici.

Stupito da ciò che si muove

Entro, e mi stupisco nel vedere se qualcosa si muove: è tutto così immobile e solo due gatti, uno bianco e uno nero, acciambellati come a formare il simbolo del Tao sembrano rompere questa immobilità. Penso alle città, dove tutti corrono freneticamente e l’eccezione che può stupire è un qualcosa o qualcuno che sta fermo e immobile: mondi contrari.
Su un muro, una mano ignota ha scritto W Bartali e Coppi, echi di un’ Italia che non c’è più e che si aggrappò ai miti del ciclismo per ripartire dopo la guerra. Mi domando a chi si potranno mai aggrappare questi borghi appenninici che, lo si voglia o no, sono la spina dorsale di una Nazione.

Tante case con le porte chiuse

Come avvolto in una spirale di sensazioni, attraverso interamente il paese presepe. Del Natale che cercavo, nessuna traccia: nemmeno guardando un crocifisso in legno, il Cristo foderato di muschio.
Non è che mi avvilisco, però sento la malinconia di questi luoghi così pregni di gesti ultimi: legna accatastata che nessuno brucerà più, una vanga piantata in un orto dismesso, una cucina con alle mura un calendario del 2002. E poi, è tutto un susseguirsi di case dalle porte chiuse, sbarrate come miniere abbandonate e pericolanti, pannellate di compensato o plexiglass: da anni dico che uno dei sintomi del male delle montagne appenniniche sono le cosiddette “seconde case”.

Le chiavi nelle porte

Ogni tanto, una chiave nella porta. E’ un segno di fiducia, di non paura verso l’estraneo. Ma forse, quassù, si sono persino dimenticati che possano esistere tutti quegli “estranei” che, invece, altrove ci hanno convinto di esistere.
Forse, quelle chiavi lasciate lì nella serratura della porta, confessano anche sentimenti di indifferenza verso la morte. Quella è già dentro le case, che senso ha pretendere di tenerla fuori?
Mi chiedo che segni di natalità sono venuto a cercare…
C’è un silenzio che può far male, sapete? Nel paese presepe, il silenzio è roba liquida: se ci sai nuotare, bene. E sennò affoghi. Come succede di notte, ogni sussurro dell’anima può diventare un urlo.

La porta che si apre

A guidarmi verso un rumore, che gira e rigira tutti ne abbiamo bisogno, lo sciabordio di una fontana. Anzi, una musica di acque.
Mi dirigo verso quella fonte. Ed è poco oltre di essa che, finalmente, scovo il Natale.
Sulla porta di una casa, un fiocco rosso e oro e un rametto di aghifoglio. Non so perché ma mi prende voglia di fare una foto a quell’addobbo. Poi, all’ improvviso, ecco che la porta si spalanca, appare un bimbo, anzi no è una bimba.

La forza e la speranza

“ Ciao, Buon Natale” mi dice, quasi esultante.
Non faccio nemmeno in tempo a risponderle che quella sparisce dietro la porta, ritornata chiusa.
Eccolo il Natale.
Eccola la speranza, ecco la forza.
Quella di una bimba che saluta così un “estraneo”, quella di sua mamma che si ricorda del Natale dove esso pare essere fuggito, che abbellisce una porta con un fiocco semplice e lo fa con un moto di femminilità che pare un gesto di orgoglio, tenacia, perseveranza e dignità in un paese che, di fatto, sembra un utero morto.

Ho trovato il mio Natale

Ci vedo tanta fede in questo gesto. Ce n’è più qui che altrove.
Ho trovato il mio Natale.
Me ne torno a casa. Il punto da cui ripartire è quello.
Nel frattempo, non li facciamo morire questi paesi. Torneremo tutti a viverci, in modo più stanziale.
Non ora, magari tra cinquant’anni.

Buon Natale, da Lucchio.


Paolo Vannini

Laurea in scienze politiche, giornalista professionista dal 1998, ha lavorato nei quotidiani La Nazione e Il Giornale della Toscana (edizione toscana de Il Giornale), è stato responsabile dell'Ufficio comunicazione del Comune di Firenze, caporedattore dell'agenzia di stampa Toscana daily news, cofondatore e vice direttore del settimanale di informazione locale Metropoli. Ha lavorato presso l'Ufficio stampa di Confindustria Toscana, ha collaborato e collabora per diverse testate giornalistiche cartacee e on line - fra queste il Sole 24 ore centronord, Il Corriere Fiorentino (edizione toscana del Corriere della Sera), Radio Radicale - si occupa di uffici stampa e ghost writing.