La ricerca, Ambiente  |  novembre 30, 2018

Il riconoscimento mondiale ai muretti a secco: un’opportunità anche per il nostro territorio

Sono stati dichiarati dall'UNESCO “Patrimonio immateriale dell'umanità”. La richiesta era stata avanzata dall'Italia e da altri sette Paesi. Tante le motivazioni: oltre al valore storico sono in piena sintonia con l'ambiente, prevengono frane e alluvioni, migliorano la biodiversità. Con gli anni si sta perdendo l'abitudine a realizzarli: un mestiere da recuperare con corsi pratici gestiti dagli ultimi artigiani

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La notizia è recentissima: i muretti a secco sono stati dichiarati dall’UNESCOPatrimonio immateriale dell’umanità”. La richiesta di questo riconoscimento è stata avanzata da otto paesi europei: Italia, Croazia, Cipro, Francia, Grecia, Slovenia,Spagna e Svizzera.

Le motivazioni sono varie;. Intanto i muri a secco sono i primi esempi di manifattura umana nel corso dei millenni, poi sono in piena sintonia con l’ambiente e non lo stravolgono, inoltre prevengono le frane e le alluvioni, combattono l’erosione e la desertificazione. Infine migliorano la biodiversità e il microclima agricolo.

Cosa ne sarebbe dell’entroterra ligure senza i terrazzamenti a secco o della Sardegna senza i Nuraghi o ancora della Puglia senza i Trulli? Ma di esempi se ne potrebbero fare moltissimi, per non parlare dei chilometri e chilometri di muretti a delimitazione delle proprietà terriere, dal più profondo sud fino al nord.

E qui da noi?

Ma non c’è bisogno di andare tanto lontano; chi non ha intorno a casa un muro a secco fatto dai propri avi? Quanti di noi, percorrendo sentieri storici non hanno visto muri che resistono da centinaia di anni e per i quali non è stato usato nemmeno un grammo di cemento o malta?

Sembrerà un controsenso, ma i muri di cemento non resistono a lungo alla spinta del terreno, mentre quelli a secco consentono all’acqua piovana di filtrare ed impediscono gli smottamenti.

Eppure, dopo questo meritato riconoscimento, cosa ci resta?

Chi è più capace di realizzare un muro a secco? Quanti muratori, ormai educati al divino cemento armato, sanno usare mazzetta e mazzuolo e mettersi, con pazienza, a modellare pietre, fare scaglie e scagliette ad incastro e riempimento. Chi sa fare le prese orizzontali e verticali per incatenare questi muri che, se fatti bene, resistono per secoli?

Fino a cinquant’anni fa ogni muratore imparava da subito ad avere a che fare coi sassi, a rifinirli, a squadrarli ed allora accadeva che un mazzacane (cioè un sasso senza arte né parte) acquistasse una forma “artistica” sotto i colpi sapienti del mazzuolo e trovasse all’interno di un muro una dignità insperata.

Che effetti produrrà riconoscimento?

Speriamo, allora, che l’Italia, uno dei paesi promotori di questa richiesta, faccia seguire i fatti alle parole e che promuova quest’arte antica. Come fare?

Sarebbe facile. Basterebbe che enti o associazioni di categoria organizzassero corsi pratici gestiti dagli ultimi artigiani rimasti e raccogliessero giovani italici o extracomunitari volenterosi, consentendo loro di imparare un mestiere utile alla comunità e di riproporre competenze millenarie che vanno scomparendo.

Lo stesso vale per altre attività di cui si vanno perdendo le tracce: chi sa potare, innestare, fare giardini, fare ceste, panieri o lavorare il legno come i “vecchi” falegnami?

Eppure ce ne sarebbe un estremo bisogno anche qui da noi, in montagna.

Sarebbe bello poter vedere più giovani nei boschi e nei campi, ma non per lavorare con gli stessi metodi faticosissimi dei nostri nonni, ma per coniugare i progressi della tecnologia con la sapienza della tradizione e magari con un po’ di fantasia creativa. Questa si chiama civiltà e ciò che ne risulta si chiama progresso.


Maurizio Ferrari

Maurizio Ferrari, sambucano di origine, ha insegnato Lettere per 38 anni nelle scuole superiori pistoiesi. Ora è impegnato nella promozione e nel rilancio del nostro territorio montano come presidente dell'associazione "Amo la montagna", che si è costituita due anni fa e che ha sede a Castello di Cireglio. Da 25 anni collabora con la rivista "Vita in campagna" del Gruppo "Informatore Agrario". Recentemente ha pubblicato il libro "Dieci racconti sambucani" ispirati alla vita quotidiana ed alla gente di Sambuca Pistoiese.