Ambiente  |  novembre 26, 2017

Tramoggia, macina e ritrecine: il fascino di antiche parole dietro la produzione di farina dolce

Il ciclo della castagna sta volgendo la termine. Inizia la fase della lavorazione, dai metati al molino. L'origine di antiche parole nella lavorazione tradizionale, diventate anche modi di dire. Intanto si tirano le prime somme della stagione: mancano ancora i numeri sulla raccolta ma è certa una ripresa rispetto agli ultimi anni. Sostanzialmente positivi i primi dati di Coldiretti Pistoia

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Il ciclo volge al termine

Il ciclo della castagna volge ormai alla fine; proprio in questi giorni le castagne, ormai secche, vengono tolte dai metati, sgusciate e ripulite della sansa. Dopo una scelta oculata con cui si scartano quelle troppo “arrivate” dal fuoco e quelle non del tutto sane, si portano al molino, dove finiscono dentro la tramoggia. Da qui, piano piano, scendono all’interno delle macine e ne esce la farina dolce.

I molini ad acqua

Oggi la forza motrice che imprime il movimento è l’elettricità, ma in alcuni molini tradizionali si va ancora ad acqua. Dal bottaccio l’acqua, scendendo in una condotta forzata, sbatte contro le pale a cucchiaio di una ruota orizzontale, detta ritrecine, la quale fa muovere le macine in pietra.

Il mugnaio, forte della sua sapienza antica, controlla che la farina esca sufficientemente fine; qualora essa non lo sia abbastanza, attiva la regolazione delle macine attraverso una manopola con cui si registra il processo di macinatura.

Il significato dei termini

Fin qui le operazioni tecniche, ma di un certo interesse è anche il lessico legato a quest’ultima fase del ciclo della castagna.

Tramoggia – La parola “tramoggia”, ad esempio, deriva dal latino trimodia, “recipiente che conteneva tre moggi”, dato che il modius era una misura di capacità corrispondente a 8,75 litri e si riferiva prevalentemente al grano.

Macina – Analoga è l’origine di “macina”, direttamente dalla forma latina machina (greco māchāna) che propriamente significava “strumento d’assedio di tipo bellico”, ma anche “congegno” per muovere grandi pesi, per sollevare acqua od altro.

Ritrecine – Più problematica è invece l’origine di “ritrecine”. E’ una parola di origine spagnola, dato che la tecnologia della ruota orizzontale dei molini è stata importata dalla Spagna? E’ connessa con la forma latina retrices, che significava “corsi d’acqua” e, più genericamente, “acqua”? Oppure conserva la radice del verbo retrahere , nel significato di “trascinare di nuovo, ancora” ? Il mistero resta!

Andare a ritrecine – In Toscana sono nati diversi modi di dire legati a “ritrecine”: del tipo “andare a ritrecine”, cioè “muoversi a rotta di collo”, ma anche “andare in rovina”; oppure “a ritrecine”, nel senso di “avere in grande abbondanza”; oppure ancora “è un ritrecine”, riferito ad una donna poco sexy, malandata, per usare un eufemismo.

Però questi toscani sono proprio “maledetti”, per dirla con lo scrittore Curzio Malaparte.

 

Abbastanza positivi i primi dati ufficiali di Coldiretti Pistoia

CASTAGNE; produzione in leggera ripresa (+20%) e a macchia di leopardo

 


Maurizio Ferrari

Maurizio Ferrari, sambucano di origine, ha insegnato Lettere per 38 anni nelle scuole superiori pistoiesi. Ora è impegnato nella promozione e nel rilancio del nostro territorio montano come presidente dell'associazione "Amo la montagna", che si è costituita due anni fa e che ha sede a Castello di Cireglio. Da 25 anni collabora con la rivista "Vita in campagna" del Gruppo "Informatore Agrario". Recentemente ha pubblicato il libro "Dieci racconti sambucani" ispirati alla vita quotidiana ed alla gente di Sambuca Pistoiese.