L'intervista, Piteglio, San Marcello  |  novembre 2, 2017

San Marcello Piteglio, i numeri parlano chiaro: il disagio giovanile cresce, i giovani diminuiscono

Il Comune di recente "fusione" ha il più basso tasso di natalità della Toscana fra quelli sopra i 5000 abitanti e il terzo in Italia per popolazione più anziana. Una relazione dei servizi sociali conferma che tanti ragazzi sono coinvolti in situazioni critiche. Intervista all'assessore Roberto Rimediotti che spiega la sua proposta: fare del Maeba un centro di aggregazione: "Non è la soluzione dei problemi ma un passo avanti". L'idea è quella di coinvolgere le associazioni del territorio: "Potrebbero gestire una struttura nella quale fondere attività ricreative e di supporto all’inclusione sociale"

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SAN MARCELLO – Ha chiesto ai servizi sociali una relazione sui problemi dei giovani e ne è emerso un quadro preoccupante per il numero di quelli coinvolti in situazioni di disagio e, addirittura, per quelli coinvolti anche in problemi giudiziari. L’assessore alle politiche socio sanitarie nonché vice sindaco del Comune di San Marcello Piteglio, Roberto Rimediotti, non usa la parola  emergenza ma ha ben chiare le difficoltà che si trova ad affrontare nel comune sopra i 5000 abitanti con il più basso tasso di natalità della Toscana. Rimediotti ne parla in questa intervista concessa alla Voce della Montagna, nella quale lancia concretamente l’ipotesi di un centro di aggregazione pensato soprattutto per i più giovani, con il decisivo coinvolgimento delle associazioni del territorio.

Il vicesindaco e assessore alle politiche socio sanitarie, Roberto Rimediotti

Assessore Rimediotti, la nostra montagna soffre di molti mali ormai da decenni, il primo dei quali è lo spopolamento (circa l’1 % annuo): tra 50 anni, di questo passo, la popolazione dei nostri paesi sarà drasticamente dimezzata. Inoltre molti giovani aspirano ad andarsene alla ricerca di nuove opportunità. Quanti sono, nel suo Comune i residenti di età compresa tra 0 e 30 anni e quale è stato il decremento negli ultimi decenni?

“La popolazione del Comune di San Marcello Piteglio fra 0 e 30 anni è ad oggi formata da 1649 persone, che rappresentano circa il 20% della popolazione totale; negli ultimi dieci anni sono diminuiti i numeri assoluti ma la percentuale è rimasta sostanzialmente costante. Questi dati sono condizionati dal grave deficit del saldo naturale della popolazione e leggermente mitigato da un tasso migratorio positivo: si consideri che il nostro è il comune, fra quelli con più di 5000 abitanti, con il più basso tasso di natalità della Toscana e il terzo fra i comuni italiani che hanno l’età media della popolazione più alta. Con questi dati bisogna considerare che nel futuro la popolazione giovane e attiva sarà in buona parte composta da persone che non sono nate qui”.

Ascoltando la voce di giovani che abitano i nostri paesi di montagna emerge chiaramente che mancano luoghi e centri di aggregazione dove poter socializzare e scambiarsi esperienze. Lei ritiene che sia un’opinione fondata?

“Sicuramente la vita sociale dei nostri paesi si è impoverita e sono venute meno tante occasioni e luoghi utili per incontrarsi e stare insieme: di sera da noi si vedono strade vuote e luci spente, che fanno contrasto con lo scintillio di luci e la folla che si vedono in alcune città o in alcuni centri minori a vocazione turistica, penso che questo sia un elemento che porta i giovani ad estraniarsi dalla vita sociale locale andando a cercare divertimento ed occasioni di incontro altrove. Sono convinto che anche da noi esiste una vivacità di vita sociale poco evidente, ma importante, rappresentata soprattutto dalle varie associazioni ad indirizzo sociale, sportivo, culturale; un centro di aggregazione secondo me dovrebbe servire a far incontrare i giovani con queste esperienze in maniera “leggera” ed in un ambiente dove si possa anche giocare e chiacchierare. Non penso che questo possa essere la soluzione di tutti i problemi ma sicuramente aiuterebbe i ragazzi ad intraprendere alcune strade che possano motivarli e dar loro un ruolo nella comunità”.

Il suo Comune a questo proposito ha da anni un problema irrisolto, cioè l’ex Maeba, che potrebbe assolvere ad un importante compito sociale, almeno per una porzione del suo territorio comunale. Ci sono sviluppi in questa direzione che possano dare di nuovo vita a quella storica struttura?

“La struttura che tutti chiamiamo Maeba, che è stata interamente ricostruita dalle passate amministrazioni, ha, per come è costruita, per la sua posizione e per la sua storia, tutte le caratteristiche per diventare quel centro di aggregazione giovanile che da più parti viene chiesto; già la passata amministrazione ha tentato un affidamento con un bando che andava in questo senso e che è andato deserto. Noi, con la possibilità di mettere in campo qualche mezzo economico in più, stiamo tentando di nuovo: l’idea su cui ci muoviamo è di cercare di coinvolgere il più possibile le associazioni del territorio perché si mettano insieme per gestire la struttura nella quale dovrebbero fondersi un aspetto ricreativo e di attrazione ed uno di attività di supporto all’inclusione sociale. La strada si è rivelata non facile ma riteniamo che vada percorsa fino in fondo”.

Poi c’è il problema del disagio giovanile, dal quale la montagna era esclusa fino a qualche decennio fa. Ora anche i nostri giovani soffrono di questo “male oscuro”, a cui gli adulti devono dare risposte concrete, siano essi genitori, educatori e amministratori. Si può parlare di emergenza, anche in questo caso?

“Avendo l’amministrazione pensato di utilizzare la struttura del Maeba come centro di aggregazione giovanile, ho chiesto ai servizi sociali una relazione sui problemi di questa parte della nostra popolazione, ne viene fuori un quadro sicuramente preoccupante per i numeri dei giovani coinvolti in situazioni di disagio che necessitano di intervento sociale e per quelli coinvolti anche in problemi giudiziari. Non mi piace parlare di emergenza perché questo termine indica la necessità di qualche intervento urgente con le necessarie semplificazioni. Credo invece che il fenomeno del disagio giovanile sia complesso e diffuso in tutto il nostro paese se non in tutte le società del mondo occidentale; nostro dovere è approfondirlo per capire se ci sono fenomeni o situazioni che lo favoriscano nella nostra zona ed è su questi che potremmo e dovremmo cercare di intervenire. Penso che quello che definiamo disagio giovanile derivi soprattutto dalla difficoltà di sentirsi parte attiva di una società dominata dai vecchi detentori di potere e di risorse economiche; storicamente l’inclusione sociale si trovava nel lavoro (lo dice il primo articolo della costituzione), attualmente con il lavoro che manca, diventa precario e si trasforma, bisogna riuscire ad attivare e valorizzare altri percorsi di inclusione. Mi piacerebbe che, a partire da quanto i servizi sociali ci hanno presentato, si aprisse un percorso di approfondimento che coinvolgesse tutti, ma in particolare le amministrazioni pubbliche, la scuola e le associazioni e che si riuscisse anche a far parlare i giovani. Credo infatti che far parlare ed ascoltare i giovani considerandone le differenze di opinioni e di atteggiamenti sia un primo passo importante per renderli parte attiva della vita sociale”.

Ancora più serio, se così si può dire, è il tema della disabilità, a cui è doveroso dedicare risorse economiche e umane; i servizi sociali dei Comuni montani hanno sicuramente un quadro preciso delle proporzioni di questo fenomeno. Quali sono i riscontri numerici in proposito e quali le iniziative che il Comune intende intraprendere?

“E’ difficile considerare i disabili come una categoria omogenea: si va da disabilità lievi che condizionano poco il normale svolgimento della vita a disabilità molto gravi che richiedono assistenza continua, si va da persone molto anziane a giovani o addirittura bambini, da disabilità fisiche a quelle intellettive o psichiche:è difficile quindi anche avere dei numeri che possano dare un quadro significativo della situazione. Per aiutare queste persone sono in campo molti attori istituzionali sia in campo sociale che sanitario. Credo che compito dell’amministrazione sia prima di tutto intervenire perché il territorio sia fruibile dalle persone con disabilità (ne ha preso impegno formale uno dei primi consigli comunali), quindi soprattutto eliminare le barriere architettoniche ma anche rendere fruibili a tutti i vari servizi del territorio ed in primo luogo quelli erogati dal comune. Credo che particolare attenzione vada rivolta al problema ‘dopo di noi’ cioè a dare una prospettiva sicura e dignitosa ai disabili quando i parenti anziani che li assistono venissero a mancare. Credo che questo tipo di problemi potrebbe essere approfondito dalla consulta della salute che da poco ha iniziato la sua attività”.

Sarebbe illusorio pensare che problemi sociali come quelli sopra indicati possano essere affrontati da una sola amministrazione comunale. Esiste una strategia che coinvolga le varie amministrazioni, le istituzioni ma anche le associazioni di volontari che gravitano sull’intero territorio della nostra montagna, affinché vengano realizzati progetti integrati, capaci di dare risposte complessive e non limitate ad alcune aree?

“L’organo istituzionale in grado di fare sintesi sui bisogni e coordinare gli interventi dei vari attori nel campo sociale e della sanità territoriale dovrebbe essere la Società della Salute, a questa dal prossimo anno i comuni dovrebbero affidare tutti i servizi in campo sociale e di sanità territoriale, per statuto c’è anche spazio per l’intervento delle associazioni di volontariato. L’auspicio è che questa nuova organizzazione, avendo a disposizione risorse finanziarie e umane più importanti possa migliorare i servizi; il pericolo è che dovendosi occupare di un’area molto vasta ci sia poco spazio per considerare le peculiarità della zona montana; un compito importante di stimolo e di proposte atte a risolvere i problemi locali potrà avere la consulta della salute di cui si sono dotati i due comuni della montagna”.


Maurizio Ferrari

Maurizio Ferrari, sambucano di origine, ha insegnato Lettere per 38 anni nelle scuole superiori pistoiesi. Ora è impegnato nella promozione e nel rilancio del nostro territorio montano come presidente dell'associazione "Amo la montagna", che si è costituita due anni fa e che ha sede a Castello di Cireglio. Da 25 anni collabora con la rivista "Vita in campagna" del Gruppo "Informatore Agrario". Recentemente ha pubblicato il libro "Dieci racconti sambucani" ispirati alla vita quotidiana ed alla gente di Sambuca Pistoiese.