Lettere al Direttore  |  novembre 10, 2016

Quel filo rosso che lega Trump, referendum costituzionale e montagna

La riflessione di Federico Pagliai mette assieme fenomeni lontani con la stessa spiegazione: gli interessi economi e commerciali. La tesi dello scrittore montanino: le “periferie” viste dagli “sviluppisti” come un impedimento. La via da percorrere? Politiche ecologiste e un nuovo umanesimo

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Federico Pagliai ci scrive questa analisi frutto, spiega, di una notte “che forse porta utopie”. La pubblichiamo nella rubrica “Lettere al direttore” e vi invitiamo a leggerla e, magari, a trarne spunto per qualche commento.

La lettera di Pagliai

“Esiste un mondo che pare lontano, che crede portare addosso un preservativo capace di non contagiarlo in modo massivo dai miasmi della politica e dell’economia. E poi c’è un altro mondo, quello che decide per le periferie, ombelico del pianeta. In questi giorni, l’ombelico del mondo è stata l’elezione di Trump a Presidente degli Stati Uniti di America. Il mondo delle periferie, e quindi delle montagne appenniniche, potrebbe anche dire: “ E chi se ne frega? L’America è lontana, non cambierà niente”.
Può sembrare azzardato affermarlo, ma non credo che la montagna possa restarsene tranquilla, falsamente protetta dalla distanza che c’è tra Washington e gli Appennini. Ce lo dice la storia, ma soprattutto i modelli culturali, quanto questa distanza sia carta velina: complice la rivoluzione tecnologica, ogni paradigma culturale e modo di pensare a stelle e strisce è stato preso e adottato al volo dall’Italia, subito pronta ad emulare ideali legati al consumismo, alla democrazia che giustifica ogni azione di liberismo, al potere persuasivo dei soldi: in tutto questo, e anche di più, non siamo che una colonia degli Stati Uniti.
A rendere ancor più complicato e realistico il fatto che la montagna possa essere ancor più danneggiata, ecco che arriva lo spettro di una vittoria del “Sì” al referendum del prossimo 4 dicembre.
Tra le pieghe del movimento del “Sì” circolano sottopelle tutta una serie di interessi commerciali ed economici manovrati da grandi industriali, manager, banche e assicurazioni. Tutti concordi su un obiettivo: far soldi. Tanti soldi. E di farli senza guardare in faccia a nessuno, cinici, rampanti e violenti come Trump nostrani. Ci diranno che portano progresso, posti di lavoro, capacità di forza di acquisto, libertà… Ce lo diranno con il visus persuasivo e subdolo del capitalismo come viatico per la felicità.
La politica è al guinzaglio di questa gente, è al servizio dell’economia: l’unica vera religione trasversale nel mondo.
Il capitalismo, ancor più riacceso da Trump e da un eventuale vittoria del “Sì”, muoverà un delirio sviluppista a servizio delle città e che finirà con il coinvolgere anche le periferie, le montagne appenniniche. Non ci facciamo illusioni, che nessuno verrà a tirarci via dalle difficoltà.
Le montagne saranno viste solo come ostacoli da superare nel minor tempo possibile per meglio collegare le città. Arriveranno progetti di viadotti, gallerie, Tav e altre opere capaci solo di distruggere il patrimonio naturale, unica e ultima targa identificativa degli Appennini.
Dove non bucheranno le montagne, ci metteranno sopra elettrodotti che danno soldi subito e tumori dopo decenni oppure schieramenti di pale eoliche di un vento che si prende tutti in faccia ma che ingrassa i conti correnti di pochi. In questo, le ruberie di acqua sul torrente Lima sono già il presente.
Non è l’orografia o l’età media a far scappare via la gente dai monti. E’ la politica, quella che investe solo dove sa di poter recuperare consensi, quella mossa dal criterio cinico ed anticostituzionalista del costo-beneficio, anticostituzionalista perché mina alla base il principio delle pari opportunità: aspetti dimenticati in luoghi dove i tagli di servizi essenziali sono all’ordine del giorno…
Se c’è una politica che potrebbe restituire vigore e dignità agli Appennini, questa è quella della bellezza, della poesia, della memoria, manualità e consuetudine. E soprattutto quella di impronta ecologista, di difesa dell’unico patrimonio rimasto. Una politica ecologista praticamente in via di estinzione visto l’andazzo del mondo e sempre bollata come di sinistra quando l’aria marcia e le acque inquinate si bevono e respirano tutti, sinistroidi o destrorsi.
Ha ragione l’amico Maurizio Ferrari quando afferma che servirebbe un Piano Marshall per le montagne, che occorrerebbe un nuovo umanesimo per le terre alte degli Appennini: umanesimo, non pretesto per profitto travestito da una forma di progresso che finirebbe col far diventare le montagne appenniniche un dedalo di capannoni industriali, supermercati, discariche, dormitori e luoghi naturali stile luna park o riserve indiane. Se così fosse, nessuna montagna sarebbe più montagna.
Ho scritto umanesimo. E mi sento patetico. Perché ora c’è Trump, il Re del cemento, del tutto lecito anche se illecito, delle regole fatte per essere bypassate, del regno del possibile di chi ha quattrini, del me ne frego dell’ambiente. Aspettando il 4 dicembre…”.

Noi intanto esprimiamo, sommessamente, qualche dubbio: su certe analisi un po’ stereotipate degli Stati Uniti, come terra di “ideali legati al consumismo, alla democrazia che giustifica ogni azione di liberismo, al potere persuasivo dei soldi”, così come sul legame fra l’elezione del neo presidente Donald Trump e il referendum costituzionale in programma il prossimo 4 dicembre in Italia. “Tra le pieghe del movimento del sì – scrive Pagliai – circolano sottopelle tutta una serie di interessi commerciali ed economici manovrati da grandi industriali, manager, banche e assicurazioni”. Boh, a noi pare che questa riforma sia casomai scritta male e che si sarebbe potuta fare meglio. Quanto alle manovre non sapremmo: per forma mentis non vediamo manovre ovunque: anche in America ha vinto chi ha saputo farsi capire e capire di più, poi che ci piaccia è altro discorso.
Ci convince di più Pagliai quando parla della dignità degli Appennini fatta di “bellezza, poesia, memoria, manualità e consuetudine” e della necessità di un nuovo “umanesimo” . Magari, anche in questo caso, bisognerebbe approfondire meglio per capire meglio ma non è questo il contesto giusto. Non mancherà occasione per riparlarne.


Paolo Vannini

Laurea in scienze politiche, giornalista professionista dal 1998, ha lavorato nei quotidiani La Nazione e Il Giornale della Toscana (edizione toscana de Il Giornale), è stato responsabile dell'Ufficio comunicazione del Comune di Firenze, caporedattore dell'agenzia di stampa Toscana daily news, cofondatore e vice direttore del settimanale di informazione locale Metropoli. Ha lavorato presso l'Ufficio stampa di Confindustria Toscana, ha collaborato e collabora per diverse testate giornalistiche cartacee e on line - fra queste il Sole 24 ore centronord, Il Corriere Fiorentino (edizione toscana del Corriere della Sera), Radio Radicale - si occupa di uffici stampa e ghost writing.