Ambiente, Economia  |  agosto 24, 2026

Peste suina africana: quando per combattere il virus si rischia di distruggere l’economia rurale

Il paradosso della PSA: si controllano sempre di più gli allevamenti mentre il problema principale, il cinghiale, continua a crescere. Una strategia seria dovrebbe affrontare la gestione della sua popolazione e il controllo della circolazione del virus nella fauna selvatica. Applicare modelli di biosicurezza concepiti sulla struttura degli allevamenti intensivi alle piccole e medie aziende, può avere come effetto la loro chiusura.
Una guida pratica alla Peste Suina Africana. E le cifre di un disastro economico

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In questa foto e nell'immagine della homepage carcasse di cinghiali colpiti dalla PSA

L’arrivo della Peste Suina Africana in provincia di Pistoia apre una questione che va ben oltre l’emergenza sanitaria. Non riguarda soltanto il virus, i cinghiali infetti, le zone di restrizione e le misure di biosicurezza, ma il futuro stesso della suinicoltura italiana e, soprattutto, di quella piccola e media, spesso legata ai territori marginali, alle produzioni tradizionali e a una dimensione familiare o comunque fortemente radicata nel territorio.

Il rischio è che, nel tentativo di proteggere gli allevamenti dalla PSA, si finisca per costruire un sistema nel quale l’allevamento diventa esso stesso il principale destinatario delle restrizioni, mentre il problema che ha favorito la diffusione del virus, cioè la presenza di una popolazione di cinghiali ormai fuori controllo, rimane sostanzialmente irrisolto.

È una situazione che ricorda quella che la filosofia definisce eterogenesi dei fini: si persegue un obiettivo giusto e condivisibile, ma gli strumenti utilizzati finiscono per produrre un risultato opposto a quello desiderato.

Nessuno mette in discussione la necessità di impedire che la PSA entri negli allevamenti. La biosicurezza è indispensabile, così come i controlli e, quando realmente necessarie, le restrizioni alla movimentazione degli animali.

Ma una domanda deve essere posta: quanto può essere efficace una strategia che concentra quasi tutto il proprio peso sull’allevatore, mentre il serbatoio selvatico dell’infezione continua a rappresentare il principale elemento di rischio?

Il paradosso dell’allevatore

Immaginiamo una città nella quale si verificano continui scippi sui mezzi pubblici.

Le forze dell’ordine non riescono a individuare e fermare i responsabili. E allora, invece di intervenire efficacemente sui delinquenti, si decide di impedire ai cittadini di utilizzare autobus e treni. È evidente il paradosso. Eppure, è difficile non vedere una qualche analogia con ciò che sta accadendo nella lotta alla PSA.

Il settore dell’allevamento suino è quello che deve essere protetto dal virus. Ma, quando il virus arriva sul territorio, l’allevamento viene sottoposto a controlli sempre più stringenti per verificarne la capacità di difendersi.

Molti allevamenti tradizionali, soprattutto quelli piccoli e medi, non sono nati secondo il modello dell’allevamento industriale moderno. Sono strutture sviluppate nel tempo, spesso in territori collinari e montani, dove spazi, caratteristiche degli edifici, modalità di allevamento e disponibilità economiche sono completamente diversi da quelli dei grandi complessi zootecnici.

Quando si applicano a queste aziende modelli di biosicurezza concepiti sostanzialmente sulla struttura degli allevamenti intensivi, il rischio è che la conseguenza sia una sola: l’allevamento non viene adeguato, viene chiuso e spesso sanzionato.

E quando un piccolo allevamento chiude, nella maggior parte dei casi non riapre.

Chi pagherà il prezzo della PSA?

La domanda è tutt’altro che teorica.

Se la situazione dovesse proseguire come negli ultimi anni, senza una significativa riduzione della presenza del cinghiale nelle aree interessate, è ragionevole immaginare una progressiva espansione della peste suina in una parte sempre più ampia del territorio nazionale.

Le conseguenze economiche sarebbero enormi, ma gli effetti non sarebbero distribuiti uniformemente.

È prevedibile che a pagare il prezzo più alto siano proprio gli allevamenti piccoli e medi, quelli situati nelle aree interne e marginali, quelli che praticano forme di allevamento tradizionali o estensive e quelli che hanno minori capacità finanziarie per realizzare recinzioni, strutture, percorsi separati, sistemi di disinfezione e tutte le altre misure richieste dalla moderna biosicurezza.

Il risultato potrebbe essere una progressiva selezione economica del settore.

Prima scompaiono gli allevamenti più piccoli, poi diminuiscono i macelli locali, vengono meno i servizi collegati e, infine, si riduce la presenza della produzione suinicola sul territorio.

A quel punto rimangono soprattutto le grandi strutture legate alla concentrazione agroindustriale (allevamenti intensivi, mangimifici, impianti di macellazione e trasformazione), quelle che dispongono delle risorse necessarie per sostenere i costi della biosicurezza e adeguarsi rapidamente alle prescrizioni.

Dalla piccola azienda al grande polo agroindustriale

È questo, forse, l’aspetto meno discusso della vicenda. Una politica sanitaria può produrre anche conseguenze economiche e sociali.

Se le regole diventano progressivamente più onerose e difficili da applicare per l’allevamento tradizionale, mentre risultano sostenibili per le grandi aziende, la normativa finisce inevitabilmente per favorire la concentrazione.

Il rischio è di assistere alla progressiva scomparsa di centinaia di aziende familiari o di dimensione medio-piccola e alla contestuale crescita di pochi grandi poli produttivi. Non è una prospettiva fantascientifica.

Il modello verso il quale potrebbe andare il settore è quello di allevamenti sempre più grandi, altamente tecnologici, fortemente compartimentati e sostanzialmente separati dal territorio circostante.

In altre parti del mondo sono già stati realizzati complessi zootecnici di dimensioni difficilmente immaginabili per la nostra tradizione agricola: strutture verticali, centinaia di migliaia di animali concentrati in pochi impianti, percorsi rigidamente controllati e sistemi di biosicurezza estremamente sofisticati.

Qualche anno fa, quando venivano presentati questi modelli, molti li osservavano con una certa ironia, considerandoli il simbolo di un’agricoltura lontana dalla nostra cultura.

Oggi dovremmo forse domandarci se, senza volerlo, non stiamo creando le condizioni perché proprio quel modello diventi l’unico economicamente possibile.

E il cinghiale?

Qui arriviamo al punto centrale.

Il principale serbatoio selvatico della Peste Suina Africana è il cinghiale. È quindi evidente che una strategia seria debba affrontare la gestione della sua popolazione e il controllo della circolazione del virus nella fauna selvatica.

Non basta controllare l’allevamento dopo che il rischio è arrivato alle sue porte. Occorre agire sul territorio.

Quanti cinghiali sono stati effettivamente abbattuti dal 2022 nelle aree interessate dalla PSA? Quante carcasse sono state recuperate? Quante sono state sottoposte ad analisi? Qual è stata l’evoluzione della prevalenza dell’infezione nella popolazione selvatica? Qual è il rapporto tra consistenza stimata della popolazione e numero degli abbattimenti?

Sono domande semplici, ma fondamentali.

Una strategia sanitaria dovrebbe essere valutata anche sulla base dei risultati ottenuti. Se il numero dei cinghiali rimane elevatissimo e il virus continua a spostarsi da un territorio all’altro, non è sufficiente aumentare indefinitamente i controlli sugli allevamenti.

Occorre chiedersi se la strategia complessiva stia funzionando e, soprattutto, se le risorse disponibili siano distribuite correttamente tra controllo della fauna selvatica, sorveglianza epidemiologica, biosicurezza degli allevamenti e attività amministrativa.

Il rischio della burocrazia che sostituisce la strategia

C’è poi un altro elemento che merita attenzione: la proliferazione degli adempimenti amministrativi.

Ordinanze, zone di restrizione, controlli, registrazioni, autorizzazioni, procedure, documentazioni, prescrizioni e verifiche possono diventare indispensabili in una situazione emergenziale.

Ma esiste una linea oltre la quale la burocrazia smette di essere uno strumento della politica sanitaria e diventa la politica sanitaria stessa.

È un rischio concreto.

Quando l’allevatore passa più tempo a dimostrare documentalmente di avere realizzato una determinata misura che a lavorare per mantenere realmente sicuro il proprio allevamento, qualcosa non funziona.

La biosicurezza deve essere concreta, proporzionata e verificabile. Non può diventare una gara a chi produce più carte e, soprattutto, non può essere applicata senza considerare le caratteristiche dell’azienda, del territorio e del sistema produttivo.

La domanda che nessuno dovrebbe evitare

La Peste Suina Africana è un problema sanitario gravissimo. Ma proprio per questo occorre evitare una politica che si limiti a reagire all’emergenza.

Se ogni volta che il virus si avvicina a un territorio la risposta consiste principalmente nell’aumentare le restrizioni sugli allevamenti, mentre il problema della fauna selvatica rimane sostanzialmente irrisolto, si rischia di ottenere un risultato paradossale.

Potremmo ritrovarci con meno allevamenti, meno macelli, meno aziende familiari e meno produzione suinicola locale, mentre la popolazione di cinghiali rimane numerosa e il virus continua a essere presente sul territorio.

A quel punto avremmo forse ottenuto un risultato sanitario discutibile e certamente un risultato economico e sociale molto grave.

La domanda, allora, non è se debba essere fatta biosicurezza. La biosicurezza deve essere fatta. La domanda è un’altra: vogliamo combattere la PSA proteggendo gli allevamenti oppure vogliamo arrivare, senza dichiararlo, a un sistema nel quale soltanto i grandi allevamenti industriali saranno in grado di sopravvivere alle regole necessarie per proteggersi dalla PSA?

Perché le due cose non sono necessariamente equivalenti.

E dietro la prima c’è una politica sanitaria.

Dietro la seconda c’è una trasformazione radicale dell’agricoltura italiana.

Una trasformazione che rischia di cancellare proprio quel modello di allevamento tradizionale che, soprattutto nelle aree interne e marginali, non rappresenta soltanto un’attività economica, ma una parte essenziale dell’identità produttiva e del presidio del territorio.

La lotta alla peste suina africana non può quindi ridursi alla domanda su come chiudere un allevamento che non rispetta una determinata prescrizione.

La domanda vera dovrebbe essere: come facciamo a mantenere vivi gli allevamenti e, contemporaneamente, a rendere il territorio realmente più sicuro?

Se non saremo capaci di rispondere a questa domanda, il rischio è che il virus non abbia bisogno di distruggere direttamente la nostra suinicoltura. Potremmo essere noi a fare il lavoro al suo posto.

 

 

GUIDA PRATICA ALLA PESTE SUINA AFRICANA

 

La malattia: patologia virale altamente contagiosa e spesso letale che colpisce i cinghiali ed i suini domestici;

Il virus: non si trasmette all’uomo né per contatto diretto né mangiando carne suina; è altamente resistente nell’ambiente, nel sangue e nelle carcasse di cinghiale; si diffonde per contatto diretto tra animali sani ed infetti, per contatto indiretto con superfici inquinate (stivali, vestiti, pneumatici, animali) e vettori biologici come le zecche molli;

Depopolamento cinghiali: È la misura cardine per ridurre la densità della popolazione selvatica (ospite serbatoio). Meno cinghiali ci sono sul territorio, più si abbassa la probabilità che il virus continui a circolare e a espandersi geograficamente.

Ricerca delle carcasse e rapida analisi di laboratorio: Il virus resiste mesi nei resti degli animali morti. Trovare rapidamente le carcasse nei boschi tramite la sorveglianza passiva, campionarle e rimuoverle in sicurezza evita che altri cinghiali o vettori sani si infettino mangiandole o toccandole.

Biosicurezza e abbattimento totale (Stamping-out): La doppia recinzione azzera il contatto muso-a-muso con i selvatici; la zona filtro aria (dove ci si cambia vestiti e scarpe) e i lavaggi bloccano i vettori meccanici umani. L’abbattimento totale e immediato dell’allevamento positivo è l’unica arma per evitare che il virus esca dalla struttura e infetti la filiera commerciale.

Regolamentazione delle attività del tempo libero: Poiché l’uomo è il principale vettore di diffusione a lunga distanza (trasportando terra    infetta sotto le scarpe, sulle ruote delle mountain bike o delle auto), l’obbligo di biosicurezza all’uscita dai boschi tutela le zone agricole sane limitrofe.

 

PESTE SUINA AFRICANA: UN DISASTRO ECONOMICO

 

Fatturato in fumo: Si registra un crollo verticale delle esportazioni di salumi, con perdite stimate in 20 milioni di euro al mese. (fonte ASSICA)

Frontiere sbarrate: Stop totale all’export verso nazioni chiave e mercati strategici come Cina, Giappone, Taiwan e Corea del Nord.

Macellazioni d’emergenza: Sono 120.000 i suini abbattuti e distrutti negli allevamenti sede di focolaio per fermare il contagio.

Ecatombe aziendale: Dal 2021 a oggi si è assistito alla chiusura del 17% delle aziende suinicole italiane, schiacciate dall’emergenza sanitaria e dall’insostenibilità economica.

Crollo dei prezzi dei suini macellati nelle zone infette con contemporaneo aumento dei costi relativi ai mangimi, farmaci e disinfettanti, energie elettrica e carburanti.


La Redazione

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