Personaggi e Interpreti, Uno sguardo oltre  |  aprile 24, 2024

Il medico scalzo della montagna reggiana

Alla liberazione dal nazifascismo contribuirono molti cattolici. Uno di essi fu Pasquale Marconi: il "medico scalzo" che aveva fondato l'ospedale di Castelnovo ne' Monti (RE). Il suo impegno, come uomo, medico, partigiano e politico fu ispirato da una "legge morale" che vede il Bene dell'Uomo al centro di tutto. La figura di Marconi, forse poco conosciuta lontano dall'Appennino Reggiano, merita di essere ricordata per l'insegnamento che ancora oggi, dopo oltre 50 anni dalla sua scomparsa, ci può trasmettere.

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Se volete andare in pellegrinaggio dove è nata la nostra Costituzione, andate sulle montagne, nelle carceri, nei campi, dovunque è morto un italiano per riscattare la nostra libertà, perché è lì che è nata questa nostra Costituzione.” Così scriveva, negli anni ’50, Piero Calamandrei. Quel riferimento alle montagne non è casuale. La Costituzione repubblicana affonda le sue radici sulle pendici dove si combatté gran parte della lotta partigiana. Qualcuno, tempo fa, disse che la Resistenza fu possibile solo grazie al ruolo fondamentale delle canoniche di montagna. Se, da una parte, la Chiesa di Roma faceva ancora fatica a svincolarsi dai nefasti legami col regime fascista all’opposto, in tante canoniche, specie in quelle di montagna, molti cattolici lavoravano per abbattere la dittatura e costruire l’Italia libera.
Nelle scorse settimane, mentre si avvicinava la Festa della Liberazione mi sono tornate in mente le parole di Calamandrei e, riflettendo su di esse, mi è capitato di ripensare ad una figura che ho scoperto recentemente sull’Appennino reggiano: Pasquale Marconi, il “medico scalzo”.
Si tratta di un personaggio che probabilmente, lontano da Castelnovo ne’ Monti, non è conosciuto come meriterebbe. Marconi spese la sua vita per il territorio, per aiutare gli ammalati, i più deboli e anche per costruire le fondamenta della nostra Repubblica antifascista. Verso persone come lui abbiamo un debito immenso e inestinguibile, il minimo che possiamo fare è ricordare la loro storia per trarne qualche insegnamento.

 

LE UMILI ORIGINI MONTANARE
Pasquale Marconi nacque, nel 1898, da un’umile famiglia di Vetto d’Enza (RE). Per buona parte della sua infanzia egli crebbe lontano dal padre che era emigrato in Francia dove lavorava come minatore e, per arrotondare, faceva anche il ciabattino. La madre, durante i freddi inverni dell’Appennino, realizzava piccoli manufatti (capi in lana, cesti in vimini…) che poi, con l’arrivo dell’estate, andava a vendere nei paesi della pianura. Fin da piccolo Pasquale Marconi mostrò una brillante propensione per gli studi. Per questo motivo i genitori fecero tutti gli sforzi possibili per farlo studiare, prima in seminario e poi al liceo.

 

LA PRIMA GUERRA MONDIALE E L’IMPEGNO POLITICO
Essendo nato nel 1898 venne arruolato ed arrivò al fronte poco prima della disfatta di Caporetto. A seguito del tracollo dell’esercito italiano fu fatto prigioniero e spedito in un campo di concentramento in Germania.
Rientrato in Italia, al termine della guerra, ottenne la laurea in medicina e iniziò a fare politica nel Partito Popolare. Con l’avvento della dittatura Pasquale Marconi si rifiutò di aderire al Partito Nazionale Fascista. Affrontò sempre il regime a viso aperto, sprezzante dei rischi derivanti dalle sue azioni. Anna, la sua figlia primogenita, nel 1940 era iscritta all’Università Cattolica di Milano. Padre Gemelli, che dirigeva l’ateneo, aveva chiesto ai frequentanti una certificazione di non appartenenza alla razza ebraica. Il 3 dicembre di quell’anno Pasquale Marconi scrisse al rettore per comunicare che gli uffici del suo Comune non rilasciavano tale certificazione. Inoltre, mostrando tutta l’ironia della quale era capace, il medico scrisse: “possedendo la mia famiglia un albero genealogico molto antico, non posso assicurare con assolutezza che fra i miei antenati non ci sia stato qualche giudeo. Anzi, andando molto indietro, questa possibilità diventa probabile. Inoltre, data la consistenza e la diffusione che va prendendo la teoria del Corpo Mistico, proprio il capo di questo Corpo Mistico dicono che fosse di razza ebraica.
Il suo ostinato, e ostentato, antifascismo gli costò non poche difficoltà nell’esercizio della professione. Poté prendere servizio all’ospedale di Reggio Emilia solamente sotto la tutela e la responsabilità politica di un suo collega medico. Quello però non era il posto che il destino aveva riservato per lui.

L’OSPEDALE DELLA MONTAGNA
Per molti anni, a partire dalla fine del ‘800, si era ragionato attorno all’ipotesi di aprire un ospedale sull’Appennino reggiano. Ma è solo nel 1929 che l’idea prese forma grazie al coraggio di Pasquale Marconi e dei suoi amici e collaboratori Igino Favali e Giovanni Grasselli. Il giovane medico, carico di tanto entusiasmo ma senza un soldo in tasca, riuscì ad ottenere dal Comune la concessione, a tempo illimitato, di alcuni fabbricati ad uso ospedale. In questa impresa Marconi venne aiutato dai parroci della montagna, in particolare da Don Canedoli che gli firmò una cambiale di 50.000 lire.
Il nosocomio, che prese il nome di “Ospedale Principe Umberto”, venne inaugurato il 17 maggio del 1931. La struttura sopravvisse alla guerra ma, con l’avvento della Repubblica di Salò, perdette l’intitolazione all’erede dei Savoia. Solo nel dopoguerra sarà attribuito il nuovo nome di “Ospedale Sant’Anna”.
La vita di Marconi fu profondamente legata all’ospedale di Castelnovo. Una delle figlie raccontò che, nonostante la loro abitazione fosse a cento metri dall’ospedale, suo padre era sempre in corsia e dormiva a casa solo il sabato sera. Quella di medico fu una vera e propria vocazione per Marconi che, in un suo scritto, esprimeva così il proprio pensiero:
La malattia non è un’entità: è una pura astrazione della nostra mente. Il medico ha davanti un uomo ammalato, un uomo sofferente nel corpo e nell’anima, che vuole e deve essere non solo studiato ed esaminato, ma assistito, confortato, rassicurato, compatito (compatire uguale soffrire insieme), aiutato fraternamente a vincere un morbo, un difetto, un vizio, un carattere, un temperamento, una crisi, una passione, un dolore.

 

Ospedale Sant'Anna (Castelnovo ne' Monti)
Ospedale Sant’Anna – immagine concessa da Redacon.it

 

“LA PELLE VALE QUALCOSA DI MENO DELLA LEALTA’”

Nel libro “Il medico scalzo”, scritto da Teresa Muratore, ho trovato alcune parole di Marconi nelle quali egli dice: “Per me e per i democristiani c’è una legge morale unica, in base alla quale abbiamo combattuto il fascismo e in base alla quale dovremo vagliare e giudicare ogni idea e attività. Se noi deploriamo le rappresaglie nazifasciste in quanto sono contrarie alla legge morale, è evidente che dobbiamo deplorare per lo stesso motivo tutte le rappresaglie, da chiunque vengano eseguite […] [la legge morale] è assoluta nel tempo e nel luogo e non soffre eccezioni di contingenze. La legge morale è promulgata nell’interesse dell’uomo. La ritorsione genera la ritorsione e così la catena delle violenze e dei lutti si prolunga e si aggrava all’infinito. Se il fascismo è delinquente, lo è appunto in quanto viola la legge morale; se noi per qualsiasi ragione o provocazione violiamo la stessa legge ci abbassiamo al livello del fascismo.
L’impegno politico di Marconi, che dopo la guerra proseguirà nelle fila della DC, prima alla Costituente e poi in Parlamento, fu sempre guidato da una incrollabile fede in questa “legge morale” che impone di agire per il Bene degli esseri umani senza distinzione. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 si impegnò per assistere i prigionieri alleati fuggiti dai campi di prigionia, i militari sbandati e i partigiani. Alla fine di settembre partecipò, in rappresentanza della componente cattolica, alla fondazione del Comitato di liberazione nazionale di Reggio Emilia. Fu arrestato nel 1944 e subì una breve detenzione per «favoreggiamento ai partigiani». Nel libro della Muratore è riportata una significativa testimonianza del giudice che lo scagionò. Il magistrato racconta: “gli contestai, in sede di interrogatorio, il reato a lui addebitato; mi rispose: signor giudice, lei sa che io sono un medico; nella persona che viene a chiedere la mia assistenza io vedo solamente il malato o non mi curo di sapere se è un fascista, un tedesco, un partigiano. Sappia che agirò sempre così, perché questo m’impone la mia coscienza. Non potei frenare un moto istintivo dell’animo mio innanzi a tale nobile figura; mi alzai di scatto e lo abbracciai. Lo stesso giorno fu rimesso in libertà.
Anche durante quei mesi di detenzione l’integrità morale di Pasquale Marconi non vacillò mai. Quando la 144° Brigata Garibaldi attaccò una corriera sulla quale viaggiavano diversi fascisti uno di questi, di nome Brino Ferretti, venne fatto prigioniero. Tra i partigiani iniziò a circolare l’ipotesi di uno scambio di ostaggi: Ferretti per Marconi. Ma il medico di Castelnovo rifiutò adducendo queste ragioni: “io non accettai forse per un eccesso di correttezza, perchè non si potesse neppure lontanamente pensare che lo avessi fatto prendere io per salvare a quel modo la mia pelle: la pelle vale qualcosa di meno della lealtà; accettai solo di venire in montagna per trattare lo scambio tra il Ferretti e soci fascisti, prigionieri dei partigiani, con altri detenuti politici me escluso.

copertina del libro IL MEDICO SCALZO

 

UNA VITA NEL SEGNO DELLA COMUNITA’

Durante i suoi mandati in Parlamento fu sempre molto attivo nella promozione di progetti volti al rilancio ed allo sviluppo della provincia di Reggio Emilia e per la montagna reggiana.

Il “medico scalzo”, così era soprannominato Marconi, fin da quando aveva poco più di 30 anni. Fu durante il viaggio di ritorno da una settimana di ritiro spirituale nella canonica di Monchio delle Olle che il medico acquistò un paio di sandali. Da quel momento iniziò ad indossarli, tutti i giorni e in ogni stagione, come simbolo di fratellanza e di condivisione con i più poveri.

La figura di Pasquale Marconi, a 52 anni dalla scomparsa, è ancora molto presente nella memoria degli abitanti di Castelnovo. Nel 2022, in occasione del cinquantesimo della sua morte, al Teatro Bismantova venne organizzato uno spettacolo dedicato alla memoria del “medico scalzo” e intitolato “Siate esageratamente buoni”.
Per Emanuele Ferrari, assessore alla cultura del Comune di Castelnovo ne’ Monti, “Pasquale Marconi, con la sua sana ruvidezza, la sua concretezza estrema ma anche la capacità di raccogliersi nella dimensione della preghiera e dello spirito, ha segnato un certo modo di essere uomini di montagna. La sua vita è stata tutta orientata a costruire sempre la comunità

fotografia di Pasquale Marconi (Fonte REDACON)
foto Pasquale Marconi – immagine concessa da Redacon.it

 

“DIFENDENDO UN IGNOTO IO DIFENDO ME STESSO”

E’ difficile inquadrare un personaggio come Marconi. La sua esistenza attraversò alcuni dei momenti salienti del ‘900. Fin da giovane, con l’esperienza della guerra e della prigionia dopo Caporetto, la sua vita avrebbe potuto ispirare un romanzo. Poi la lotta antifascista e l’impegno in politica, prima alla Costituente e poi in Parlamento.

L’attività civile e sociale, la sua professione di medico vissuta come una missione, un impegno politico profondamente antifascista sono le diverse sfaccettature della figura di Pasquale Marconi. Tutte però sono riconducibili all’idea di fondo che vede, al centro di tutto, il valore dell’essere umano.
In un testo che risale agli anni del suo impegno in Parlamento Marconi scriveva così:
In quarant’anni ho toccato con le mani, ho ascoltato con gli orecchi migliaia di uomini. I medici moderni si servono di aggeggi che permettono di ascoltare a un metro di distanza: è comodo e pulito, ma io vado all’antica, applico ancora l’orecchio direttamente alla carne, senza neppure interporre un telo, che offenderebbe, perché non temo di sporcarmi; e, mentre si cercano e si ascoltano suoni, rumori, rantoli, si trovano e si ascoltano palpiti, ansie, timori, speranze, che sono uguali in tutti; io sperimento con le mani e con gli orecchi che gli uomini sono tutti uguali, anzi, che gli uomini sono parte di un solo e unico uomo per cui, difendendo un ignoto, io difendo me stesso.
[…]
Questo contatto mi ha aiutato a capire che in questo mondo l’unica cosa che valga è l’uomo e che la politica, l’arte, la scienza, la cultura, il progresso, l’economia, per sé hanno il valore delle immondizie, anzi meno; il valore lo acquistano nel momento in cui tendono a servire l’uomo, ad aumentargli la gioia e a diminuirgli la sofferenza”


Eremo di Bismantova
eremo di Bismantova – foto Andrea Piazza


Andrea Piazza

Andrea Piazza nasce a Mantova nel 1974. Vive tra le rive di due fiumi (il Po e il Mincio) ma coltiva, da sempre, l’amore per la montagna. Ha due grandi passioni: il viaggio e la fotografia. Due attività che trovano un perfetto connubio nell’intrigante bellezza delle nostre montagne. Da qualche tempo cura un blog http://www.artedicamminare.it/ nel quale racconta, in modo simpatico e “non convenzionale”, i suoi viaggi sull’Appennino e non solo.