Ambiente  |  aprile 21, 2019

22 Aprile, la Giornata Mondiale della Terra. Ma è davvero l’ora della terra?

Le celebrazioni in tutto il mondo il giorno di Pasquetta. Soprattutto fra i giovani si sta formando una nuova coscienza ecologica. Ma i comportamenti in totale contraddizione con questo sentimento sono ancora tantissimi. La questione è quanta disponibilità esista a cambiarli. Da parte di tutti, semplici cittadini, politici e amministratori, operatori economici. Un bel rompicapo

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L’intensificarsi di manifestazioni, ricorrenze, eventi di questi ultimi giorni, e direi anche anni, sembrerebbe dimostrare che si stia formando una diffusa coscienza ecologica nella maggior parte dei paesi del mondo. Il 30 Marzo scorso, dalle ore 20,30 alle 21,30, si è celebrata, l’Ora della Terrra e i più significativi monumenti situati nelle principali città del pianeta sono rimasti volutamente al buio, per sottolineare simbolicamente che la Terra ha bisogno delle nostre attenzioni e che non possiamo più sfruttarne le risorse incondizionatamente, in nome di un progresso non più sostenibile e di una crescita economica che non può essere mantenuta all’infinito. E il giorno dopo Pasqua, lunedì 22 Aprile, si celebra la Giornata Mondiale della Terra, ricorrenza istituita dalle Nazioni Unite e ricordata ogni anno, un mese e un giorno dopo l’equinozio di primavera.

Il pianeta, in realtà, non è in pericolo

La prima considerazione da fare è che il pianeta non è in pericolo perché, fin dalla sua origine la Terra “ne ha viste di tutti i colori”. Ha vissuto fasi calde e fasi fredde, alternanze di ere geologiche che hanno provocato estinzioni di massa e di altre che hanno creato le condizioni per forme rinnovate di vita.

Quindi gli equilibri del nostro pianeta sono solidi e si può ben dire che la terra sa badare a se stessa.

Semmai ad essere minacciata è la specie umana, che da più di due secoli sta producendo quantità enormi di CO2 e di altri gas che conducono ad un riscaldamento rapido e pericoloso dell’atmosfera, almeno a sentire la scienza ufficiale. In tal modo si spiegherebbero i fenomeni estremi di questi ultimi decenni.

Slogan e dubbi

Ciò significa che ci siamo allontanati dalla dimensione naturale ed abbiamo intrapreso una strada eccessivamente consumistica, aggravata dall’esaltazione della virtualità, che ha per troppo tempo allevato generazioni di umani abituate ad ogni tipo di agio e di spreco, senza che abbiano mai avuto la percezione della limitatezza delle risorse globali.

E’ dunque positiva questa coscienza ecologica che si sta affermando, almeno nei paesi industrializzati, ma, come dicevano i nostri nonni, che avevano i piedi ben piantati in terra, “Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare” e, forse, gli oceani.

Il riconoscimento del Premio Nobel per la Pace proposto a Greta Thumbery, la giovane attivista svedese che sta lottando per il clima, è degno di nota, come sono degni di elogio tutti quei giovani studenti che hanno sfilato in manifestazioni e cortei in molte città del mondo. Ma ad ognuno di loro vorrei chiedere: a quante docce quotidiane sei disposto a rinunciare per non sprecare troppa acqua? Quante volte usi i mezzi pubblici e lasci in garage il motorino o l’automobile? Quante rinunce alla vita notturna per risparmiare energia elettrica? Quanti viaggi intercontinentali potresti cancellare per evitare che migliaia e migliaia di aerei inquinassero i cieli? E via dicendo…

Le stesse domande valgono anche per ognuno di noi adulti, che non rinunciamo a niente, ad esempio al riscaldamento esagerato ed alla climatizzazione a manetta nelle case o in auto, così come a tante altre cose superflue.

Si rassegnerebbero, poi, i politici e gli amministratori a perdere molti consensi, operando scelte impopolari in nome della salute dell’ambiente? E gli operatori economici, in genere, sarebbero disposti a sacrificarsi col pericolo di veder ridotto il proprio fatturato? E, infine, chi convincerebbe i paesi in via di sviluppo a porre limiti al progresso economico in nome di un incomprensibile (per loro) criterio di ecocompatibilità?

Insomma, un bel rompicapo e la sensazione che il tanto strombazzato modello di crescita basato sulla competitività estrema conduca ad approdi pericolosi. Ma perché nel PIL dei paesi industrializzati non si può inserire e monetizzare anche la sostenibilità ambientale, come dice qualche economista più lungimirante?

Un problema anche etico

Sta di fatto che ci si è dimenticati del bene comune e il problema, dunque, è anche etico, oltre che economico, ma l’etica sembra una parola scomparsa dal vocabolario quotidiano, almeno da quello di noi adulti, che ci siamo piegati alla logica del denaro con cui si può comprare tutto.

Allora speriamo che giovani e giovanissimi ci diano una lezione di serietà e di determinazione solidale ed operino, nei fatti, per l’affermazione di un modello di sviluppo in cui si crei, invece di consumare, si ami il Creato, invece di offenderlo, un modello di sviluppo in cui scienza, tecnologia, economia, politica, volontà individuale e collettiva, parlino all’unisono di valori etici basati sul più profondo senso di umanità.


Maurizio Ferrari

Maurizio Ferrari, sambucano di origine, ha insegnato Lettere per 38 anni nelle scuole superiori pistoiesi. Ora è impegnato nella promozione e nel rilancio del nostro territorio montano come presidente dell'associazione "Amo la montagna", che si è costituita due anni fa e che ha sede a Castello di Cireglio. Da 25 anni collabora con la rivista "Vita in campagna" del Gruppo "Informatore Agrario". Recentemente ha pubblicato il libro "Dieci racconti sambucani" ispirati alla vita quotidiana ed alla gente di Sambuca Pistoiese.