Zeno Colò e Celina Seghi avranno avuto molto da dirsi durante la loro carriera sportiva. Si saranno confrontati su tecnica, competizione, meteo, strumenti del mestiere, qualità della neve, stato delle piste e tanto altro ancora. Non sono a conoscenza, neanche per sentito dire, di questi loro dialoghi e scambi di vedute e così mi è venuto in mente il romantico poeta inglese Walter Savage Landor (1775 – 1864), che, tra le altre cose, soggiornò per molto tempo a Pracchia.
Questo romantico poeta di temperamento impetuoso e ribelle non raggiunse mai una compiuta popolarità anche se Imaginary Conversations, è considerato un capolavoro letterario.
Imaginary Conversations è una vasta raccolta di dialoghi tra personaggi storici. Conosco i miei limiti e la mia umiltà nello scrivere, ma il poeta romantico mi ha dato lo spunto per immaginare una conversazione tra i due protagonisti abetonesi.
Prima della loro immaginaria, ma non troppo, conversazione ritengo utile introdurre alcuni cenni biografici con i loro successi sportivi.
Zeno Colò e Celina Seghi sono due leggende assolute dello sci alpino italiano. Entrambi nati nel 1920 e cresciuti sulle nevi dell’Abetone hanno dominato le scene internazionali tra la fine degli anni ’40 e i primi anni ’50, diventando pionieri di questo sport in Italia quando ancora si sciava con sci di legno e senza casco.
Cenni biografici su Colò e Seghi
Ecco chi erano e perché sono rimasti nella storia.
Zeno Colò, “La Freccia dell’Abetone” (1920–1993), è considerato uno dei più grandi discesisti di tutti i tempi. Dotato di un coraggio fuori dal comune, rivoluzionò la tecnica di discesa introducendo la posizione a “uovo alto” per ridurre l’attrito dell’aria e per acquisire velocità senza perdere il controllo. Una postura che ha anticipato l’aerodinamica moderna dello sci.
I suoi traguardi più importanti includono:
• Il record del mondo di velocità (1947): Sulla pista del Piccolo Cervino raggiunse i 159,292 km/h, un record imbattuto per ben 17 anni, stabilito utilizzando sci di legno e senza casco.
• Il trionfo ai Mondiali di Aspen (1950): Vinse l’oro sia in discesa libera che in slalom gigante, e l’argento in slalom speciale.
• L’oro olimpico a Oslo (1952): Conquistò la medaglia d’oro in discesa libera. Fu il primo oro olimpico della storia dello sci alpino italiano (l’Italia dovette aspettare vent’anni, fino a Gustavo Thöni nel 1972, per vincerne un altro).
Nel 1954 venne ingiustamente squalificato dalla federazione italiana (FISI) per professionismo, poiché aveva firmato una linea di abbigliamento da sci con il suo nome (all’epoca le Olimpiadi e le gare ufficiali erano strettamente riservate ai dilettanti). Questo interruppe prematuramente la sua carriera. In seguito, disegnò tre famose piste all’Abetone che portano ancora il suo nome (Zeno 1, 2 e 3).
Celina Seghi, “Il Topolino delle Nevi” (1920–2022), è stata la prima vera fuoriclasse dello sci alpino femminile in Italia. Nonostante un fisico minuto (da qui il soprannome “Topolino delle nevi”), mostrava un’aggressività e una precisione tecnica straordinarie, specialmente tra i pali stretti dello slalom.
Il suo palmarès è impressionante, soprattutto a livello nazionale:
• Record: Detiene il record assoluto di medaglie ai Campionati Italiani, con ben 37 medaglie totali, di cui 25 d’oro.
• Il bronzo mondiale (1950): Condivise la spedizione trionfale di Aspen con Colò, vincendo la medaglia di bronzo nello slalom speciale.
• Piazzamenti olimpici: Sfiorò il podio alle Olimpiadi di St. Moritz (1948) e di Oslo (1952), chiudendo diverse volte al quarto posto.
• Il “K di diamanti”: È stata l’unica atleta italiana a vincere questo prestigioso trofeo internazionale dell’Arlberg-Kandahar.
Celina Seghi è stata un esempio di longevità sportiva incredibile: ha continuato a sciare regolarmente fino a dopo i 90 anni e si è spenta nel 2022 alla straordinaria età di 102 anni, rimanendo per tutta la vita il simbolo vivente della montagna pistoiese e della storia dello sci italiano.
La loro “Conversazione Immaginaria”, ma non troppo
Ecco un’immaginaria conversazione tra Zeno e Celina. Possiamo immaginarli a inizio anni ’80, seduti al caldo di un rifugio all’Abetone a fianco di una finestra, davanti ad una tazza di the e due tortine di Porretta, a guardare i giovani sciare con gli scarponi di plastica e gli sci moderni.
Zeno: (Guarda fuori dalla finestra, scuotendo la testa con un sorriso) Celina, guarda laggiù. Ma li vedi come sciano oggi? Tutti precisi, centrali… sembrano fatti con lo stampino. E poi hanno quelle tute lucide e colorate che sembrano supereroi.
Celina: Eh, Zeno, lasciali fare! Ai nostri tempi se cadevi a quella velocità con i pantaloni di lana ti tiravano su con il cucchiaino. Però hai visto che curve? Con gli sci che avevamo noi, se provavi a fare una curva del genere a Aspen, finivi dritta dentro un pino.
Zeno: Ma quale Aspen, Celina! La vera scuola l’abbiamo fatta qui. Mi ricordo sempre la prima volta sulla Selletta! Neve fresca fino al petto, gli sci di legno fatti dal falegname che pesavano come cancelli e gli attacchi che se cadevi ti portavi dietro la gamba.
Celina: Eh si…e chi se la dimentica la povertà di quegli anni! Ricordo che per allenarci si risaliva a piedi. Altro che ovovia, skilift e seggiovia. Un’ora di cammino con gli sci in spalla per fare due minuti di discesa. Ma quella fatica ci ha fatto le gambe d’acciaio. È per quello che noi toscani, noi abetonesi andavamo più forte di tutti, anche dei montanari del nord.
Zeno: Vero! Quando arrivammo a Oslo nel ’52, quelli ci guardavano come fossimo alieni. “Da dove vengono questi due? Dall’Appennino?”. Poi però in discesa libera hanno visto solo la mia scia. Anche se, ti dirò, il brivido più grande non è stato l’oro olimpico.
Celina: Ah, fammi indovinare… il Piccolo Cervino nel ’47?
Zeno: Esatto. Quasi 160 chilometri orari, Celina. Senza casco, con una giacca a vento che sbatteva che sembrava dovesse strapparmi le braccia e gli occhialini di gomma che si appannavano dopo tre secondi. In un punto ho saltato e ho pensato: “Se tocco terra storto, di Zeno non rimane neanche il nome”. Lì capisci se ami davvero la velocità o se sei solo matto.
Celina: Sei sempre stato un po’ matto, Zeno. Io ero quella piccolina, dovevo usare la testa. Ma a Aspen, nel ’50, che trasferta è stata? Viaggio lunghissimo per arrivare in America. Io con la mia valigia in cuoio con angoli rinforzati e gli sci legati con lo spago.
Zeno: E la neve d’America, Celina? Sembrava farina. Non come il ghiaccio vivo della nostra “Direttissima”.
Celina: Già. Però quell’anno ci siamo fatti valere. Io sono tornata col bronzo in slalom, tu con due ori e un argento. Al ritorno all’Abetone c’era tutto il paese in strada a fare festa. Sembrava che avessimo vinto la guerra, e invece avevamo solo scivolato sulla neve meglio degli altri.
Zeno: (Il tono si fa un po’ più serio) Poi però la Federazione ci ha tarpato le ali. A me per quella storia della giacca che portava il mio nome… Mi hanno dato del “professionista” come se fosse un delitto voler vivere del proprio lavoro.
Celina: Lascia stare i burocrati, Zeno. Quelli stanno dietro le scrivanie. La storia l’abbiamo scritta noi sulle piste. Guarda oggi: qui all’Abetone ci sono le piste “Zeno”. I ragazzi di oggi non sanno chi era il presidente della FISI del 1954, ma sanno benissimo cos’è la “Zeno 3”.
Zeno: (Sorride, raddrizzando la schiena) Questo è vero. E tu, Celina? Quand’è che ti decidi a mettere gli sci in soffitta? Hai vinto 25 titoli italiani, hai anni e anni di grinta… potrai anche riposarti!
Celina: (Sbatte il pugno sul tavolo, gli occhi che brillano) Ma non ci penso nemmeno! Finché le ginocchia reggono e c’è un palmo di neve sul Monte Gomito, io scio. La neve ti mantiene giovane, Zeno. È l’unica cosa bianca che non sbiadisce mai.
Zeno: Allora alla nostra neve, Celina. E all’Abetone, che ci ha regalato le ali.
Celina: Alla nostra, Zeno.
