Ambiente  |  gennaio 12, 2020

La “pasturazione” del cinghiale, una pratica da evitare

Gli incrementi demografici della specie sono legati per il 50% alla quantità di cibo disponibile. Distribuirne in eccesso all'ungulato è uno dei fattori principali della difficoltà di gestire la demografia del cinghiale. La cosiddetta supplementazione alimentare significa più danni a colture e a persone e più lupi. E quindi maggiori potenziali danni agli allevamenti e maggiori spese a carico della comunità

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Quando noi analizziamo un ecosistema dobbiamo pensare che tutte le specie che in esso convivono sono strettamente legate anche se in modo più o meno diretto o più o meno evidente. Attualmente, e non solo in Italia, il cinghiale (Suus scrofa) si pone al centro di una serie di nodi cruciali per quanto riguarda gli equilibri ambientali, inclusi quelli determinati dalla mano dell’uomo. L’esplosione demografica della specie negli ultimi 30 anni viene correlata sostanzialmente a 2 fattori: abbandono delle campagne e conseguente incremento della superficie boscata (aumento di cibo proveniente da ghiande, castagne, faggiole, aumento di aree-rifugio); aumento medio delle temperature e dunque inverni meno rigidi (diminuzione della mortalità dei piccoli).

La grande disponibilità alimentare

In un quadro in cui si osserva una grande disponibilità nutrizionale nei sistemi ecologici analizzati, rischia di essere sottovalutato il fenomeno della supplemantazione alimentare (cioé “pasturazione”) del cinghiale, una volta effettuato legalmente e suggerito/incentivato da parte degli ATC (i Comitati di gestione ambito territoriale di caccia), oggi illegale ma ancora largamente praticato nel mondo venatorio.

Quando la pasturazione aveva senso

La supplemantazione alimentare quando era consentita veniva ritenuta in grado di tenere lontani i cinghiali dai coltivi, mantenere i nuclei in aree vocate alla caccia in battuta e richiamare i soggetti in punti di sparo per abbattimenti in solitaria (art. 37 della 157/92 e oggi anche caccia di selezione).

Non esistono misurazioni affidabili della effettiva implementazione dei 3 obbiettivi su indicati, ma esistono molteplici evidenze scientifiche sul fatto che la supplementazione alimentare può raggiungere e oltrepassare la tonnellata di cibo x ettaro x anno, arrivando dunque a duplicare la capacità portante naturale del territorio. Ora, noi abbiamo visto sopra che gli incrementi demografici della specie sono legati per il 50% alla quantità di cibo disponibile perché: a) aumenta la percentuale di femmine che andranno in calore, b) anticipa a 8/10 mesi il primo calore delle femmine che normalmente andrebbero in calore non prima dei 18/24 mesi, c) aumenta il numero delle nascite per parto e d) diminuisce la mortalità infantile dei piccoli.

Difficile gestire la demografia del cinghiale

Dovrebbe quindi apparire chiaro che distribuire cibo all’ungulato fino e oltre al raddoppio della capacità trofica del territorio sia certamente uno dei fattori principali della difficoltà di gestire la demografia del cinghiale, i cui danni alle colture e alla comunità in genere (pensiamo agli incidenti spesso mortali con auto e motoveicoli) vengono pagati tramite gli Atc con i soldi o con la salute di tutti. Nonostante questo il fenomeno della “pasturazione” dei cinghiali continua nel disinteresse o peggio nell’omissione di tutti, compresi organi di controllo ed enti preposti.

L’effetto volano sul lupo

Senza contare l’effetto volano che l’esplosione delle popolazioni di cinghiale ha avuto sul lupo, specie oggi al centro di innumerevoli polemiche, di cui il cinghiale è la preda principale su tutto il territorio nazionale. Insomma, supplementazione alimentare significa più danni a colture e a persone, più lupi e quindi maggiori potenziali danni agli allevamenti, più soldi che la comunità deve impiegare per risarcire i danni. Ha senso che le amministrazioni siano cieche di fronte a tutto questo?

 

Alessio Pieragnoli

Esperto sui temi del conflitto tra lupo e uomo


La Redazione

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