Economia  |  marzo 6, 2018

Fare impresa agricola in montagna? Una vera impresa…

I consigli di un esperto. La prima condizione: un legame col territorio e forti motivazioni familiari. La scelta giusta: diversificare le produzioni aziendali e trasformare in proprio i prodotti. La necessità di occuparsi di tutto: rapporti con le banche, norme igienico-sanitarie, benessere degli animali, sviluppo rurale, marketing, logistica e comunicazione. Tante le difficoltà ambientali da affrontare. L'esempio virtuoso delle “Roncacce”

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CUTIGLIANO – Sull’importanza della permanenza di attività agricole (in montagna come altrove) e sul loro ruolo di tutela ambientale tutti sono concordi e, anzi, è venuta formandosi una narrazione pubblica “cittadina” che, sovente, rasenta la retorica di maniera, funzionale più che altro, a darsi un tono “sostenibile” ed ecologico.

Impresa e legame col territorio

Diamo quindi per acquisito che il primo ingrediente necessario per un’impresa agricola che funzioni, è la forte motivazione di chi ci lavora ed il legame con il proprio territorio. Diciamo anche che, trattandosi quasi sempre di imprese familiari, dietro un’attività di successo c’è sempre un gruppo di persone con relazioni affettive e legami di solidarietà molto solidi: non può che essere così, perché sono le stesse difficoltà che si incontrano nel tirare fuori un reddito dai campi, a mettere alla prova la tenacia dei coltivatori, selezionando quelli che riusciranno a progredire.

Un esempio virtuoso

Serve solo da esempio l’Azienda agricola “Le Roncacce” (1300 metri di quota sopra Cutigliano), il cui titolare, Giuseppe Corsini, è giustamente orgoglioso del suo lavoro e consapevole del ruolo che ricopre, come tanti altri imprenditori agricoli che lavorano nelle difficili condizioni dei territori svantaggiati. Infatti, le medesime caratteristiche ambientali che costituiscono il valore aggiunto per i prodotti che vi si coltivano, diventano allo stesso tempo uno dei maggiori fattori limitanti per gli imprenditori.

Le difficoltà ambientali

Il clima di montagna, le difficoltà logistiche per i trasporti, l’orografia che rende il lavoro col trattore difficile e pericoloso, i predatori, sono alcune delle sfide con cui deve fare i conti chi conduce una fattoria in Appennino. Operare in queste condizioni, si capisce bene, comporta una scelta di vita tanto più radicale quanto più chi decide di aprire un’attività agricola proviene dal mondo urbano e non ha una storia familiare legata alla campagna. Nella mia pratica professionale, parlando con tanti aspiranti agricoltori, ho sempre consigliato la massima prudenza negli investimenti e l’adozione di un approccio molto umile, giacché le delusioni e gli errori sono all’ordine del giorno.

Un duro lavoro

Occuparsi della terra non è impossibile, beninteso, ma davvero duro: come a dire che la campagna è per tutti, ma non tutti sono per la campagna! Chi invece ha avuto l’opportunità di ereditare il mestiere per tradizione familiare, ha ascoltato lezioni, racconti e aneddoti sulla campagna da parte di qualche genitore o nonno, vedendo e sperimentando direttamente la stagionalità ed il ritmo del lavoro, è senz’altro avvantaggiato.

La scelta giusta: diversificare

 

 

Quattro immagini dell’azienda “Le Roncacce”: in senso orario le stalle, l’agriturismo, gli appartamenti e alcuni prodotti

Un ulteriore elemento di grande importanza è la scelta di diversificare le produzioni aziendali: quando le caratteristiche e le superfici dei terreni agricoli lo permettono, la diversità delle coltivazioni è sempre preferibile alla monocoltura. Migliorano le possibilità di integrare il reddito e si resiste meglio ad avversità climatiche o ad altri fattori negativi: se un raccolto per qualunque motivo è insoddisfacente, si potrà compensare con altri; se un certo prodotto quell’anno spunta un prezzo più basso, potrà essere bilanciato con i maggiori guadagni ottenibili da altre coltivazioni.

Si tratta, in termini pratici, di assecondare la biodiversità dell’ecosistema agrario: infatti, per tornare al nostro esempio, l’azienda Corsini, vista in un’immagine aerea, appare come un mosaico di seminativi alternati a bosco, pascoli e foraggere, orti.

La trasformazione in proprio

Di fondamentale rilevanza, per le aziende agricole di piccola e media superficie, è trasformare in proprio quanto più possibile il prodotto: ad esempio, latte in formaggio, capi macellati in carne vendibile al dettaglio, piccoli frutti in conserve. Finché è possibile, poi, commercializzare direttamente i prodotti: in azienda, presso gruppi di acquisto solidale, a ristoratori, nei mercati contadini, solo per citare i sistemi più comuni. Le Roncacce fece il suo primo grande passo al tempo in cui scelse di realizzare un piccolo caseificio e creare per sé marginalità economica. Non a caso Giuseppe Corsini è sempre in cerca di prodotti agroalimentari o processi produttivi innovativi, attingendo dalla tradizione locale o declinando in chiave locale esperienze mutuate da altri contesti , come l’aver inserito negli ultimi anni vitigni che delle zone alpine.

Coltivatore esperto di contabilità

L’impresa agricola subisce, non meno che altre attività economiche, un poderoso apparato di norme e adempimenti di ogni genere, ma anche ha la possibilità di cogliere tante opportunità nei contributi comunitari e regionali, nelle fiere e mostre sparse per tutta Italia ed Europa. Detto in altri termini, il coltivatore diventa, suo malgrado, esperto di contabilità, rapporti con le banche, norme igienico-sanitarie, benessere degli animali, sviluppo rurale, marketing, logistica e comunicazione.

Ritagliarsi un po’ di tempo, ogni giorno, per la lettura di riviste specializzate e notiziari, mantenere rapporti con il mondo dell’università e la ricerca, dotarsi di consulenze specialistiche divengono prassi necessarie per pianificare e gestire al meglio la propria impresa.

L’imponderabilità

In ogni caso il coltivatore rimane con i piedi ben saldi a terra, giacché l’azienda agricola – a differenza della fabbrica e del processo industriale – non può controllare tutti i fattori della produzione ed un certo grado di imponderabile va naturalmente considerato.

A maggior ragione, se il principio del progresso indefinito e senza limiti della produzione industriale e dei consumi, secondo un modello di risorse teoricamente infinite si è rivelato non sostenibile (e presto, ne sono convinto, annuncerà rumorosamente l’arrivo al capolinea), occorre fare i conti con la produttività dei terreni agricoli, che non è incrementabile a piacimento ed ha limiti agronomici ed ecologici che non debbono essere oltrepassati.

Coltivatori e custodi

Chi lavora la terra è fondamentalmente un custode e può trasformare in opportunità di crescita economica, proprio le enormi energie che deve investire in tale accudimento, valorizzandole nella ricerca della massima qualità dei prodotti aziendali, dando libero sfogo alla propria creatività e inventiva.

Montagna “regno delle libertà”

Leonardo Rombai, eminente geografo e storico del paesaggio, nota come per secoli le terre montane non abbiano mai attratto rilevanti investimenti fondiari dall’esterno creando sistemi agrari molto evoluti, almeno fino alla rivoluzione industriale, evidenziando come è la loro stessa inferiorità produttiva a spiegare il motivo per cui le terre alte rimasero «il regno della libertà» […] un mondo controllato in larga parte da società locali costituite da piccoli proprietari coltivatori e allevatori”. Ecco: prendo a prestito questa definizione di montagna come «regno della libertà», perché penso che questa sia la cifra che più si adatta a riassumere lo spirito e la motivazione di Giuseppe Corsini e della sua famiglia, così come di tanti agricoltori del nostro Appennino.

Lorenzo Vagaggini – Dottore forestale


La Redazione

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