Da qualche tempo c’è una certa insofferenza da parte delle piccole associazioni territoriali nei confronti del sistema dei bandi, che qualcuno ha definito bandismo, in tono dispregiativo. Già l’iscrizione al RUNTS (Registro Unico Nazionale del Terzo Settore) ha imposto regole “ aziendalistiche” che hanno costretto molte associazioni ad adeguarsi con costi ed impegni burocratici per loro spropositati, mentre altre si sono volutamente autoescluse da questo sistema per l’impossibilità di rispondere alle rigidità gestionali ed alle richieste economiche.
Per dare ordine al mondo complesso dell’associazionismo si è voluto equiparare macro e micro associazioni senza tener conto delle abissali differenze in termini economici e gestionali delle une rispetto alle altre. I bandi pubblici, poi, che gestiscono risorse comunitarie, nazionali e locali, di fatto sono concepiti come corse ad ostacoli, spesso minate da bizantinismi burocratici e da richieste pletoriche che li rendono difficilmente comprensibili senza l’intervento di “decodificatori” interni o esterni alle associazioni.
Le critiche di Arci Pescara
Un’analisi critica del sistema dei bandi è condivisa specialmente dalle associazioni meno strutturate che manifestano le loro forti perplessità. Tuttavia è di questi ultimi giorni la posizione di Arci Pescara che, appoggiando le considerazioni del Vicepresidente del Consiglio regionale dell’Abruzzo, Antonio Blasioli, del Partito Democratico, mostra grandi perplessità circa il sistema attuale dei bandi pubblici.
Più in particolare la critica è rivolta contro il click day, cioè la gara di velocità basata sull’ordine cronologico di presentazione delle domande di adesione. anche a dispetto del merito e dei contenuti delle domande stesse.
Inoltre, e questa è forse la critica più strutturale, l’Arci Pescara mette in discussione l’intero sistema dei bandi per il terzo settore, propendendo per forme di partenariato stabile tra istituzioni ed enti sociali territoriali.
Insomma, ci si sta finalmente accorgendo di quanti e quali sforzi si debbano sobbarcare le piccole associazioni per poter reperire fondi per le proprie attività statutarie.
Una soluzione ragionevole
E’ dunque urgente l’esigenza di una soluzione più equa e ragionevole che tuteli maggiormente le associazioni meno strutturate, specialmente quelle che sono la voce di culture e territori marginali e quelle che si distinguono per offerte mirate in settori particolarmente bisognosi di attenzioni sociali.
La recente riforma del Terzo settore, datata 2026, prevede agevolazioni fiscali per piccole associazioni, ma il problema strutturale resta invariato. Sicuramente è giusto regolamentare il mondo dell’associazionismo che in passato si è distinto per una certa anarchia, ma la crisi del volontariato, specialmente nelle aree più disagiate, ha bisogno di risposte non solo burocratiche.
Ad esempio, potrebbero essere usati due criteri di distinzione nell’ampio panorama delle associazioni: il budget ed il numero dei soci.
Se un’associazione ha un budget annuale inferiore a 50-100.000 euro ed un numero di soci che non raggiungono le 50-100 unità dovrebbe aver diritto ad un trattamento differenziato nei bandi, nonché ad una riduzione sostanziosa della compartecipazione economica, mai superiore al 5% del finanziamento concesso da un ente pubblico. Molte associazioni, infatti, non si possono permettere contributi economici più corposi, anche se hanno caratteristiche e meriti talvolta superiori ad altre più strutturate.
Si deve tener presente che la democrazia non si esaurisce nel fare regole uguali per tutti, ma permettere a tutti di condividere le regole e le opportunità, come sottintende lo spirito della nostra Costituzione.
Infine, una nota sul monitoraggio dei bandi, che dovrebbe riguardare l’intero processo, dall’inizio alla fine di un percorso, prevedendo seri controlli de visu, come fanno i nostri cugini francesi.
