La società contemporanea si è progressivamente abbassata, ridotta laggiù, nelle poche pianure, nelle città e sulle coste, mentre l’Italia è piena di montagne e di terre alte. Quassù non c’è il vuoto, il niente, ma un insieme di risorse – aria, acqua, vegetazione, natura, paesaggio (…) – che consentono la vita per tutta la popolazione, anche per quella delle terre basse. Dalla montagna perduta alla montagna ritrovata, per una nuova centralità dell’Appennino, spina dorsale del Paese: può essere sintetizzato così il senso di Rivoluzione appenninica, una iniziativa nata dal basso e raccolta da un gruppo di studiosi e operatori territoriali, una rete che aspira a diventare laboratorio e movimento per tutto l’Appennino.
Come nasce Rivoluzione appenninica
Partito da ‘Terra Selvaggia’ e ‘Amo la Montagna’, associazioni dell’Appennino pistoiese, sostenuto dal sindaco di Sambuca Marco Breschi, un demografo di mestiere che conosce bene la storia e le prospettive delle popolazioni montane, il progetto riguarda i problemi dell’abbandono e della possibile rinascita delle terre alte: dalla drammatica perdita di patrimonio umano, storico e ambientale al danno irreparabile che questo comporta anche per le zone a valle e per le realtà metropolitane. Qui mancano i servizi fondamentali, cioè i diritti, a partire dalla sanità.
Gli Appennini sono plurali. Anche al singolare, l’Appennino è un luogo diffuso e ramificato, un insieme di montagne che formano la catena montuosa più lunga d’Italia, “un mondo in movimento”, come ama ripetere Augusto Ciuffetti, tra i massimi studiosi della montagna appenninica. È sempre stato così: si andava e si tornava, transumanze più che migrazioni; ma ad un certo punto il movimento è diventato unidirezionale, si è partiti e basta, un moto verso il basso, senza ritorno.
Sambuca Comune simbolo
Rivoluzione appenninica è un progetto che si rivolge alla lunga dorsale montuosa che dalla Liguria arriva in Calabria, toccando tutte le regioni. Sambuca Pistoiese è un comune policentrico delle montagne che uniscono la Toscana all’Emilia, sulla vecchia strada di Bologna; ha una ventina di frazioni sparse sui versanti declivi della Valle delle Limentre: nidiate di case aggrappate alle rocce e circondate dal verde dei boschi, per un totale di circa 1.400 residenti. A chi chiede al sindaco quante frazioni ha il suo comune, lui risponde che ci sono undici cimiteri. Come a dire che undici sono i paesi, cioè vere e proprie comunità; le altre consistono in gruppi di case lungo strada, mulini o altri piccoli nuclei.
La Sambuca – come la chiamano gli abitanti – condivide con tanti altri comuni dell’Appennino l’assenza o l’estrema scarsità di servizi (medico, scuole, negozi, trasporti, tempo libero…), la rarefazione delle attività produttive e delle opportunità lavorative, lo spopolamento e l’invecchiamento della popolazione. Eppure, l’una e gli altri hanno un alto grado di naturalità, sono depositari di storie e risorse, paesi e paesaggi, beni culturali e prodotti, tempo, spazio e silenzio.
Il programma di Rivoluzione appenninica
Da qui è nata la spinta, un proclama di rivoluzione che inviti i politici a rimettere i territori montani al centro delle strategie e delle azioni. Cosa che ancora non avviene, malgrado la nuova legge sulla montagna (L. 131/2025), che già sul nascere si sta perdendo nelle farraginose e incomprensibili dinamiche attuative. Il programma di Rivoluzione Appenninica è quello di indicare le possibilità di riabitare la montagna, a partire dall’analisi di quello che è successo, da una marginalità voluta che non è colpa del destino, da quello che si potrebbe fare e non si fa. Ma per riabitare o, per chi è rimasto, di continuare a farlo ci vogliono i servizi e i diritti essenziali per la vita.
I promotori del progetto
Oltre al sottoscritto, storico all’Università del Molise e direttore della Scuola dei Piccoli Comuni, e al sindaco-demografo, Marco Breschi, che alterna la sua residenza a Sambuca Castello e l’ufficio di sindaco (la sede del comune di Sambuca è a Taviano, uno dei tanti paesi che lo compongono) con il ruolo di professore all’Università di Sassari, fanno parte del gruppo di Rivoluzione Appenninica, Maurizio Ferrari insegnante agricoltore e presidente dell’associazione “Amo la montagna”, Maria Molinari fondatrice del piccolo festival dell’antropologia di montagna a Berceto (Parma), l’economista Massimo Rovai (Università di Pisa), l’antropologo Pietro Clemente (già Università di Firenze), il sociologo Marco Giovagnoli (Università di Camerino) e l’urbanista Ilaria Agostini (Università di Bologna).
Una collana editoriale come prima azione
Come prima azione hanno lanciato una piccola collana editoriale fuori dagli schemi, i quaderni di Rivoluzione appenninica (Forum Ed.): piccoli libri che offrono analisi e proposte, integrando l’approccio culturale con pratiche di resistenza e di rigenerazione, in modo che la voce della montagna arrivi fino alla ‘grande politica’, oggi lontana dalla vita di vecchi e nuovi montanari. Una collana per smuovere l’apatia dei politici e le incertezze delle istituzioni regionali e nazionali.
Il primo volume, Resistere per il futuro degli Appennini (2025) di Marco Breschi e Giovanna Gonano, è già uscito ed è un quadro disincantato della demografia montana; il secondo, curato da Maurizio Ferrari sta per essere pubblicato e riguarderà il castagno, risorsa dai molti usi e centrale per le zone montane; poi sarà la volta della Montagna che conta, una contabilità dei servizi ecosistemici proposta da Massimo Rovai; quindi, un approfondimento sulle condizioni dei vecchi e sull’economia della cura.
La consapevolezza da recuperare
Le rivoluzioni non si fanno con le parole, ma con le azioni. I libri possono essere al tempo stesso parola e azione. Le rivoluzioni hanno soprattutto bisogno della partecipazione popolare, di muovere dal basso per interpretare effettivamente i bisogni dei cittadini e dei territori. Oggi, purtroppo, per le popolazioni dell’Appennino i nemici sembrano essere le istituzioni e la politica che le sorregge, viste come responsabili di una privazione dei diritti fondamentali, accusate di disinteresse e di lontananza, buone a far parole ma incapaci di lenire le condizioni di disagio territoriale e sociale. Occorre recuperare un rapporto, una rappresentanza, una consapevolezza che si è progressivamente perduta, spenta dalla logica consumistica e commerciale secondo la quale mantenere o ripristinare i servizi per le comunità di montagna e delle aree interne in genere, sarebbe una spesa. Invece dovremmo considerarlo un investimento per produrre uguaglianza, che resta il valore centrale, seppure ancora disatteso, della Costituzione Italiana.
