In cammino con i libri  |  ottobre 11, 2026

“Senza mai arrivare in cima”. Il viaggio in Himalaya di Paolo Cognetti

Nel racconto dello scrittore il rapporto con la natura e i compagni di viaggio e i tanti incontri speciali: con l’acquila ferita, il sacro Monte Sumeru o Meru di indù e buddisti, il mito tibetano del beyul. Un viaggio sopra i quattromila metri alla ricerca del Tibet “che non esiste più”. “Non per scalare le cime, come sognavo da bambino, ma per esplorare le valli”

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Tempo di lettura: circa 4 minuti
La copertina del libro

Con il libro Il leopardo delle nevi di Peter Matthiessen nella sacca, da cui attinge riflessioni e con cui si confronta scoprendo di rivivere e riscrivere le stesse emozioni e sensazioni, Cognetti parte per un viaggio affascinante e ci regala un piccolo ma intenso, prezioso libro con molti momenti che lasciano un segno. Lʼincontro con lʼaquila ferita; “il sacro Monte Sumeru o Meru di indù e buddisti, sede di Shiva e Centro del mondo” da cui partono quattro fiumi che “sono i raggi di una ruota di cui la montagna è perno”; il “mito tibetano del beyul, una valle segreta il cui accesso è protetto da alti passi, tempeste di neve e bestie feroci” dove “il clima si fa più mite, crescono alberi da frutto, la terra è fertile e scorrono i torrenti” e che serve a “dare riparo ai saggi in tempi di violenza”; il mantra ki ki so so pronunciato depositando un sasso sopra ad altri perché “ki è il grido dellʼaquila e perciò del vento, il so è il respiro profondo della terra; il colle è il punto in cui gli spiriti del vento e della terra si scontrano tra loro, e arrivando lassù portiamo un dono perché si plachino e ci lascino passare”, il rapporto con la natura e i compagni di viaggio – non solo umani – sono alcuni degli elementi di questʼopera notevole da cui lasciarsi prendere per mano con occhi incantati.

 

“Alla fine, ci sono andato davvero, in Himalaya. Non per scalare le cime, come sognavo da bambino, ma per esplorare le valli. Volevo vedere se da qualche parte nel mondo esiste ancora una montagna integra, vederla coi miei occhi prima che scompaia. Sono partito dalle Alpi abbandonate e urbanizzate e sono finito nel più remoto angolo di Nepal, un piccolo Tibet che sopravvive allʼombra di quello grande e ormai perduto. Ho camminato per 300 chilometri e superato 8 passi oltre i 5000 metri, senza raggiungere nessuna cima. Mi accompagnavano un libro di culto, un cane incontrato lungo la strada, alcuni amici: al ritorno mi sono rimasti gli amici”. (Dalla quarta di copertina)

“Sul finire del 2017, e del mio quarantesimo anno di vita, partii con alcuni compagni per la terra di Dolpo, un altipiano nel nord-ovest del Nepal dove avremmo superato passi oltre i cinquemila metri, viaggiando a piedi per circa un mese lungo il confine tibetano. Il Tibet era una meta che non si poteva raggiungere, e non per questioni di frontiera: invaso dallʼesercito cinese nel 1950, devastato tra gli anni Sessanta e Settanta dalla furia della Rivoluzione culturale, e infine inesorabilmente colonizzato dalla nuova Cina capitalista, quellʼantico regno di monaci, mercanti e pastori nomadi semplicemente non esisteva più. Però esisteva, o così mi avevano raccontato, un piccolo Tibet in terra nepalese, sopravvissuto per qualche dimenticanza della storia. Anche sulle mappe il Dolpo ha lʼaspetto di unʼanomalia: lì dove il Nepal politico, che normalmente si mantiene a sud della catena himalayana, la supera e penetra nellʼimmensa area geografica dellʼaltipiano tibetano, cʼè una regione tutta sopra i quattromila metri, non raggiunta dai monsoni né dalle strade, la più arida e remota e la meno popolata del Paese. Forse lassù, mi dicevo, avrei potuto vedere il Tibet che non esiste più, che nessuno di noi potrà più vedere: ecco il viaggio che desideravo per i miei quarantʼanni, adatto a celebrare lʼaddio a quellʼaltro regno perduto che è la giovinezza.

Non era lʼunico motivo per andare. Uno altrettanto importante era la carovana di cui avrei fatto parte. LʼHimalaya non è una terra in cui addentrarsi alla leggera: per percorrere centinaia di chilometri tra montagne disabitate serviva una vera spedizione, con guide, portatori, muli, un campo da montare ogni sera e smontare ogni mattina, e compagni di viaggio. (…) Partimmo ai primi di ottobre, quando sulle Alpi ormai si aspetta la neve, e sbarcammo in una Katmandu calda e polverosa, appena uscita dalla stagione del monsone. Dalla mia ultima visita la città sembrava essersi ancora espansa nella sua ampia valle: cʼerano ulteriori strati di periferie, baraccopoli, quartieri residenziali, cani randagi, scimmie, mendicanti, mucche scheletriche in mezzo alla strada, bambini. Dei templi indù e buddisti di piazza Durbar, danneggiati o del tutto sgretolati dal terremoto di due anni prima, restavano ancora le macerie, e i puntelli di legno a sostenere i muri rimasti in piedi. Grandi cartelli annunciavano che il governo cinese si stava occupando della ricostruzione. La Cina? Che cosa ci faceva la Cina nella piazza più importante del Nepal? (…) I macellai esponevano nei vicoli costati rosso scuro, teste di capra sanguinanti, e nei tempietti agli angoli delle strade i devoti lasciavano fiori e frutta a decomporsi. A Thamel, il quartiere turistico un cui si aggiravano gruppi di occidentali in partenza per lʼEverest o in cerca della Katmandu dei Beatles, comprammo le ultime cose per la spedizione in uno di quei negozi di materiale usato, giacche a vento, maglie, scarponi ammucchiati sui banchi, tutta roba che i clienti regalano ai portatori vedendoli in alta quota con camicie a mezze maniche e ciabatte infradito, e i portatori si rivendono appena scesi a valle. Ci aggiravamo tra polvere, mani, corpi sudati, clacson, marciume che scorreva al bordo delle strade, eppure cʼera qualcosa in quella città che non smetteva di incantarmi. I bar migliori erano sulle terrazze degli edifici, da dove sembrava di elevarsi sopra le miserie dellʼumanità.” (Dallʼintroduzione dellʼautore)

 

CITAZIONE – Dopo un poʼ, come succede in Nepal, la sensazione di perdere tempo divenne quella di doversi abituare a uno scorrere diverso del tempo.

È solo quando ci si arrende che si entra nel giusto spirito del viaggio.

 

DETTAGLI TECNICI

EDITORE: Einaudi

LINGUA: Italiano

ANNO: 2018

PAGINE: 107


La Redazione

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