Brevi cenni biografici
Giorgio de Chirico (1888–1978) è stato uno dei pittori italiani più importanti e originali del Novecento. È famoso in tutto il mondo per aver inventato la Pittura Metafisica, uno stile unico che sembra dipingere i sogni.
Nasce in Grecia da genitori italiani. Questo legame con la terra del mito antico (templi, statue, filosofi) influenzerà profondamente tutta la sua arte. Studia in Germania, ma la vera intuizione arriva a Firenze nel 1910 e poi a Parigi: decide di dipingere non ciò che vede, ma il mistero che si nasconde oltre le cose visibili (da qui il termine “metafisica”).
I suoi quadri piacciono tantissimo ai Surrealisti (come Salvador Dalí), che vedono in lui un maestro del sogno e dell’inconscio. Più tardi, de Chirico cambierà stile tornando a una pittura più tradizionale, spegnendosi a Roma a 90 anni.
I quadri più celebri di de Chirico hanno un’atmosfera immobile, silenziosa e un po’ inquietante. Gli elementi che trovi quasi sempre sono: A) Piazze deserte. Grandi spazi vuoti e solitari, tipici delle città, avvolti da luci strane e ombre lunghissime. B) I Manichini. Figure umane senza volto, fatte di squadre, righelli e stoffa, che sostituiscono le persone vere. C) Archeologia e Modernità. Statue antiche e colonne greche mescolate vicino a oggetti moderni, come treni che passano sullo sfondo o ciminiere di fabbriche.
Perchè amo De Chirico
De Chirico è, senza alcun dubbio, il mio pittore preferito perché amo l’arte che cerca di svelare ciò che si nasconde oltre le apparenze. Nell’arte sono sostanzialmente attratto dal fascino del mistero e dell’enigma e così come non piacermi le sue tele che NON raccontano storie lineari, MA creano un’atmosfera di silenzio denso e sospeso. Come suddetto, le sue piazze vuote, le arcate infinite, le statue solitarie e i manichini senza volto ti interpellano direttamente, trasformando ogni quadro in un segreto da decifrare. La sospensione del tempo per me, che considero il futuro come una forma di presente costante, è un altro elemento che mi lega a De Chirico. Basta osservare attentamente i suoi dipinti e capire che il tempo sembra essersi fermato per sempre. Le ombre sono lunghe e innaturali, la luce è tagliente e meridiana, e regna una quiete immobile che evoca un senso di eterno e di attesa silenziosa di un qualcosa che trasformerà il presente costante in futuro.
Un viaggio metafisico sull’Appennino Pistoiese?
De Chirico ha sviluppato la sua pittura metafisica traducendo in immagini le visioni filosofiche di Nietzsche e Schopenhauer. É così che acquisisce le capacità di guardare oltre l’apparenza e rappresentare enigmi sulle tele. La sua pittura si sviluppa attraverso la nostalgia dell’infinito, i ricordi d’infanzia, le mitologie classiche rivisitate in chiave moderna e una profonda malinconia urbana.
A questo punto mi sono posto una domanda: come, Giorgio De Chirico avrebbe dipinto la montagna pistoiese? Ho immaginato alcuni paesaggi della Montagna Pistoiese trasformarsi in tele di De Chirico: una foresta, un ponte, una ferriera, una ferrovia, piazze, geometrie e ombre. Ma non essendo un pittore – anzi, tutt’altro!- non posso mostrarvelo con i colori e i disegni. Devo affidarmi alle parole: spetta a voi, cari lettori de “La Voce della Montagna”, dipingere con la mente ciò che la mia mano non sa tracciare. Prestate la vostra fantasia al mio racconto.
Ci sono dei momenti, nel corso della giornata, in cui la Montagna Pistoiese cessa di essere una coordinata geografica e si rivela per ciò che è veramente: un’immensa scenografia teatrale, dove il tempo ha smesso di scorrere e le ombre si allungano a dismisura, come dita nere che cercano di afferrare l’infinito.
Se Giorgio de Chirico avesse abbandonato le piazze desolate di Ferrara o di Torino per salire quassù, tra le vette dell’Abetone e i boschi di Cutigliano, avrebbe probabilmente trovato la patria definitiva della sua pittura metafisica.
Cosa succede quando la rigidità geometrica e il silenzio enigmatico della pittura metafisica incontrano la natura viva, boscosa e fiera dell’Appennino pistoiese?
Immaginare come Giorgio de Chirico avrebbe ritratto la Montagna Pistoiese significa spogliare questo territorio del suo aspetto puramente naturalistico o turistico per rivelarne l’ossatura segreta. Un palcoscenico di misteri, geometrie sospese ed enigmi senza tempo? Certo che sì!
Un esercizio non facile da costruire, ma con un bel pò di fantasia, che negli ultimi tempi abbonda nella mia mente e con discreta sensibilità, vediamo come De Chirico avrebbe reinterpretato i simboli più celebri della nostra cara montagna.
So che mi prenderò qualche critica per essere troppo prolisso. Tuttavia, come mi diceva il mio insegnante di lettere al Liceo restituendomi un corposo riassunto dei Malavoglia: “melius abundare quam deficere”. Un principio che in fondo ha il sapore del nonsense lapalissiamo e il trionfio dell’ovvio del comico Massimo Catalano.
La foresta geometrica: l’Abetone come selva di simboli
Per De Chirico, la natura non è mai semplicemente viva o selvaggia; è piuttosto un elemento scenografico, spesso pietrificato. I fitti boschi di abeti e faggi dell’Abetone e della Doganaccia sulla sua tela avrebbero perso la loro morbidezza organica.
Gli abeti sarebbero diventati coni verdi perfettamente geometrici, simili a solidi di legno poggiati su un pavimento prospettico. Lo sfondo non sarebbe stato un cielo azzurro di montagna, ma uno di quegli inconfondibili cieli dechirichiani: sfumati dal verde acido al giallo ocra, immobili, privi di vento. Sotto questi alberi artificiali, la neve non sarebbe apparsa soffice, ma compatta come gesso o marmo bianco, riflettendo ombre lunghe, nere e taglienti di personaggi invisibili.
Il Ponte Sospeso di San Marcello: una passerella sull’infinito
Il celebre Ponte Sospeso delle Ferriere, che unisce i due fianchi della montagna sospeso nel vuoto, sarebbe stato il fulcro perfetto di un’opera metafisica.
De Chirico amava le strutture ingegneristiche isolate, i ponti e i viadotti che evocano il passaggio e la transizione. Sulla tela il ponte non avrebbe avuto una funzione utilitaristica, ma sarebbe apparso come una passerella tesa sopra l’abisso del tempo. Privo di reti di sicurezza, ridotto a linee prospettiche pure, avrebbe collegato due sponde deserte. Al centro del ponte, forse, de Chirico avrebbe dipinto un singolo manichino senza volto, vestito con una tunica classica, fermo a guardare il vuoto sottostante.
Il torrente Lima, sul fondo della gola, sarebbe stato ridotto a una striscia di azzurro immobile, priva di riflessi e di moto.
Archeologia industriale: le Ferriere di Maresca e i manichini operai
La Montagna Pistoiese ha una lunghissima storia legata alla lavorazione del ferro. Le antiche Ferriere di Maresca, con i loro magli, le turbine ad acqua e i focolari, avrebbero stimolato l’ossessione di De Chirico per gli oggetti fuori contesto e l’archeologia industriale.
La ferriera si sarebbe trasformata in una delle sue caratteristiche “stanze metafisiche”, dove l’interno e l’esterno si confondono. Al posto degli antichi fabbri, avremmo trovato manichini da sartoria fatti di squadre, righelli e rotoli di pergamena, seduti immobili accanto a enormi ingranaggi arrugginiti. Dalle finestre ad arco dell’edificio si sarebbero scorte, in lontananza, vette innevate piatte, che è un paradosso descrittivo. Lo so che la vetta non può essere piatta, ma è così che la immagino.
La ferrovia Porrettana: il treno giocattolo all’orizzonte
Nessun quadro di De Chirico è completo senza un treno. È il simbolo del viaggio, della malinconia delle partenze, del legame tra modernità e mito.
La storica ferrovia Porrettana, che si arrampica tra ponti e gallerie scavate nella roccia della montagna, sarebbe stata lo sfondo ideale. Dietro un muraglione di mattoni rossi, tipico delle sue piazze d’Italia, de Chirico avrebbe fatto sfilare una piccola locomotiva a vapore nera, quasi un trenino giocattolo, che lascia dietro di sé una nuvoletta di fumo bianco perfettamente tonda e immobile. Un contrasto poetico tra l’imponenza della montagna e la fragilità della presenza umana.
Il silenzio delle piazze montane: Cutigliano e Gavinana
I borghi storici della montagna, come Cutigliano o Gavinana, sarebbero stati privati degli abitanti, dei turisti e dei fiori ai balconi.
Il Palazzo dei Capitani di Cutigliano, con i suoi storici stemmi in pietra sulla facciata, si sarebbe affacciato su una piazza completamente vuota, lastricata di listelli di legno prospettici. Al centro, la statua di un guerriero antico avrebbe proiettato un’ombra sproporzionata, mentre una misteriosa musa di gesso sarebbe rimasta abbandonata nell’angolo della piazza, accanto a un dado da gioco gigante.
De Chirico avrebbe poi trasformato la piazza di Gavinana in uno spazio fuori dal tempo. La statua di Francesco Ferrucci (famoso condottiero protagonista di una battaglia che qui si svolse nel 1530) che si trasforma in un personaggio enigmatico al centro della scena, mentre il campanile della Pieve di Santa Maria Assunta si erge come una rigida torre metafisica contro un cielo cupo.
Conclusione: l’enigma dell’Appennino
Dipingendo la Montagna Pistoiese, Giorgio de Chirico ci avrebbe ricordato che la nostra montagna non è solo un luogo geografico, ma uno stato d’animo.
Sostituendo il realismo della natura con il silenzio della mente, l’Appennino pistoiese sarebbe diventato un simbolo agganciato alla nostalgia per l’antico e del mistero eterno che si nasconde dietro le cose più semplici: un abete, un ponte sospeso, una vecchia fabbrica silenziosa, una piazza.
De Chirico avrebbe voluto mostrarci come anche luoghi carichi di storia e di memoria possano svelare i loro lati più enigmatici, invitandoci a guardare oltre la realtà visibile, esercizio che dovremmo applicare più frequentemente.
