Uno sguardo oltre, Cultura & Spettacoli  |  luglio 14, 2023

La musica oltre i confini

L’analisi geopolitica di Limes incontra le note del Porretta Soul. “La musica oltre i confini” è il titolo di un incontro pubblico che si terrà, martedì 18 luglio alle 17, all’Hotel Helvetia di Porretta Terme. Alfonso Desiderio e Fabrizio Maronta, esperti della redazione di Limes, insieme a Charles Bernardini, avvocato di Chicago, analizzeranno i fattori della crisi americana anche alla luce del caso Trump. L’incontro sarà accompagnato dalle note dei musicisti del Porretta Soul già presenti in città per l’imminente inizio del Festival

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LA MONTAGNA: BARRIERA O PONTE NATURALE?

La montagna è, per sua stessa natura, un confine. Le alture montane, separando una valle dall’altra, contribuiscono a creare mondi separati che, in alcuni casi, hanno parlate diverse l’una dall’altra. Eppure, questo non è l’unico modo di intendere la montagna. Qualche anno fa, mentre ero in cammino sulla Via Francesca della Sambuca, l’architetto Nicola Giuntoli mi fece riflettere suggerendomi di pensare alle montagne non come delle barriere ma, al contrario, come a dei ponti naturali. “Se vogliamo percorrere un buon tratto di territorio” – mi diceva Giuntoli -” quale è il modo migliore per farlo evitando ostacoli naturali come le gole, i fiumi e i torrenti? La soluzione ideale” – concludeva il mio interlocutore -” è quella di percorrere i crinali che, di questa zona dell’Appennino, sembrano proprio delle rampe e dei ponti che, da una parte o dall’altra del versante, superano tratti impervi”.
Vista in quest’ottica la montagna diventa un luogo d’incontro, una via per superare i confini e tessere relazioni. Anche la storia sembra dimostrarlo tanto più che, tornando alle parole di Nicola Giuntoli, “nell’ottocento il tasso di alfabetizzazione del Comune di Sambuca era di gran lunga superiore a tanti comuni urbani della Toscana del tempo. Questo dato è da mettere in relazione al fatto che Sambuca, attraversata dalla via Leopolda e in seguito dalla Porrettana, era un luogo dove il sapere aveva un ruolo fondamentale per tessere relazioni e, da un punto di vista più pratico, per alimentare professioni legate al passaggio: attività amministrative e doganali per le quali, a differenza di altri luoghi, era richiesta una maggiore istruzione”.

 

LA MUSICA OLTRE I CONFINI

Se la montagna può essere vista come un ponte capace di superare i confini altrettanto si può dire della musica. Ed è proprio qui, sull’Appennino bolognese, che c’è un luogo, Porretta Terme, dove da 35 anni la musica innalza un ponte capace di scavalcare l’Atlantico e unire Italia ed America.
Il Porretta Soul Festival, che ritorna dal 20 al 23 luglio con la 35esima edizione, rappresenta proprio questo: un ponte ideale che, ogni anno, riporta sull’Appennino un pezzo di America e, allo stesso tempo, promuove la cittadina termale in tutto il mondo musicale come una delle capitali del Soul e R&B.
Quest’anno “La musica oltre i confini” diventa anche il titolo di un evento che il Festival organizza in collaborazione con la redazione di Limes, la prestigiosa rivista di geopolitica diretta da Lucio Caracciolo. Martedì 18 luglio alle 17, sul terrazzo dell’Hotel Helvetia, Alfonso Desiderio (giornalista e coordinatore dei video di Limes), Fabrizio Maronta (analista e responsabile Relazioni Internazionali di Limes) e Charles Bernardini (avvocato dello studio Nixon Peabody di Chicago) discuteranno delle crisi che stanno vivendo gli Stati Uniti e del caso Trump come emblema di questa profonda crisi sociale, culturale e politica.

MUSICA E GEOPOLITICA?
Questa è la prima volta che il Porretta Soul ospita una riflessione di Geopolitica con dei relatori qualificati come gli esperti di Limes. Ma, come avrebbe detto un famoso magistrato della prima Repubblica, “che c’azzecca” la musica con la geopolitica? Abbiamo girato questa domanda ad Alfonso Desiderio giornalista di Limes che ha collaborato alla realizzazione di questo evento.

 

Botta e risposta con i tre relatori

La musica è un fenomeno culturale che, senza necessariamente arrivare alle canzoni impegnate di Dylan o Guccini, assume una rilevanza Politica. Le canzoni sono l’espressione di una Cultura e, come tali, possono influenzare le coscienze, sollevare movimenti, promuovere stili di vita e modelli di consumo. Allora forse non è tanto strano parlare di musica e geopolitica. Possiamo dire che la musica ci aiuta a capire la politica?

ALFONDO DESIDERIO – “La musica non è solo una categoria dello spirito, un elemento forse innato della nostra umanità. È anche uno strumento geopolitico, con una doppia valenza. È uno strumento di soft power, cioè di potere non coercitivo. Uno strumento per influenzare altre popolazioni e altri Paesi. Pensiamo ad esempio all’America e quanto sia stata importante la musica americana in particolare dopo la II guerra mondiale (ma anche prima) per attrarre le simpatie degli europei e come sia stato uno strumento di influenza culturale e politica in Europa occidentale (e per certi versi anche in quella orientale).
La musica è anche uno strumento per capire il paese da cui proviene. Cioè, continuando con l’esempio americano, è un prezioso strumento per capire gli Stati Uniti. E quanto più la musica è popolare e legata alla società di particolari luoghi e non solo allo show business, come la musica soul che arriva al Porretta Soul Festival, una musica ‘vera’ che esprime il sentimento di zone chiave come il Sud, tanto più è importante per capire le ragioni della crisi che stanno vivendo gli Stati Uniti, una crisi della società americana, di cui la presidenza di Donald Trump è stato un sintomo, e che ora apre un nuovo capitolo con la sua ricandidatura e le inchieste giudiziarie che lo stanno riguardando”.

 

IL BLUFF GLOBALE

L’idea di organizzare, nell’ambito del Porretta Soul, un incontro dedicato all’analisi geopolitica è nata, poco meno di un anno fa, quando la rivista Limes era da poco uscita con un numero intitolato ‘America?’ e dedicato all’analisi delle crisi che attanagliano gli USA. Recentemente un nuovo numero della rivista, intitolato ‘Il bluff globale’, analizzava la crisi della globalizzazione alla luce di quello che veniva definito ‘l’autunno dell’impero americano’. Di tutto questo parlerà Fabrizio Maronta (responsabile Relazioni Internazionali di Limes) al prossimo incontro di Porretta Terme”.

Gli Stati Uniti sembrano, da sempre, un mondo così lontano e diverso dal nostro. La situazione dell’America oggi in crisi di identità, vittima della tentazione di abdicare allo storico ruolo di “perno mondiale”, con le sue profonde spaccature interne e la crescente conflittualità verso l’esterno (pensiamo al rapporto con la Cina) sembra non riguardarci. Ma forse i problemi degli USA riguardano tutto il mondo dove, fette sempre più ampie, rischiano di scivolare verso “Caoslandia”.

FABRIZIO MARONTA – “Viviamo la fine di un’epoca, quella dell’incontrastato e incontestato primato americano – dunque del mondo più o meno direttamente americanocentrico – uscito dalla doppia vittoria statunitense: quella del 1945-1989. Meglio, del 1919-1945 e 1989-1991, dato che le due guerre mondiali possono essere viste come una lunga “guerra civile europea” (per citare lo storico Eric Nolte) che segna il tramonto delle potenze coloniali vetero-continentali a favore degli Usa, mentre la caduta del muro di Berlino è il prodromo della fine dell’Urss (dicembre 1991), dunque della guerra fredda.

In questo lungo periodo l’America non ha affermato solo una supremazia militare – navale, aerea, atomica – ed economico-industriale, ma anche un’egemonia politico-culturale nutritasi di ciò che Victoria De Grazia ha chiamato ‘l’impero irresistibile’, cioè l’attrazione esercitata dalla civiltà dei consumi. Modello che oggi diamo per scontato, ma che storicamente rappresenta solo uno degli esiti possibili.

Il risvolto geoeconomico di questa egemonia è stato e in gran parte resta la supremazia del dollaro e la capacità statunitense di imporre standard tecnologici. Entrambi gli assunti sono oggi “sfidati” da revisionismi diversi, ma accomunati dalla convinzione che il “mondo americano” abbia fatto il suo tempo. Così la Russia, così la Cina. Nel mezzo molti paesi, dall’India alla Turchia passando per gli Stati africani, mediorientali o del Sud-Est asiatico, che finora hanno beneficiato – in gradi e modi diversi – della ‘globalizzazione’ di stampo americano, ora messa in discussione.

Proprio il modo in cui si è dispiegata la globalizzazione, una delle forme – forse ‘la’ forma per eccellenza – dell’egemonia statunitense, ha concorso a erodere il primato americano, in quanto ha sovraccaricato gli Stati Uniti di una funzione di perno del sistema economico mondiale alla lunga logorante. Il prezzo, in termini di deindustrializzazione, di quarant’anni di delocalizzazioni sta lì ad attestarlo, non a caso è al centro delle politiche dell’attuale amministrazione.

E l’Europa? Si scopre fragile, perché incompiuta e attraversata da faglie interne che ne svelano l’eterogeneità geopolitica. Dunque la contendibilità, complice una dinamica demografica che non ci favorisce. Ciò rende quanto mai importante la capacità dei singoli paesi di unirsi idealmente in coalizione con altri Stati membri, volte a influire sugli equilibri dell’Unione Europea, contribuendo a orientarne le politiche per non subirle.

Fotografia di Giorgio Barbato

IL CASO TRUMP: L’ÉTAT C’EST MOI

La vicenda giudiziaria dell’ex presidente USA è un sintomo della profonda crisi che colpisce gli Stati Uniti. Dall’assalto di Capitol Hill all’incriminazione di Trump emerge l’immagine di un’America profondamente spaccata al suo interno. Di questo si discuterà con Charles Bernardini nell’ambito dell’incontro “La musica oltre i confini”. A lui abbiamo posto una domanda in merito a questa vicenda”.

Sul New York Times, in un recente articolo, la giornalista Maureen Dowd sostiene che Trump è come Luigi XIV: anche per l’ex presidente americano vale il motto “L’État, c’est moi”. La giornalista ci ricorda che le parole preferite da Trump sono i pronomi personali e gli aggettivi possessivi. Cito testualmente dal NYT: <<…Kevin McCarthy diventa “il mio Kevin”. Gli ufficiali dell’esercito erano “i miei generali”. Abdel Fattah el-Sisi era “il mio dittatore preferito”… [Trump] È così confuso dal narcisismo da non vedere alcuna distinzione tra documenti altamente sensibili appartenenti al governo e documenti che vuole conservare…>>. Che sia questo solo il problema di un leader politico troppo narcisista? Oppure la vicenda Trump parla anche della crisi di una Nazione che non riesce più (o forse non vuole) contrapporre dei corpi intermedi al “Re Sole” di turno? Questo è forse il segnale che gli USA stanno vivendo una profonda crisi di identità e, per molti cittadini, la via di uscita è quella di affidarsi all’uomo forte (o forse, nel caso di Trump, sarebbe meglio dire “sedicente uomo forte”)?

CHARLES BERNARDINI – “Concetti come ‘crisi d’identità’ o ‘leader narcisista’ mi sembrano perdere il segno del fenomeno di Trump. La forza degli Stati Uniti, dalla fine della Seconda guerra mondiale fino al primo gennaio 1994, fu la solidità della classe media. A tutti i livelli economici della Società (bianca, ammettiamolo) sembrava che si potesse guadagnare una vita dignitosa, mandare i figli a università, avere una pensione garantita dal datore di lavoro. Con la firma di Clinton del trattato NAFTA, le aziende cominciarono a spostare la produzione in quei paesi con costi di manodopera più bassi (prima il Messico e poi la Cina). Il risultato è stato la continua perdita di posti di lavoro negli USA dove si paga un “living wage” (sufficiente per una famiglia), e la fuga di posti di lavori dalla campagna americana (nonché la progressiva concentrazione della ricchezza nelle grandi città con il lavoro di colletti bianchi, professionisti, tecnici). Questo fenomeno lascia povertà e amarezza nella campagna americana e fra gli operai che nel passato votavano per i Democratici e adesso hanno ormai abbandonato quel partito che non li ha protetti. Donald Trump ha saputo parlare con loro, sia contro i cinesi, sia contro i messicani, immigranti in genere, nonché contro “il sistema”. Si può dire populismo, o si può dire che i Democratici, capaci di prevedere i benefici della globalizzazione, non hanno però dedicato attenzione e risorse a quelli lasciati indietro”.

 

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Andrea Piazza

Andrea Piazza nasce a Mantova nel 1974. Vive tra le rive di due fiumi (il Po e il Mincio) ma coltiva, da sempre, l’amore per la montagna. Ha due grandi passioni: il viaggio e la fotografia. Due attività che trovano un perfetto connubio nell’intrigante bellezza delle nostre montagne. Da qualche tempo cura un blog http://www.artedicamminare.it/ nel quale racconta, in modo simpatico e “non convenzionale”, i suoi viaggi sull’Appennino e non solo.