“Facile , oggi!”, diceva qualche anno fa un vecchio, vedendo passare un trattore munito di carrello, teleferica e alcune motoseghe, che si dirigeva verso il bosco. In effetti la vita dei nostri nonni boscaioli era davvero grama, anche perché avevano una scarsa attrezzatura a disposizione. I principali strumenti di lavoro erano la sega e il segone, il marraccio o il pennato, l’accetta e il filo a sbalzo.
Poi occorreva grande forza muscolare ed una estrema resistenza alla fatica.
Sega, maraccio e penna
In particolare si usavano la sega e il segone (parole derivate entrambe dal verbo latino secare , cioè “ tagliare”), a seconda delle dimensioni dei tronchi; il marraccio o maraccio (dal latino medievale marracius, “coltellaccio”), che era la grande roncola, dall’impugnatura di legno o di cuoio che serviva, e serve tuttora, per sramare e sfrascare. Nella nostra montagna, marraccio era spesso sinonimo di pennato, anche se quest’ultimo in origine aveva, dalla parte opposta al filo, un’altra appendice tagliente, chiamata appunto penna .
Questi due ultimi attrezzi si portavano alla cintura, appesi ad un gancio-portaroncola in ferro: dovevano essere sempre a portata di mano ed avere “il pennato al culo” era un’abitudine irrinunciabile.
L’accetta
Poi c’era l’accetta, il cui nome deriva dal francese hachette ,”lama da taglio”,che veniva tenuta affilatissima. Una prova determinante per verificarne l’affilatura era la seguente: se la lama radeva perfettamente i peli del braccio, significava che era pronta per l’uso.
Il filo a sbalzo
Infine i boscaioli d’altri tempi disponevano del filo a sbalzo, che usavano come teleferica manuale, per esboscare in terreni ripidi e accidentati. Si trattava di grandi matasse di filo di acciaio di varie lunghezze e di peso ragguardevole (non di rado superavano il quintale!) che venivano portate a spalla fino al luogo dell’esbosco, per essere poi srotolate fino a valle.
Si metteva il filo in tensione legandolo a due grosse piante, si agganciavano grandi fastelli di tronchi ad uncini di legno duro e stagionato (biancospino, ornello ecc.), si issavano sul filo e si inviavano all’altro capo del filo, dove un altro boscaiolo li sganciava e attendeva il carico successivo.
Il pericolo era sempre in agguato, o perché il filo si spezzava per l’usura o perché il carico si sganciava improvvisamente o perché la violenza dell’impatto a valle faceva “esplodere” il fastello.
Non è un caso che su per questi nostri monti il filo a sbalzo si sia portato via molte vite umane.
Ascoltando i racconti dei boscaioli di un tempo e vedendo gli strumenti tecnologici attuali viene un nodo alla gola, ma dalla rabbia, e ci si domanda: perché i nostri boschi sono in condizioni così pietose?