Ambiente  |  maggio 11, 2021

Ripulire un castagneto come facevano i nostri nonni

L'intervento su un castagneto abbandonato, infestato da pruni, ortiche, ginestre e ormai prossimo a diventare macchia. In comodato all'Associazione “Amo la Montagna” che lo ha riportato al suo aspetto originario, con un lungo e paziente lavoro. Utilizzando metodi antichi: rastrello, forbici da potare, segacchio e zappe. E riscoprendo veri e propri tesori di biodiversità

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Il castagneto ripulito

Uno degli imperativi categorici che questo nostro tempo dovrebbe imporsi è la difesa della biodiversità, non solo a livello teorico planetario, ma anche, e soprattutto, su scala locale.

Purtroppo questo accade sovente solo sulla carta, sui documenti ufficiali dati in pasto all’opinione pubblica, sui regolamenti regionali e centrali, dove questo valore si afferma con tale perentorietà che sembra quasi cosa fatta.

In realtà ognuno di noi, singolarmente, dovrebbe essere responsabile della tutela di questo bene prezioso nel nostro perimetro quotidiano, intorno ai nostri orti, nei giardini e, per coloro che ne sono proprietari, nei boschi.

Recuperare un castagneto abbandonato

Come appariva il castagneto prima della ripulitura

Un anno fa è stato concesso all’Associazione culturale “Amo la Montagna APS” il comodato d’uso gratuito di un antico castagneto, da alcuni anni abbandonato, già infestato da pruni, ortiche, ginestre e ormai prossimo a diventare macchia.

Il proprietario, impossibilitato a curarlo ma memore di ciò che esso ha rappresentato per la sua famiglia, ha infine deciso di destinarlo a chi lo potesse seguire adeguatamente.

In questo primo anno l’Associazione ha lavorato intensamente, tagliando i polloni nati al piede dei grandi castagni, togliendo i rami secchi, estirpando i pruni e le ortiche, rastrellando i fogliai e le sorprese non sono mancate.

Col solo supporto degli attrezzi usati dai nostri nonni, zappe, falcetti, pennati, rastrelli e forbici da potare, ci siamo resi conto di quanta biodiversità vada perduta con l’incuria e di quanto si possa fare per conservare intatto e vario, anche in un piccolo appezzamento di terreno, il nostro patrimonio botanico.

Alla scoperta di antichi tesori di biodiversità

 

A sinistra una viola nascosta tra rami secchi e foglie, a destra sotto uno spesso strato di foglie riemerge un mirtillaio

In un castagneto abbandonato da dieci anni regna il più totale disordine: le roste sono quasi scomparse causa l’assalto dei cinghiali, il suolo è un unico, spesso letto di foglie secche che di fatto impermeabilizzano il terreno, i prunai si moltiplicano irreversibilmente, così come i ginestrai, mentre i castagni stanno lì, così indeboliti che sembrano chiedere aiuto.

Insomma, di quelle rigogliose “piante del pane”, come le definivano i nostri nonni, delle selvi tenute come giardini, resta solo un grande rimpianto che genera frustrazione e rabbia.

Poi, mettendo mano agli attrezzi antichi e cominciando a lavorare con lena e con prudenza, si fanno scoperte sorprendenti.

Eradicando i pruni si intravvedono qua e là piante di lampone selvatico, ormai destinate a soccombere; fra un intrico di ginestre rivedono la luce rari cespugli di violette; rastrellando la spessa coltre di foglie secche spuntano famigliole di piantine scolorite di mirtillo, qualcuna addirittura con i fiori pronti a sbocciare e si rivedono tappeti esili di borraccina che un tempo dovevano esser molto più spessi e rigogliosi e che ormai hanno perso il loro ruolo di spugne naturali.

Un lavoro lungo e paziente

Una catasta di legna, residuo del taglio

E’ stato un lavoro lungo e paziente, ma i risultati hanno compensato tutto il tempo impiegato. Intanto abbiamo raccolto circa tre quintali di castagne e ricavato un quintale di farina dolce, poi abbiamo rivisto l’aspetto originario di un castagneto curato e infine, il nostro piccolo esempio è stato emulato da alcuni proprietari di castagneti confinanti. A poco a poco sta prendendo forma un piccolo miracolo.

Non di ogni erba un fascio

Un castagno secco è diventato un monumento e un ammonimento

Certamente i mezzi meccanici usati oggi in castanicoltura consentono grande risparmio di tempo e di manodopera, dato che in poche ore un operatore munito di un trattore od altro riesce a fare il lavoro di molti operai che si servono solo di strumenti tradizionali, ma quanta biodiversità si perde usando frese, trinciaerba, trinciatutto o servendosi di decespugliatori che “fanno di ogni erba un fascio”?

E poi, i funghi!

Pensiamo a quanto si sia ridotto in venti o trenta anni l’areale in cui nascono i funghi castagnini, che fra l’altro sono i più saporiti!

E’ anche questa una conseguenza dello stato di abbandono in cui versano i nostri boschi e i nostri castagneti che avrebbero bisogno di un sussulto di dignità da parte dei proprietari locali, delle comunità di montagna e delle istituzioni tutte.


Maurizio Ferrari

Maurizio Ferrari, sambucano di origine, ha insegnato Lettere per 38 anni nelle Scuole superiori pistoiesi. Ora è imprenditore agricolo e si sta impegnando nella promozione e nel rilancio del territorio appenninico come Presidente dell'Associazione "Amo la montagna APS" che si è costituita nel 2013 e che ha sede a Castello di Cireglio.Ha collaborato per 25 anni alla rivista "Vita in Campagna", del gruppo "Informatore Agrario". Recentemente ha pubblicato alcune raccolte di racconti ispirati alla vita quotidiana di Sambuca, dal titolo :"Dieci racconti sambucani"; "La mia Sambuga" e "Cuori d'ommeni e di animali", nonché una favola per bambini, "La magìa della valle dimenticata" illustrata dagli alunni della scuola elementare "P.Petrocchi " di CIreglio (Pistoia)