Sambuca, Non solo libri  |  gennaio 2, 2021

Non basta l’appeal del turismo. Per far rivivere i nostri paesi serve un disegno globale e moderno

La riflessione di Susanna Battistini, fra gli autori della parte scritta del libro fotografico di Angelo Celsi “Per antichi sentieri”: “La nostalgia non è una moneta spendibile. Ci vogliono idee, non sterili e sentimentali ritorni all’antico. Bisogna darsi un progetto a 360 gradi, che coinvolga il tessuto sociale e ambientale”

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La copertina del libro

“Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Mi torna sempre in mente questo passo de La luna e i falò di Cesare Pavese, quando penso alla storia di molti di noi, cittadini, viaggiatori, erranti, emigranti che, in qualche modo, si portano dentro un luogo (spesso molto piccolo) di origine.

E mi piace accostare il tema del ritorno e delle radici, che racconta Pavese, al bel libro Per antichi sentieri, dove le fotografie di Angelo Celsi, descrivono quel paesaggio interiore fatto di radici, memorie e nostalgie di chi quei luoghi li ha abitati, sognati o sentiti raccontare. Il sottotitolo del libro recita ‘alla scoperta del territorio di Sambuca Pistoiese, di questi nostri monti dimenticati’.

 Angelo Celsi

I due piani de libro

Già, dimenticati. Vale la pena riflettere su questo punto, oggi che abbiamo scavallato un decennio e salutato il 2021 nel segno di una mancanza.

Assenza di certezze, di contatti, di ritorni non concessi al paese di origine o di vacanza. Guardando questo bellissimo libro, nato da un’idea di Sante Ballerini e frutto di una mostra itinerante, a me vengono subito in mente due piani che si intersecano: la geografia sentimentale/fisica e quella, diciamo, socio-politica.

La “mappa” degli Appennini

Partiamo dalla prima. Ognuno di noi ha una mappa in cui si muove, la mia e quella di molti autori che hanno contribuito con propri scritti a corredare le foto del libro, hanno avuto a che fare con quegli Appennini aspri ma ricchi di Storia e di storie, ognuno con il proprio vissuto, di residente, di villeggiante, di emigrante. Ognuno di noi conosce le storie di resistenze in chi, per esempio, decide di non abbandonare quei luoghi che diventano sempre più protagonisti di un silenzio che forse è necessario, ma allo stesso tempo – ossimoro pertinente – grida il proprio sconforto! Silenzio che si evidenzia anche nelle foto suggestive di Celsi. Non ci sono umani. Solo natura, fiori, animali, albe e tramonti bellissimi, elementi come l’acqua, le pietre, il fuoco, e le case sono spesso costruzioni che stanno a ricordare insediamenti, tracce.

Il silenzio a cui non eravamo più abituati

Il 2020, con una pandemia che ha sconvolto il mondo, ci ha messi, almeno durante il lockdown, di fronte ad un silenzio a cui, soprattutto in città, non eravamo più abituati. Insomma, l’umano metaforicamente (quando non realisticamente, ma non è questa la sede per parlare delle ingenti vittime di questo virus) scompare. Ma se tutto questo alla fine fosse un bene? Se anche questo libro fosse arrivato nel momento giusto? Un anno utile per fermarsi e riflettere? Se servisse per gettare semi di rinascita? L’anno della rimessa in discussione di un modo di vivere che ha fatto il suo tempo? Se questa casa comune che è il mondo e, via via a scendere, il proprio Paese, il proprio territorio, il proprio piccolo borgo, aiutasse a rimettere in discussione le proprie coordinate geografiche ed esistenziali?

La crisi che stiamo vivendo ci dice che la Terra ha bisogno di rigenerarsi, di trovare nuovi assesti. Allora, quella Natura senza l’umano che si riprende il suo spazio – perché la Natura senza l’uomo questo fa – sta lì a ricordarci che solo distribuendo equilibri ne potremmo trovare tutti giovamento.

La visione del futuro che manca

Ed eccoci al secondo piano – incompleto e solo accennato – quello che reclama una presa di posizione forte di una politica che ha perso di vista una visione di futuro. Il dissesto ambientale è uno dei più urgenti problemi che ogni Paese si trova a dover affrontare. Secondo le statistiche (dati Istat) i paesi fantasma in Italia sono 6 mila. In molti altri borghi a resistere è solo un nocciolo duro di residenti. Sono 115 i comuni che tra gli anni settanta e oggi hanno perso oltre il 60% della popolazione e probabilmente il numero è destinato ad aumentare. Anche se la narrazione sui borghi ritrovati, in antitesi con i dimenticati di cui sopra, pare di gran moda proprio a causa di questa pandemia, sappiamo che non è così semplice; sappiamo che le politiche devono pensare in grande e darsi un progetto a 360 gradi, che coinvolga il tessuto sociale e ambientale e che non sarà sufficiente l’appeal del turismo a far rivivere i nostri paesi, se non c’è un disegno globale e moderno.

Idee e non nostalgia del passato

La nostalgia non è una moneta spendibile, se non come cifra interiore che ognuno porta con sé. Servono, invece, idee di non sterili e sentimentali ritorni all’antico, anche se può far male sentirselo dire: servono idee per trovare equilibri nuovi tra una natura che lasciata sola fa il suo corso e una cultura che tenga conto di quel tesoro che è il nostro territorio, fatto anche della fragilità e forza dei nostri Appennini. Serve che l’uomo torni ad abitare quei luoghi senza falsi romanticismi e autarchiche proposte irrealizzabili. Questa pandemia dovrebbe farci interrogare anche su questo.

Una ricchezza da salvaguardare

Le bellissime foto di Angelo Celsi sono lì a dimostrare la ricchezza da salvaguardare e da cui poter ripartire. Ho aperto con una citazione, mi piace chiudere con un’altra, del grande J. L. Borges: ”Non siamo nel Paradiso, disse ostinato il giovane, qui, sotto la luna, tutto è mortale”. Paracelso si era alzato in piedi. “E in quale altro luogo siamo? Credi che la divinità possa creare un luogo che non sia il Paradiso? Credi che la Caduta sia altro dall’ignorare che siamo nel Paradiso?”

Una meditazione, per chi vuole.

 

CHI E’ L’AUTRICE DELL’ARTICOLO

Susanna Battistini, giornalista culturale freelance, gli ultimi vent’anni passati in Rai, in qualità di autore e consulente. Scrive di sé: “Non amo la cronaca nera e il gossip. Ma il veicolo televisivo così come la carta stampata sono stati per me veicoli fondamentali, per raccontare storie, soprattutto le ‘esistenze minime’, quelle che vivono sghembe, che non salgono sul palco e non hanno gli onori delle cronache, fondamentali, però, per tessere le trame della Storia”. Vive a Roma, ma ha le sue origini in terra di Sambuca Pistoiese, a L’Acqua, piccolo borgo nella valle del Limentra Orientale.


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