Economia, Lettere al Direttore  |  marzo 9, 2017

Rinnovo il mio appello: passiamo dal dire al fare

Sante Ballerini scrive ancora alla Voce della Montagna. L'analisi della fine di un'epoca: i risultati di sessant'anni di abbandono dei monti e la necessità di ripartire: "Scopriamo tutte le sinergie possibili. La montagna ha ancora molto da offrire: cominciamo a conoscerci e a contarci, mettendo insieme tutti quelli hanno voglia di fare"

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Le poche risorse di un tempo

“‘Speriamo che non tornino buone le castagne’ esclamava spesso mio padre nel vedere come stavano andando in malora i castagneti che aveva scoperto a Campeda belli e appena ‘armondati’ (ovvero ripuliti) pronti per il raccolto a fine settembre del 1943, venendosene via con quel che aveva addosso da Molino del Pallone (lì tirava una brutta aria per chi aveva buttato la divisa dopo 8 settembre). Proprio grazie alle castagne e alle poche risorse che sui nostri monti hanno sfamato intere famiglie per generazioni – l’orto, quattro campi, sette o otto pecore, il maiale – nessuno patì la fame anche quando, nei due anni di guerra a seguire, ai residenti si unì la schiera degli sfollati. Avvenne – tragicamente allora – quello che di norma ai nostri anni si ripete d’estate nelle nostre borgate di montagna, quando la popolazione mediamente si quintuplica: con la differenza sostanziale che ora si morirebbe tutti di fame se si dovesse campare anche un sola settimana con i prodotti del territorio. Perché di tutte le risorse appena elencate non è rimasta traccia ed i bei castagni secolari sono morti quasi tutti, per l’incuria, il cancro o soffocati da polloni cresciuti a dismisura.

Il “Bengodi” è finito

Ma, verrebbe da dire, oggi ci sono i supermercati e la gente è ricca… Questo poteva valere fino al 2007, quando la società dei consumi conviveva allegramente con l’abitudine allo spreco, e l’Italia sembrava essere il paese di Bengodi. Che vuoi che più importi del castagneto, dei campi terrazzati coi bei muretti a secco, del fatto che non trovi più una fragola e i funghi faccian sempre meno: lasciamo che orde di cinghiali si divertano a devastare ogni cosa, che gli ungulati facciano il resto, che il bosco si faccia giustizia da solo, che l’acqua corra ovunque e diventi color della terra dopo cinque minuti che piove aprendo ogni volta nuove ferite sulle coste dei nostri monti e portando giù nel fiume ogni sorta di detriti, destinati a far piangere Bologna (già a rischio di alluvione più volte nella zona di nord-ovest).

I monti lasciati a se stessi

Sono ormai sessant’anni che i nostri monti sono lasciati a se stessi e tutto va in malora. ‘No – sostengono alcuni benpensanti – è la natura che si riprende il suo ruolo di artefice di quel mondo che l’uomo ha cambiato a proprio uso e consumo’. Questi teorici della bontà della natura dovrebbe andare a vedere com’è ridotto il bosco spontaneo, quello comunemente indicato col nome ‘macchia’. Ovunque alberi secchi perché troppo fitti o, peggio, sradicati perché cresciuti troppo, con l’apertura conseguente alla radice di un’ampia voragine nel terreno; specie invasive come la cascia e molte altre che prendono il sopravvento in particolare sul carpine e sul frassino, per non parlare della silente edera capace di ‘strozzare”‘una pianta alta 30 metri; sottobosco sparito, sempre più rara la ginestra, quasi introvabile il ginepro! E che dire del terreno: smottamenti ad ogni passo, scomparsi erba e muschio la terra ti guarda brulla e indifesa, i sentieri e perfino i fossi intasati da frasche e fogliame marcescenti da tanto che stanno lì.

Il risultato di sessant’anni di abbandono

Ben altro aspetto avevan preso i nostri monti via via in questi mille anni di antropizzazione, quando con tanto lavoro l’uomo ha costruito la casa con tanto d’orto, livellato un fazzoletto di terreno per farne campo per il fieno o le patate, piantumato e tenuto ben potato il castagno come il più prezioso degli alberi da frutto, salvaguardato ogni pianta della macchia per ricavarne quanto basta per scaldarsi quando finisce la bella stagione, il che vuol dire sui nostri monti da settembre a maggio. Era tutto un giardino!
Sono bastati sessant’anni di abbandono e tutto va in malora. E l’Italia non è più il paese di Bengodi. La città e la pianura non offrono più lavoro, ma chiusure desolanti di tante imprese e segnali continui di malversazione e degrado allarmanti.

Appello ai proprietari di terreni

Torno a rinnovare il mio appello ai proprietari dei terreni pubblicato a dicembre su questa testata e mi associo all’invito a scoprire tutte le sinergie possibili promosso dal Professor Maurizio Ferrari il 20 febbraio scorso. La montagna ha ancora molto da offrire. Cominciamo a conoscerci e a contarci, mettendo insieme tutti quelli che sono pronti a passare dal dire al fare”.

Sante Ballerini


La Redazione

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