Ambiente, Turismo  |  luglio 14, 2025

LA RIFLESSIONE / Il Piano strategico nazionale delle aree interne: le conseguenze irreversibili dell’abbandono

Il documento sembra accompagnare questa prospettiva. Se però le aree interne vengono condannate allo spopolamento verranno condannate anche all’incuria. Occorre chiedersi se sia la soluzione migliore, in un mondo sempre più caldo, affollato e rumoroso, uccidere le uniche zone fresche, autentiche, pulite. E' davvero il caso di pensare molto bene al futuro e cercare di salvaguardare l’ambiente e quel poco di natura che ci rimane

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Il lago Scaffaiolo: foto di Maurizio Pini

Non ho mai trovato così tanta vita dove sono pochi i segni di vita. Piccoli borghi, con i gerani alle finestre e storie silenziose che sussurrano dalle persiane socchiuse. Tra queste case il tempo si ferma e ti senti al sicuro, ti senti più vero, più umano, vicino finalmente a ciò che ti hanno fatto credere da sempre di dover fuggire: la solitudine. Tra le viuzze di pietra di questi paesotti non ti puoi perdere e l’incontro è prezioso e ha subito il retrogusto di familiarità e fiducia. C’è solo una cosa da temere in questi luoghi remoti: l’abbandono, quell’incuria che potrebbe segnare la fine di questo soffio di vita ancora autentica che li abita.

Purtroppo, le amministrazioni locali e nazionali non hanno mai colto il senso profondo di queste zone di quiete, le hanno sempre trattate come un’appendice fastidiosa da estirpare dalla grande macchina globale in perenne corsa verso l’abbondanza: abbondanza di persone, di denaro, di esperienze, di possibilità; quell’abbondanza dove presto ci si scorda il senso profondo della nostra esistenza. Ci si distacca dalla natura, dalla ciclicità delle stagioni, tutto è identico, abbagliante, caotico e, ahimè, molto spesso deprimente.

Ho visto tante persone fuggire da questa macchina infernale che travolge le città e approdare in piccoli borghi, alla ricerca disperata della tranquillità. I miei genitori hanno una struttura ricettiva in un luogo di montagna e negli ultimi anni, durante il periodo estivo, il turismo che la coinvolge è questo, è il turismo della fuga. Fuga dall’artificioso, dal rumore, dalla gente e dal caldo. Le persone vengono a respirare dove l’aria e più pura e si disintossicano tra le braccia di una natura mai avvicinata così tanto. I bambini guardano le galline del nostro pollaio come animali esotici e camminano nel bosco dove sono cresciuta come se attraversassero la foresta amazzonica. Noi residenti di queste aree montane a volte concediamo mal volentieri i nostri spazi a questo turismo della fuga. Perché, diciamocelo, le persone che scappano sono tante e spesso non sono molto abili a interagire con una natura così incontaminata. Tuttavia, ne hanno bisogno, dentro di loro si muove uno spirito primordiale di ritorno, riconnessione che spesso di manifesta con forza attraverso pratiche veramente bizzarre, come il bagno di foresta o l’abbracciare gli alberi.

Di fronte a tutto questo rinnovato interesse, devo essere sincera, un po’ ho sperato. Ho creduto che questo turismo di massa avrebbe portato piano, piano a un nuovo interesse o quantomeno a una qualche forma di attenzione verso questi luoghi dimenticati. Invece di recente ho letto che il punto 4 del nuovo Piano strategico nazionale delle aree interne 2021-2027 della Presidenza del Consiglio dei Ministri, approvato il 9 aprile 2025, si concentra sull’accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile proprio di queste aree, che bene riconosco nei paesi che ho vissuto su queste montagne, dove ci sono ancora così tante possibilità e dove la gente, molto spesso, si rifugia. Così questi generosi luoghi vengono ciucciati fino all’osso durante il periodo estivo, quello della fuga, ma per il resto dell’anno poco importa. I pochi residenti che rimangono con forza aggrappati alla loro vita silenziosa vanno solo assistiti nella morte, un’eutanasia lenta e inevitabile.

Questa decisione delle amministrazioni, peraltro molto in linea con l’operato degli ultimi anni, non solo è da ritenere cinica e impudente verso chi mette così tanta cura nella tutela di un patrimonio paesaggistico, storico e umano così importante, ma è anche una scelta politica poco intelligente. Se le aree interne vengono condannate allo spopolamento verranno condannate anche all’incuria. Capisco che questo possa essere difficile da comprendere per una classe dirigente che raramente si prende cura ed è completamente tesa ad altri interessi, ma se i residenti smettono di mantenere vivi questi luoghi remoti il turismo della fuga non sarà più possibile. Siamo sicuri che in un mondo sempre più caldo, affollato, rumoroso, spazientito, uccidere le uniche zone fresche, autentiche, pulite sia la migliore soluzione? Quando tutti abiteremo le città e le aree interne saranno spopolate, incolte, prive di strutture ricettive, dove pensiamo di poter fuggire?

La questione è davvero spinosa, ma evidente. Bisogna pensare molto bene al futuro e smettere di compiere scelte scellerate, salvaguardare l’ambiente e quel poco di natura che ci rimane. La montagna per fortuna so essere popolata da gente resiliente, che lotterà fino alla fine, fino alla rinuncia dell’ultimo servizio. Quando però l’inevitabile abbandono avrà luogo io spero solo che chi si è sapientemente adoperato per gestire e accompagnare lo spopolamento il 10 agosto di un qualche anno futuro, stremato dal caldo e dal caos, cerchi ristoro nelle aree interne e trovi finalmente quello che è riuscito a dare: niente.


La Redazione

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