1. Il secolo della decrescita demografica
La sottovalutiamo, ma la demografia ci sta parlando chiaramente. Il XXI secolo, il primo del nuovo millennio, passerà alla storia come il secolo del declino demografico per quasi tutte le società post-industriali in netta contrapposizione all’Ottocento e al Novecento. La popolazione dell’intera Europa è infatti aumentata di quattro volte tra il 1800 e il 2000, passando da 195 a 770 milioni. Secondo le ultime previsioni delle Nazioni Unite, l’Europa conterà 587 milioni di abitanti a fine secolo, con una riduzione di quasi un quarto; il calo per l’Italia sarà ancora più marcato: 37 milioni, con una perdita di 22 milioni (pari al 35%).
Gli studi demografici e sociali si sforzano, da tempo, di interpretare le ragioni della bassissima fecondità che attengono, in varia e diversa misura: l’alto costo dei figli, la ridotta occupazione delle donne, il disagio economico, l’incertezza sul futuro, una diversa scala valoriale, servizi sociali inadeguati. Per di più, nel nostro Paese, sono stati timidi e incerti gli interventi politici e legislativi per allentare alcuni dei più evidenti ostacoli che rendono difficile la decisione di avere un figlio.
2. Un intero paese in decrescita, con un’eccezione
Un dato per certi versi nuovo della recente e futura dinamica demografica è l’estensione della decrescita. Negli scenari previsti dall’Istat tutte le regioni, con una sola eccezione, avranno meno abitanti al 2080. Il Meridione subirà emorragie rilevanti con un crollo superiore al 40 per cento; il Centro perderà il 21 per cento e il Nord avrà un calo inferiore al 10 per cento.
Solo il Trentino-Alto Adige non perderà abitanti grazie ad una più elevata fecondità (circa 1,6 figli per donna) e a un significativo flusso migratorio alimentato da arrivi sia dal Paese che dall’estero. Non è qui il caso di interrogarsi sulle motivazioni della maggiore fecondità della popolazione trentina e alto-atesina anche se, oltre a ragioni culturali (da non escludere anche una sorta di «sindrome della minoranza»), non deve essere trascurato il ruolo svolto dalle varie politiche locali a sostegno della genitorialità.
3. Il buco nero dei piccoli e piccolissimi comuni montani
In astrofisica, un buco nero è un corpo celeste con un campo gravitazionale così intenso che dal suo interno non può uscire nulla, nemmeno la luce. Ecco, il nostro buco nero è un’ampia porzione dell’Italia dalla quale non ‘esce’ nulla perché non ha e, soprattutto, non avrà abitanti. Sarà una terra vuota, un vasto buco nero lungo tutto il Paese, soprattutto nelle terre alte e remote.
Queste terre sono fatte da alcune migliaia di piccoli comuni con pochi abitanti, spesso vecchi. Per questo mondo la sorte più probabile è la desertificazione. Nelle analisi socio-demografiche i comuni piccoli sono quelli con una popolazione residente inferiore ai 2.000 abitanti. Al 1° gennaio 2021 se ne contavano 3.526 pari al 44,4 per cento dei 7.904 comuni italiani. Il profilo medio di un comune piccolo è il seguente: 938 abitanti che vivono in un territorio di 25,5 kmq posto a un’altitudine di 482 metri slm.
All’interno di questi piccoli comuni esiste una nutrita schiera di municipi piccolissimi con una popolazione inferiore ai 500 abitanti. Se ne contano 882. In media queste micro-comunità hanno 293 abitanti e il loro numero complessivo (poco più di 250mila) non arriva allo 0,5 per cento dell’intera popolazione nazionale ed è disperso sul 6 per cento del territorio nazionale. Le popolazioni di queste 882 comunità vivono, o meglio provano a sopravvivere, a un’altitudine ancora maggiore: 607 metri slm, indizio di un maggiore isolamento e di vie di comunicazione più complesse e difficili.
In molte di queste terre non si hanno più nascite o se ne contano sulle dita di una mano.
IL CASO DELLA MONTAGNA PISTOIESE
A titolo esemplificativo, nella Montagna Pistoiese (14mila abitanti), nel corso del 2023, sono nate 17 bambine che hanno un numero di madri potenziali (le donne di 30 anni) più che doppio, un numero di nonne potenziali (le donne di 60 anni) 4,5 volte più numeroso e, cosa incredibile, il numero delle bisnonne potenziali (le donne di 90 anni, ridotte dalla selezione per morte) è doppio a quello delle bisnipoti. Questi dati sono la prova più manifesta del ribaltamento nella composizione per età (i vecchi sono più numerosi dei giovani) e dei grandi cambiamenti che stanno investendo le famiglie e la rete parentale che è sempre più verticale lungo la densa linea degli ascendenti e sempre meno orizzontale ovvero con pochi fratelli, sorelle, cugini e cugine.
Attenzione: questa situazione non è limitata alle piccole comunità di alcune centinaia di residenti. Nella poco prolifica Sardegna, una bambina nata nel 2023 ha, infatti, un numero di madri potenziali più che doppio, un numero di nonne potenziali 3,7 volte più numeroso e il numero delle bisnonne potenziali (le donne di 90 anni) è quasi uguale a quello delle bisnipoti.
4. Per un nuovo paradigma
L’Italia è, dunque, in caduta libera.
I nati stanno calando e caleranno ancora. Le riduzioni hanno colpito soprattutto i territori meno abitati accentuando la disparità tra aree urbane, rurali e montane. La chiusura di presidi medici, di asili, di scuole elementari e medie hanno prima tolto posti di lavoro e hanno poi reso sempre più difficile la vita alle popolazioni dei tanti piccoli paesi dell’Italia.
Meno nati (in prospettiva: meno popolazione) significa, alla luce di un modello improntato alla concentrazione, solo disuguaglianza. Il declino è, però, così marcato che ha investito anche le zone forti: i processi di riorganizzazione stanno ormai colpendo le aree urbanizzate al punto che si impone un ripensamento negli stessi modelli utilizzati per fornire prestazioni e servizi ai cittadini. Per vedere ripartire (anche demograficamente parlando) il nostro Paese si deve rifuggire dalla logica aziendale secondo cui per dare un servizio è necessario un numero minimo di utenti o, ancor peggio, di clienti. Con il grande e innegabile successo dello strabordante e luccicante modello incentrato sul binomio città-industria, senza accorgersene è passato anche un altro paradigma dello sviluppo confacente al processo d’accentramento. Si è, infatti, radicato il principio che ‘grande’ è bello e funzionale. All’opposto, tutto ciò che era ‘piccolo’ voleva dire inefficiente e scarso. Una scuola primaria di paese, spesso con le sue pluriclassi, non poteva rivaleggiare con il vasto plesso scolastico e la nuova moderna organizzazione dell’insegnamento. L’ambulatorio medico di paese, vetusto emblema del processo di diffusione delle conoscenze sanitarie, non era in grado di competere con il grande ospedale tecnologico e superspecializzato. Eppure, avrebbe fatto molto comodo, in epoca Covid.
La visione ‘grande è meglio’ ha trovato un irresistibile alleato nel minore costo. Una logica diventata stringente quando, sotto l’incalzare di una spesa pubblica fuori controllo, è stata attuata una politica-amministrativa fondata sulla dittatura dei numeri e degli algoritmi con il risultato che oggi i servizi essenziali si sono allontanati dai cittadini, trascurando il dettato costituzionale.
L’efficienza, l’efficacia, l’equità non sono però correlate all’ampiezza. Sempre più numerosi sono, infatti, gli esempi, che “Piccolo è bello”. Un nuovo paradigma è, dunque, necessario: il ‘rimpicciolimento’ può essere un’occasione per ripensare il modello di crescita e, soprattutto, un’opportunità per puntare verso l’alto e la qualità. Bisogna abbandonare la dittatura dei numeri e degli algoritmi che oggi è alla base di ogni scelta politico-amministrativa, altrimenti si distrugge la coesione sociale e si marginalizzano sempre più fino a farle scomparire culture millenarie che hanno sostenuto e arricchito per secoli il nostro Paese.
La sfida non è tornare a fare un milione di bambini. La vera e più difficile sfida è far sì che tutti, dico tutti, i 300.000 nati dei prossimi decenni (un quarto in meno di quelli di oggi) beneficino di un reale, vero, uguale ascensore sociale e culturale. Solo così il nostro Paese sarà sì più piccolo ma potrà fregiarsi con merito dell’emblema di Bel Paese.
Chi è l’autore
Marco Breschi è docente di Demografia presso il Dipartimento di Scienze economiche e aziendali dell’Università degli studi di Sassari. Dalle elezioni amministrative del giugno 2024 è sindaco di Sambuca Pistoiese
