Editoriale  |  dicembre 6, 2024

Quel paesaggio culturale perso nel tempo

La sintesi plastica fra natura e cultura in collina e montagna non c’è più. Dominano incuria e abbandono: boschi diventati intrichi inaccessibili, prunai, casciai, corsi d’acqua ricoperti da vegetazione infestante. Dopo i castagneti adesso a rischio anche gli oliveti: basta frequentare un frantoio per capire che sta finendo un’epoca. Dalla Francia un buon esempio per invertire la rotta

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Chi cinquant’anni fa avesse percorso le principali vie di comunicazione verso la nostra montagna avrebbe notato, fino dalla prima collina, campi coltivati, frutteti, vigneti, oliveti, quercete e, più in alto, castagneti, faggete, abetine, tutti ancora ben tenuti e modellati secondo competenze e saperi antichi. Le generazioni che ci hanno preceduto consideravano la terra una vera e propria ricchezza, che permetteva loro di vivere, anche a prezzo di grandi sacrifici. E questo è successo per molti secoli, tanto che la perfetta integrazione tra uomo e ambiente ha modellato il territorio, che è diventato lo specchio di una cultura millenaria, caratterizzata dal rispetto e dalla piena appartenenza alla terra dei padri.

E’ nato, dunque un paesaggio culturale, unico nella sua peculiarità, in cui natura e cultura hanno trovato una sintesi plastica che ha caratterizzato la nostra collina e montagna pistoiese. Poi questo legame stretto si è spezzato ed oggi chi è proprietario di campi e boschi considera quelle che un tempo erano ricchezze per lo più come un peso di cui liberarsi il prima possibile.

Incuria e abbandono

Il risultato è che il nostro paesaggio culturale, così unico nel suo genere, si è fortemente modificato, anzi direi imbarbarito; ha risentito dell’incuria e dell’abbandono che gli sono stati riservati dall’uomo contemporaneo che, paradossalmente, ha un bisogno estremo del rapporto con la natura ma sta perdendo la capacità di interagire profondamente con essa.

Così un viaggiatore attento che oggi risalga la collina e la montagna vede un paesaggio confuso, tutt’altro che identitario e che testimonia lo smarrimento culturale di una stagione storica priva di punti di riferimento e di certezze anche esistenziali. Campi abbandonati, boschi ormai diventati intrichi inaccessibili, prunai, casciai, corsi d’acqua ricoperti da vegetazione infestante; insomma un’accozzaglia indecifrabile, irrazionale e irragionevole.

Dopo i castagneti in crisi anche gli oliveti

Le selve dei castagni sono ormai sparute e costantemente assediate dalla locusta nera (così viene chiamata internazionalmente la robinia pseudoacacia) e chi vuole pervicacemente continuare a coltivare questi nostri storici alberi del pane, va incontro a difficoltà di ogni genere. Ma anche gli oliveti rischiano di seguire la stessa amara sorte, basta vedere come molti siano già abbandonati e privi di cura da diversi anni.

I frantoi confermano che un’epoca sta finendo

Chi, come me, ha modo di frequentare i frantoi in questo tempo di olio nuovo, non fa fatica ad accorgersi che gli avventori sono per lo più anziani o addirittura molto anziani che, per passione e tradizione familiare, portano ancora con orgoglio le loro olive al frantoio. Ma sentendoli parlare si percepisce chiaramente che sta finendo un’epoca, che quella dell’olivo è una coltura che ha un futuro incerto perché i giovani si dedicano ad altro e quello col frantoio non è più un appuntamento irrinunciabile in cui scambiarsi esperienze e consigli e magari mangiare insieme una fettunta e bere insieme un bicchier di vino.

Sta diventando anonima anche l’atmosfera del frantoio, con quei macchinari contemporanei che nascondono le varie fasi dell’estrazione dell’olio e con esse anche la poesia che le accompagnava, fatta di commenti e di considerazioni nell’attesa festosa del momento supremo, quasi sacrale, quello dello sgorgare del prezioso liquido verde dai riflessi dorati, che al solo vederlo uscire rallegrava l’anima.

Un esempio da seguire: quello francese

E cosa si sta facendo per impedire che anche gli oliveti seguano la stessa sorte dei castagneti? Possibile che non si sappia una volta tanto prevenire, incentivando davvero gli olivicoltori, anche piccoli, in modo tale che non si perda anche questo importante aspetto del nostro paesaggio culturale?

Impariamo almeno a copiare da altri paesi, come la Francia. Lì sono nate cooperative di giovani che gestiscono oliveti e castagneti a titolo di comodato d’uso gratuito e riservano a proprietari che non se non possono più occupare il 10% del raccolto. In tal modo si creano posti di lavoro e il paesaggio culturale ne riceve solo dei benefici e non si snatura, non si imbarbarisce, come sta cominciando ad accadere da noi.


Maurizio Ferrari

Maurizio Ferrari, sambucano di origine, ha insegnato Lettere per 38 anni nelle Scuole superiori pistoiesi. Ora è imprenditore agricolo e si sta impegnando nella promozione e nel rilancio del territorio appenninico come Presidente dell'Associazione "Amo la montagna APS" che si è costituita nel 2013 e che ha sede a Castello di Cireglio.Ha collaborato per 25 anni alla rivista "Vita in Campagna", del gruppo "Informatore Agrario". Recentemente ha pubblicato alcune raccolte di racconti ispirati alla vita quotidiana di Sambuca, dal titolo :"Dieci racconti sambucani"; "La mia Sambuga" e "Cuori d'ommeni e di animali", nonché una favola per bambini, "La magìa della valle dimenticata" illustrata dagli alunni della scuola elementare "P.Petrocchi " di CIreglio (Pistoia)