Personaggi e Interpreti  |  settembre 17, 2021

Sugli scaffali del Parco letterario la nuova edizione del “Mio paese” di Petrocchi

La quinta versione curata da Giovanni Capecchi ed edita da Lindau. Il volume uscì per la prima volta nel 1972, settant'anni dopo la sua morte, quattro dopo il ritrovamento dei manoscritti. E’ un libro di iniziazione, con una lingua per noi familiare. In Petrocchi non c'è nostalgia o retorica: l’aria del paese rende liberi e la scrittura del luogo è liberatoria

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Torna in libreria la storia del paesucciaccio situato sui monti con una posizione bellissima, a mezzogiorno, in un clima temperato, castagnoso, fresco d’estate, non troppo freddo d’inverno. La porta sugli scaffali il Parco letterario Policarpo Petrocchi con la quinta edizione del Mio paese. Curata da Giovanni Capecchi, è edita da Lindau. Uscito per la prima volta nel 1972, il racconto di Policarpo Petrocchi si può considerare, a questo punto, un vero e proprio long seller. Un successo inconsueto per un libro pubblicato postumo e incompiuto. Enrico Ghidetti l’ha definito un “frammento di narrazione autobiografica, tra i più poeticamente intonati ed intensi del secondo Ottocento”. Per Luigi Baldacci, “un capolavoro”.

Il ritrovamento delle carte nel 1968

Arrigo Petrocchi trovò il manoscritto, nel 1968, tra le carte del nonno. Il libro uscì dopo una gestazione laboriosa di quattro anni in una edizione, a tiratura limitata, appena novantanove copie, a cura e con xilografie di Sigfrido Bartolini. “Avuta la notizia di un parente del Petrocchi in possesso d’inediti e precipitarmi a Roma fu tutt’una”, ha ricordato Bartolini. Quella attuale è, appunto, la quinta edizione.

L’incontro con un editore nazionale

Giovanni Capecchi a Castello di Cireglio con la nuova edizione de “Il mio paese”

L’ingresso nel catalogo di un editore, di raggio nazionale, come Lindau, può togliere ora il racconto dal circuito ristretto in cui è stato letto e apprezzato. Giovanni Capecchi, che ha affrontato anche incertezze del manoscritto, non risolte nelle precedenti edizioni, inquadra l’opera in relazione ad autori, più o meno coevi, come Ippolito Nievo e Giuseppe Verga. Ci aiuta soprattutto ad ancorare il testo, che Maurizio Ferrari ha chiamato “un romanzo di appartenenza”, alla trama biobliografica che sta dietro queste pagine scritte intorno al 1880.

Io riguardavo il Castello, e non mi sapevo capacitare che fosse il mio paese. Ma mi padre m’insegnò il campanile scuro, nel mezzo, e casa nostra con il suo verone che si mostrava con due orecchioni neri.

Un libro orale e una lingua familiare

Nel racconto, “mio” è un aggettivo affettivo, non possessivo. Struggente e stupito. Nella memoria dell’autore, il paese ha il sapore del “posto delle fragole” che in Bergman, come ha scritto Pietro Clemente, corrisponde alle forme specifiche del diventare uomini. E’ un libro di iniziazione con una lingua che sentiamo familiare, con parole giunte a noi dalla catena delle generazioni. Allo stesso tempo è un libro orale perché sembra di ascoltare le voci, le cadenze del racconto, il fluire dei suoni e dei respiri. Un’oralità che si nutre di capolavori. La bravura di un poeta, che improvvisa a veglia nel metato, è associata a libri che ha letto e che conosce a memoria. Di questa cifra orale ci ha dato un bella prova il recital di Giovanni Fochi, la sera della presentazione del libro, da una terrazza di Capivilla, proprio di fronte alla casa natale del poeta. Fochi ha saputo dare alle parole la giusta risonanza e un’interpretazione tra l’ingenuo e l’ironico.

Giovanni Fochi durante il recital, la sera della presentazione del libro

“Il mio paese” non un’operazione nostalgica

Petrocchi scrive il Mio Paese a Milano, la città della scapigliatura democratico sociale da cui lo scrittore è lontano perché, come sottolinea Capecchi, culturalmente resta un moderato. Niente a che vedere, quindi, con scrittori come Olindo Guerrini e Maria Rapisardi, convinti assertori di come le imprese risorgimentali non abbiano apportato alcun beneficio alle masse popolari.

Che volete? Noi siam povera plebe (…)/ Falciam, falciam le messi a quei signori)/ O benigni signori, o pingui eroi/ vengano un po’dove falciamo noi: balleremo il trescon, la ridda e poi…/ Poi falcerem le teste ai loro signori”, scrive proprio in quegli anni Mario Rapisardi.

Niente di barricadiero in Petrocchi. Ma la sua distanza da Milano e lo sguardo rivolto al paese, non si possono, comunque, etichettare come un’operazione nostalgica. Antonio Gramsci avrà in uggia, come sappiamo, la retorica del paese, l’attenzione al “rutto del pievano”. Gramsci connette il paese all’apoliticismo e allo spirito rissoso che vede i giovani forestieri contendersi le ragazze del posto. Sono le città gli agenti di unificazione e trasformazione. In Petrocchi è l’aria del paese a rendere liberi e la stessa scrittura del luogo è liberatoria.

la sensibilità moderna del rapporto tra cosmo e campanile

Il sentimento del paese in Petrocchi è troppo profondo e, allo stesso tempo, disincantato, per risolversi in retorica. Esprime, piuttosto, la sensibilità moderna del rapporto tra cosmo e campanile. E il campanile di Castello di Cireglio vale allora quello del contadino di Marcellinara di cui ci ha parlato in una pagina memorabile Ernesto De Martino: “Coloro che non hanno radici, che sono cosmopoliti, si avviano alla morte della passione e dell’umano: per non essere provinciali occorre possedere un villaggio vivente nella memoria, a cui l’immagine e il cuore tornano sempre di nuovo, e che l’opera di scienza o di poesia riplasma in voce universale”.

Il campanile di Castello


La Redazione

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