Una Montagna di Parole  |  gennaio 24, 2020

Le offese “ingenue” dei nostri nonni montanini

Ci si offendeva anche tanti anni fa ma in modo assai più blando degli epiteti usati oggi (e della violenza verbale che spesso li accompagna). Un uomo poteva essere definito bindolo, baggiano, chiorbone, balestrone, locco, belone. E per le donne si usavano espressioni come gavorchio, brendana, pignattona, catrame. I tanti modi di dire e i loro significati

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Che la lingua cambi in relazione al tempo e al luogo è cosa risaputa; quindi non ci si deve meravigliare se certe parole che qualche cinquantennio fa avevano un certo “peso”, oggi lo hanno perso e ci risultano stonate, fuori moda, senz’anima.

Questo dipende dall’evoluzione dei costumi di una società e dai valori etici ed estetici che ne stanno alla base.

Oggi offese senza filtri

Oggi, ad esempio, la libertà senza filtri, che non di rado sfocia nella licenza, l’egocentrismo esasperato e il totem della competitività stanno producendo un incattivimento dei rapporti interpersonali e questa involuzione sociale è evidente anche nell‘ampio vocabolario delle offese, che risultano molto più spietate, massacranti e velenose perché mirano all’intimità più profonda delle persone.

Le ingiurie più “ingenue” di un tempo

Quando i nostri nonni montanini si ingiuriavano (perché lo facevano anche loro!) usavano temini assai più “ingenui” che si ispiravano più ai comportamenti che all’”essere” di coloro che volevano colpire.

Tanto per fare qualche esempio, una delle offese più infamanti che si potevano rivolgere ad un uomo era Bindolo (chi non onorava i propri debiti) o anche Voltagabbana e Parolaio, perché l’onestà e la coerenza erano ritenuti valori etici fondamentali.

In altri casi si dava del Baggiano o del Ciabattone ad uno sciatto e disordinato; del Tincone ad un uggioso, debole e insopportabile; del Chiorbone e Tronfione, ad un uomo grosso e un po’ superbo; del Balestrone, ad un arruffone; del Locco, ad uno tonto e poco furbo; del Belone o del Lamica, ad un lamentone mai contento di nulla; del Bacialtari, Baciapile e Bacchettone, ad un ipocrita messaiolo; dell’Abbiaccacipolle, ad un contadino zotico della piana di Pistoia.

Le offese al femminile

Non molto diverso era il trattamento nei confronti del “sesso debole”, a cui si riservava l’epiteto di Gavorchio, se una donna era brutta e fatta male; di Brendana, se si trattava di una sciatta; di Musona, se poco socievole; di Trimozzo o Pignattona, se slargata di forme; di Zaccherona, se disordinata e poco pulita; di Catrame, se poco seria e di Zimbello, se additata allo scherno di tutti per i suoi comportamenti.

Come si può vedere da questi pochi esempi, niente a che fare con gli sproloqui astiosi e triviali di oggi che vengono usati non solo dalle persone comuni, ma anche da quelle più in vista e che hanno, fra l’altro, responsabilità civili e politiche di grande rilievo.

O tempora, o mores, avrebbe detto qualche letteratone latino!


Maurizio Ferrari

Maurizio Ferrari, sambucano di origine, ha insegnato Lettere per 38 anni nelle Scuole superiori pistoiesi. Ora è imprenditore agricolo e si sta impegnando nella promozione e nel rilancio del territorio appenninico come Presidente dell'Associazione "Amo la montagna APS" che si è costituita nel 2013 e che ha sede a Castello di Cireglio.Ha collaborato per 25 anni alla rivista "Vita in Campagna", del gruppo "Informatore Agrario". Recentemente ha pubblicato alcune raccolte di racconti ispirati alla vita quotidiana di Sambuca, dal titolo :"Dieci racconti sambucani"; "La mia Sambuga" e "Cuori d'ommeni e di animali", nonché una favola per bambini, "La magìa della valle dimenticata" illustrata dagli alunni della scuola elementare "P.Petrocchi " di CIreglio (Pistoia)